Autobiografia

18. “Offrirsi all’Amore è offrirsi a tutti i dolori” – Santa Teresa del B. Gesù


Santa Teresa di Avila ha scritto nel suo “Cammino di Perfe­zio­­ne”: «Quale differenza deve trovare fra l’amore umano e l’amo­re divino colui che ha provato l’uno e l’altro!».

È vero. L’alba di una nebbiosa giornata invernale paragonata all’alba tersa e pura di una radiosa mattinata estiva, il piccolo stagno dalle sponde limitate rispetto all’aperto mare che ha per confine l’orizzonte sconfinato, il focherello di pochi sterpi rispetto alla fornace di un forno fusorio, il tremolante guizzo di una povera lucerna rispetto al folgorante sole, sono meno distanti fra loro in somiglianza se si confronta la differenza che c’è fra l’amore umano, anche il più vertiginoso, coll’amore divino. 

Io avevo amato due volte. Una con l’ardore dei miei anni giovanili, e in questo avevo conosciuto anche le febbri della carne; l’altra avevo amato più con l’anima che con la carne e, appunto perché amore della parte più eletta, aveva dato a me estasi e elevazioni ben più nobili e durature del primo. L’amore puramente umano è destinato a breve vita, anche se fu ardentissimo nella sua ora fugace, mentre l’amore misto di anima e corpo, di attrazione di spiriti e di materia, l’amore-amicizia, è più tenace e neppure il disinganno lo uccide. In questo aveva avuto molto ragione il colonnello a profetizzarmi che avrei amato Mario come neppur lontanamente avevo amato Roberto. 

Ma ora, ora che amavo Gesù in una maniera più intensa di quella che non sia la comune alla grande massa dei credenti in Lui, ora capivo tutta la differenza di questo amore sovrannaturale dal mio, dai miei, anzi, amori umani. 

Io ormai vivevo tutta proiettata in questo amore. Le cose di fuori esistevano ancora e mi davano pensieri, gioie e pene. Soprattutto pene. Ma ormai queste cose io le vedevo già da altre plaghe, come attraverso un vetro, una lente che me le cambiava alquanto, rendendomi sopportabili i pensieri crucciosi, non indispensabili le gioie e amabili le pene. Vedevo ormai tutto attraverso a Dio. Egli era la lente che mi faceva vedere le cose sotto una luce diversa da quella che avrebbero avuto per me e per tutti, se questi tutti e se io le avessimo guardate con occhio e giudizio umani. Credevo ormai che tutto avvenisse per una legge di amore, amore geloso magari e prepotente, ma che colla sua gelosia e prepotenza mi confessava di essere un grande amore. 

Oh, sì! Gesù sa essere geloso e prepotente! Di una divina gelosia e di una divina prepotenza ma alla quale, se si è detto di sì una volta, con piena coscienza, non si sfugge più. Gesù mi aveva chiesto quel sì in Collegio e ora, dopo avermi persuasa che sulla terra tutto è tristezza, faceva valere i suoi diritti. 

Quanto dico potrebbe parere una contraddizione con quanto ho detto in principio di questa mia storia. Ma non lo è. Ho detto allora che Dio non si impone ma per agire vuole che l’anima sia disposta ad essere mossa. Solo allora la valanga si forma. E così e non vi è contraddizione alcuna. 

Nella adolescenza avevo detto: «Signore, io sono a tua disposizione». E la prima falda di neve si era formata ingrandendosi poi piano piano con i continui atti di desiderio che l’anima formava allora. 

Poi vi era stata una sosta. Qualcosa aveva trattenuto il formarsi e il precipitare più forte della valanga. Ed era stato il mio periodo umano, il periodo delle distrazioni, meglio delle deviazioni. E Gesù aveva atteso. Solo nel momento più tremendo di esse, per salvarmi dalla rovina, aveva fatto un gesto per richiamarmi. Era venuto col sogno a dirmi il suo dolce rimprovero, a farmi riflettere, a farmi fermare nella mia corsa verso il male. 

E poi aveva di nuovo atteso. Paziente, buono, mi aveva dato tutto il tempo di guarire moralmente e intanto, pur non parendo, lavorava a isolarmi. Oh! in questo fu molto attivo! Mi voleva… e mi levò tutto perché non mi restasse altro che Lui. 

Quando poi io ho gridato: «Voglio esser tua», allora Egli si è impossessato di me in maniera assoluta, ed io non ebbi più un palpito, un respiro, uno sguardo, una parola, un pensiero che non passasse attraverso il filtro divino del suo amore, come nulla dal di fuori veniva in me se non passando attraverso il medesimo filtro divino. 

