Autobiografia

10. In collegio


Breve. Mio padre dovette finire a cedere. Venni sacrificata io. Il 4 marzo 1909, alle 9 di mattina, lasciai la mia casa per il Collegio. 

Non mi ero mai assentata da casa mia fuorché per quel mese preparatorio alla Prima Comunione. Ma allora la distanza da Voghera a Casteggio era talmente minima che non mi pareva di abbandonare la casa. E poi allora sapevo di andare là per un mese, quasi per vacanza, per ricevere Gesù. Ora mi si schiacciava sotto il verdetto che venivo messa in collegio, lontano tre ore di treno da casa, per degli anni e per castigo. 

Ecco: questa crudeltà mi rese odioso il fatto e chi lo fece. Ero troppo intelligente per non capire la verità vera delle cose, e avrei preferito che, con sincerità, si fosse detto quella per spiegarmi il perché del mio sacrificio. Il sacrificio mio era ingiusto perché non io ma lo zio doveva esser messo fuori di casa. Ma mi ci sarei rassegnata di più. Ma questo no. Perché dirmi che ero meritevole di punizione, meritevole di esser strappata alla mia casa, a mio padre, mentre non era vero? Perché mia mamma non rifletté su quanto male poteva provocare con questa menzogna e questa ingiustizia?

Fino allora avevo di mia mamma paura ma anche stima. Dopo non l’ebbi più perché la vidi ingiusta e insincera. E, devo dire il vero, anche la stima in mio papà ne uscì scossa perché egli non aveva saputo imporsi e difendermi. Ero molto umana e le reazioni umane erano fortissime in me.

Per orgoglio partii senza piangere. Ho fin da piccina pensato che il pianto, essendo la cosa più intima e profonda che abbiamo, più ancora dell’amore, va elargito e mostrato solo a chi merita di vederci nel nostro profondo più profondo. Tutti gli altri, che non ci amano di un amore perfetto, non hanno diritto di vedere le nostre lacrime. Perciò io ho pianto solo con mio papà, con Dio e con pochi altri che stimo come papà e venero come Dio. 

Partii dunque senza piangere. Per orgoglio e per sprezzo. Sicuro: per sprezzo. Sentivo che non ero amata. Tanto è vero che mi si sacrificava a un poco di buono. Perciò il cuore mi si serrava di sprezzo. Non ho pianto. Dentro mi sentivo spezzare a vedermi respinta, io che ero la figlia, a vedermi posposta a un fratello indegno, ma ho indurito me stessa, ho conserto le braccia fino a farmele dolere per impedire di andarsi ad allacciare al collo di mia madre supplicandola di tenermi sul cuore… E naturalmente fui giudicata: insensibile!…

Alle 11 arrivammo a Monza, alla porta del grande Collegio delle Suore di Carità di Maria Ss. Bambina. Le suore della Beata Capitanio. 

Mi ricordo esattamente il mio soffrire di quell’ora… Ma non piansi. Detti solo un grande grido quando fui strappata a mia madre… E vedendo che il mio grido, che era realmente grido di cuore che si spezza, rimase senza eco… ho sentito spezzarsi un altro vincolo fra me e mia madre e abbassarsi ancora di più la porta aperta fra me e colei che mi ha generata e data alla vita senza avermi mai capita. Senza aver mai capito il cuore della sua creatura. Dopo quel grido, silenzio. Davanti al fatto compiuto io non ho mai avuto inutili querimonie. Mi indurisco e muoio in un silenzio più pernicioso, più uccidente di qualsiasi esplosione di dolore. 

Le Suore erano molte e molto buone. Il Collegio bello, vasto, luminoso, pieno di cortili pieni di sole e di fontanelle, di portici luminosi, e con un giardino vasto come la pineta fino al Marco Polo: bellissimo. Per distrarmi mi fecero girare tutta la casa. 

