I quaderni del 1944
78. 2 maggio
Il Serafico mi aveva un poco calmata. Arriva la lettera di P. Migliorini il quale, per volere pretendere l’impossibile da un essere, respinge questo essere in piena bufera.
Mi avvedo che le teorie sono lo schermo che si eleva e nasconde la realtà e l’unione e l’assonanza fra due spiriti. Chi per bontà di Dio, che gli ha dato un organismo privo di energia nervosa, di impulsi, ecc. ecc., e che perciò1 si è accomodato facilmente nella nicchia del “così è e così deve essere”, non può assolutamente capire chi ha ben altre molle al suo strumento e vibra anche a tocchi leggeri. Vibra sino a spezzarsi a tocchi rudi. Ciò che basta per Tizio non serve per Caio. Anzi è cagione di maggior dolore, pericolo, eccitazione, ribellione per Caio.
Non bisogna ancorarsi, Padre, alla teoria come ad una boa. Bisogna disancorarsi e mettersi nello stesso mare in cui la navicella di un’anima, presa nel gorgo di un rigore che la spezza, si trova sbattuta e disalberata. E capire cosa è per quell’anima il doloroso disinganno che succede al suo fidente amore, che si sentiva così certo della condiscendenza di Dio ad una petizione che nessuno può trovare illecita.
Credere per puro atto di fede è sufficiente per salvarsi. E spero di poter continuare a credere. Ma credere per convinzione d’amore è calamita che attira al vertice del Cielo. E come conservare ciò, quando il nostro amore viene letteralmente sbriciolato, indefessamente sbriciolato, mano a mano che lo riuniamo perché è la nostra vita e sappiamo di morire senza di esso, da una inesorabilità che alla non-grazia concessa unisce anche l’abbandono più assoluto?
1 e che perciò dovrebbe essere omesso per correttezza sintattica.