Così dura da vent’anni ormai e l’immedesimazione è andata facendosi sempre più stretta e il filtro sempre più perfetto, di modo che il male che può venirmi dagli altri si attutisce contro quel divino riparo e il bene che io posso fare si espande sul prossimo sempre più puro, perché l’amore lo monda da tutte le imperfezioni umane. Soffro ancora molto perché è mio destino che io soffra, ma il dolore che mi viene dagli uomini è attutito dalla gioia che mi viene dal Cristo. Per cui mi dico, e sono persuasa di questo che dico, che sono giunta a capire che gli unici veri dolori di un cuore sono quelli che vengono da Dio per nostra prova o per nostra punizione. 

I dolori che vengono dagli uomini ci fanno piangere, è naturale. Ha pianto anche Gesù. Ma anche noi come Lui nel pianto sentiamo fondersi una dolcezza pensando che anche quel dolore che ci viene dal prossimo serve a redimere, ad espiare, ad ottenere per il prossimo. Quando invece Dio ci colpisce ritirandoci la sua invisibile presenza e lasciandoci apparentemente soli, allora si soffre molto, come non si può descrivere. Credo sia una figura ridotta di quello che devono soffrire i purganti nel Purgatorio, e non voglio neppure pensare ai dannati dell’Inferno. 

O mio dolore che mi vieni da Dio e che hai mille volti, che tu sia benedetto! Benedetto tu quale sei ora: dolore di malattia, dolore di povertà che avanza, dolore di incomprensione dei miei simili intorno al mio letto d’inferma, dolore dato da infinite cose attuali! E benedetto tu, quale fosti negli anni passati: dolore di esser derisa come malata immaginaria, dolore di non vedere mio padre nell’ora estrema, dolore di non essere capita nel mio fuoco d’apostolato, dolore di disamore materno sempre, sempre, sempre uguale! E benedetto tu, dolore, per quando, non comprendendoti nella tua veste regale, non t’amai: dolore dei miei vent’anni e del mio amore spezzato! Benedetto, benedetto, o Dolore, che mi hai levata al mondo e mi hai data a Dio! Benedetto per la scienza che da te m’è venuta! Benedetto per la carità che mi hai infusa! Benedetto per l’ala che hai resa al mio io onde ho potuto raccogliermi in cielo con tutti i miei desideri più santi! Benedetto, o Dolore, che mi hai unita a Gesù sulla medesima croce e in un’unica missione, che da venti secoli si perpetua, per portare le anime al Regno di Dio e il Regno di Dio nelle anime! Mai finirò di benedirti, o Dolore, o mia gioia, perché in te ho trovato la pace!

Fu nella primavera del 1923 che io scrissi la mia prima offerta a Dio. Quella preghiera, che ho ripetuta per otto anni, deve essere ancora in qualche mio libro di devozione. In essa mi umiliavo al cospetto di Dio per le mancanze passate e gli chiedevo di essere perdonata in nome della sua divina misericordia. 

Ma siccome cominciavo a vedere sempre più chiaro la volontà di Dio quale era a mio riguardo, sentivo anche che chiedere perdono non bastava come non bastava l’amarlo. Il mio amore doveva essere un amore penitente… come quello della Maddalena la cui vita mi aveva così colpita durante quella predica degli Esercizi 1912. 

Tutto si ritrova di quanto si è chiesto a Dio, ho detto sul principio di questa storia, ma tutto si ritrova anche di quello che Dio ha seminato, purché l’anima si curvi su sé stessa cercando il seme divino. Io ricordavo ora che in quel lontano giorno del novembre 1912 Gesù mi aveva detto: «Tu non sarai simile ad Agnese, la pu- ra, l’innocente che non vide altro che Me. Tu sarai una che viene a Me per altre vie, dopo tante esperienze, e che mi ama attraverso il pentimento e il sacrificio continuo, lungo, nascosto». 

Perciò in quella mia prima offerta dicevo a Gesù di concedermi «la grazia di aver tempo di espiare il male commesso e, per riparare a tutte le mie ore di disperazione, di farmi vivere nel dolore tanti anni quanti ne avevo passati nell’errore e nella impazienza non santa di uscire dalla vita». 

Come vede, pregavo ancora egoisticamente. Per l’anima mia, è vero, per riparazione verso di Lui, è vero. Ma non è ancora preghiera perfetta. Più tardi ho pregato meglio… Ero in principio, allora, e quando si è… alle aste non si può pretendere di scrivere già una lettera. Le pare?

Chiedevo anche in quell’offerta che Dio mi concedesse la gioia di portargli delle anime e specialmente quelle dei miei genitori e di Mario. 

Ma anche qui, se la richiesta era buona in sé, io sbagliavo nel mezzo. Non sapevo ancora che la preghiera è molto ma il sacrificio è tutto. La parola fa, ma il silenzio che copre un’immolazione fa mille volte tanto. Io allora, nel mio zelo di convertita, parlavo molto. Ma ero ancora contraria al soffrire molto. Mi pareva di fare già tanto a non lamentarmi del dolore che mi colpiva, subendolo con rassegnazione e ringraziandone Iddio. Più tardi andai molto più avanti…

Eppure, come è buono Gesù! Alla sua Maria che aveva uno zelo ancora molto zoppicante, ancora molto intriso di umanità, Dio concesse la sua prima conquista.

