I quaderni del 1944

81. 5 maggio


Sono da ieri in grembo a Maria. E come ci sto bene! Non è un modo di dire. Mi sento proprio sulle sue ginocchia. Mi tiene seduta verso sinistra di modo che appoggio il fianco destro sul suo cuore e il capo verso la sua spalla. Mi cinge col braccio sinistro e ogni tanto mi dice: “Sta’ a tuo agio. Riposa”. Oh! mi pare, ma è ancora più dolce, di esser tornata a quelle rare ore in cui mamma mi prendeva in grembo e mi faceva tanto felice!

Ho tanto male fisico, la soffocazione, l’enfisema, l’insufficienza cardiaca aumentano sempre più; questa notte sono andata proprio al limite della vita con extra-sistole numerose e pulsazioni ridotte a 46 al minuto, non respiravo più, sudavo freddo, la vera agonia. Ma la Mamma mi aveva detto: “Sta’ a tuo agio”, e io mi sentivo in braccio a Lei, mi ero rannicchiata nel nido del suo grembo, del suo braccio e del suo manto, e non avevo paura neppur della morte.

Dopo l’atroce agonia di questi 25 ultimi giorni, agonia spirituale rispetto alla quale è una bazzecola questa fisica che soffro ora, la mia agonica sofferenza della carne diventa uno scherzo perché è annullata, anzi è resa beata dalla pace che si riversa in me dal contatto con Maria.

No, non è, non può essere un inganno il mio. Il dolore, la nostalgia, il desiderio della mia casa ci sono ancora, c’è l’atroce ricordo del sofferto, c’è la sensibile, duratura sensazione del­l’abbandono di Dio. Queste ci sono ancora. Ma sono in grembo a Maria. Le posso sopportare. È come se un anestetico celeste attutisse in me la sensibilità morale dolorifica e inoculasse un senso di euforia paradisiaca.

Che tu sia benedetta, Maria, Madre mia! Tu mi salvi! Salvami ora e nell’ora della morte. Mamma, tienimi sul tuo grembo e sarò salva sino alla fine.