I quaderni del 1945-1950

209. 1 maggio 1948


Il mio Angelo Custode mi spiega la differenza che è fra separazione dell’anima dal corpo per la morte e momentanea separazione dello spirito dal corpo ed anima per l’estasi o il rapimento. Mi dice che, mentre il distacco dell’anima dal corpo provoca morte, la contemplazione estatica, ossia la temporanea orazione dello spirito fuor dalle barriere dei sensi e della materia, non provoca morte. E questo perché l’anima non si stacca, ma con la sua parte migliore si immerge nei fuochi della contemplazione.
Per farmi capire meglio questa cosa, mi fa meditare che tutti gli uomini, finché sono in vita, hanno in sé l’anima (morta o viva che sia per peccato o per giustizia), ma solo i grandi amanti di Dio raggiungono la contemplazione vera. Questo sta a dimostrare che l’anima conservante l’esistenza sinché è unita al corpo — e in questa particolarità in tutti gli uomini uguale — ha in sé una parte eletta: l’anima dell’anima, dirò così, che col disamore a Dio e alla sua Legge, e anche con la tiepidezza e i peccati veniali, perde la grazia di poter contemplare e conoscere, quanto lo può creatura e a seconda della perfezione raggiunta, Dio e gli eterni veri.
Questa spiegazione angelica l’ho avuta perché, dicendo il S. Rosario, meditavo sul 4° mistero glorioso, e perciò sulle parole di Maria Ss. del 12 aprile e a quelle dello Spirito Santo del 2 febbraio.

[Segue, in data 16 maggio 1948, Pentecoste, la 21ª delle LEZIONI sull’Epistola di Paolo ai Romani]