Fu una vecchietta di 72 anni. Per un complesso di cose penose si era staccata da un trent’anni da Dio, facendo colpa a Lui di tutte le sventure che le erano accadute. Era nelle mie medesime condizioni di un tempo, ma con la differenza a suo danno di esservi da tanto tempo e di non uscirne neppure quando l’età faceva presumere prossima la morte. 

Io non potevo vantarmi di essere stata più brava di lei. La bontà di Dio aveva accelerato con mille maniere la mia resurrezione, ma appunto per questo volli essere io un agente di bene per la mia vecchia amica, direi quasi il filo conduttore. Mi spiaceva che quella vecchina rimanesse con quel rancore, con quell’amaro tremendo della non fede fino alla fine. Alla sua vecchiezza volli dare il conforto di una giovinezza del cuore. Una seconda giovinezza ma più dolce e utile della prima. Vi riuscii. La mia cara vecchina si riaccostò a Dio ed è con Lui tuttora, poiché vive ancora, nonostante i suoi 92 anni…

Ne fui orgogliosa di un santo orgoglio. Già due anime avevo portato a Gesù: la mia e quella della vecchina. Veramente la mia… se non era Lui a prendersela, si stava freschi!… Ma insomma, dopo il suo primo soccorso, io andavo avanti con buona volontà. 

Dopo questa mia prima conquista andai sempre meglio. Il mio desiderio di essere uno strumento di Dio aumentava e mi si delineava alla mente tutto un programma di vita penitente, resa ancora più difficile dal tenore di vita familiare. 

Perché mamma non condivide certe idee. Se le paiono soverchie anche le frequenti visite alla chiesa e le comunioni, si immagini che effetto le fanno le teorie di mortificazione!… Io ho sempre l’impressione di avere un bavaglio sulle labbra… Cerco di parlare il meno possibile, o meglio cercavo di parlare il meno possibile di cose spirituali anche quando la forza dell’amore era tale da darmi una vera ansia di parlarne. Ora ne parlo senza ritegno pensando che qualcosa penetrerà in quel cuore così chiuso al soprannaturale. Ma ho l’impressione di parlare turco o indiano… Lei non capisce, e buona grazia se sta zitta e se non mi applica un’etichetta di «pazza». 

Non importa. Io vado avanti lo stesso. Esser ritenuta pazza per amore di Cristo è cosa che mi colma di gioia. Tutti i veri innamorati di Gesù sono dei pazzi, dei divini pazzi: martiri, penitenti, claustrati, tutti coloro che rinunciano alla libertà, alla vita, alla riputazione umana, alla ricchezza, alla salute per amore di Dio, che altro non sono se non dei folli? Dei folli la cui follia è quella stessa che portò Gesù sulla croce, la «follia della Croce» di cui parla Paolo, l’Apostolo dalla parola ardente e dall’audace cuore. Non mi bastava più la prima offerta che sentivo incompleta e inquinata da vene ancor troppo umane. Lo sguardo di Gesù era sempre più vivo in me e mi attirava sempre più in alto. 

Passò così tutto il 1923 e buona parte del 1924. In famiglia i soliti fatti di intransigenza e di dispotismo. Ma mi rifugiavo in Dio…

Nel settembre 1924 dovemmo venire a Viareggio. A Firenze il proprietario di casa esigeva l’appartamento con il bugiardo pretesto di allogarvi il figlio che si sposava e colla vera intenzione di affittarlo a nuovi inquilini decuplicandone l’affitto. Storia vecchia e sempre nuova. 

Mio papà allora si decise a scrivere ai parenti di Calabria per vedere se ci trovavano là una casetta. Ma quello che sarebbe stato facile nel 1921 era ora difficile. La gente riaffluiva a Reggio che risorgeva dalle sue rovine con nuove case e belle vie, e casette vuote non ce n’erano mai. Anche all’albergo, dove prima ci avrebbero tenuti tanto volentieri, ormai si erano accomodati con altri parenti che li aiutavano nella sorveglianza del personale. Aggiunga anche un poco di risentimento per l’ostinatezza di pa­pà, durata quattro anni, e comprenda che tutto si risolse in un: «Non potete venire». 

Allora venimmo a Viareggio… Qui avevamo conoscenze che ci facilitarono l’acquisto della nostra casetta. Io ero ben contenta di venire al mare che amo tanto e di lasciare Firenze, satura per me di ricordi amari…

Il 21 settembre la casa fu comperata e il 23 ottobre ne prendemmo possesso. Si iniziava così un nuovo e diverso periodo di vita in cui sempre più crebbi in Dio.