Intanto le mie compagne finivano il pasto di mezzogiorno e fui presentata a loro. Erano care e buone… ma io, timida come ero, soffrii moltissimo a vedermi osservata da tanta gente: 150 bimbe, 40 suore e 40 converse. Mi pareva d’essere S. Bartolomeo scorticato! Mi nascondevo dietro la mia Suora, rispondevo a monosillabi e spesso col capo come i ciuchini. Oh! le mie compagne furono molto buone a continuare ad accarezzarmi, così scontrosa come ero!

Mi affidarono a tre alunne: Isabella Gilardi, una biondina ridente, figlia unica come me, la quale avrebbe dovuto occuparsi di me come una mammina, e lo fece con tanto amore, povera Isa morta così presto, così angosciata, uccisa dalle infedeltà del marito che le impose l’amante in casa, morta così presto e così disperata di lasciare i suoi teneri orfanelli! L’altra: Lina Cocini, un gran di pepe, nera, magra, tutta moto e tutta lingua, non taceva neanche a metterle un lucchetto sulla lingua, fu mia compagna di classe di studio. Povera Lina, morta lei pure a 23 anni, uccisa da una peritonite fulminante. Le fui sincera amica per virtù di contrasto: io quieta e lei un moto perpetuo, io silenziosa e lei chiacchierina come una passera, io riservata e lei esuberante nelle sue dimostrazioni. La terza tuttora vivente: Gina Ferrari, un angelo pio… e questa mi fu data per compagna di refettorio, di chiesa e di classe di lavoro. Cara Gina che non disubbidiva mai in nulla per fare «fioretti» a Gesù!

Ma anche le altre 18 della classe erano buone: la prima superiore, divisa in prima tecnica e in prima interna, perché allora nel mio Collegio non vi erano le scuole magistrali ma solo le tecniche o quelle classi di educazione generale, detta interna, il cui programma era un misto di tecnica e di complementare, atte perciò a dare a signorine di buona società la cultura necessaria al loro stato ma senza licenze di sorta. 

Si era in tempo di esami trimestrali e il giorno dopo feci il mio esamino. Mi avevano fatto alzare alle nove, tre ore dopo le altre, perché quell’angelo della Superiora non amava spaurire nessuno con la disciplina esagerata e ci portava al «Regolamento» senza strappi rudi. Io veramente alle sette al massimo nell’inverno, alle sei e prima ancora d’estate, ero sempre in piedi, a casa mia. Ma chi lo poteva pensare che una figlia unica fosse trattata così alla militare?

La Suora mi aveva aiutata a vestirmi, lasciandomi i miei abiti di casa, perfino il fiocco rosso nei capelli mi lasciò… Poi scendemmo nella Cappella. 

Ricordo che incontrai la vice-superiora degli studi. Una suorina piccina, piena di vita, armata di occhiali azzurri… Questo e il saperla superiora degli studi e professoressa di matematica, la mia materia paurosa, mi fecero tremare. Invece, povera suora!, fu tanto buona con me per quanto si rammaricasse sempre che proprio solo nella sua materia io non valessi nulla!… Mi fece una carezza e mi chiamò passerotto. Questo mi rincuorò un poco. 

Entrammo in cappella. Che bella! Azzurra e oro come mi figuravo allora il cielo. La Madonna del Sacro Cuore di Gesù sulla pala d’altare. Ai fianchi S. Modestino e S. Tarcisio, i due patroni, i martiri bambini: bellissimi. Poi il mio S. Giuseppe e il Sacro Cuore. E fiori, fiori, fiori e sole e il giardino che si vedeva dai finestroni aperti e canti di uccelli…

Suor Francesca mi fece pregare e poi mi chiese se volevo vedere il corpo di S. Modestino martire deposto sotto l’altare. Memore del mio Gesù morto che m’era rimasto impresso col suo verismo di piaghe, ricusai. Avevo paura di vedere altre piaghe. Quelle di Gesù sta bene, ma altre no davvero. Ma Suor Francesca mi rassicurò. Infatti vidi un bel giovinetto di cera, modellato alla perfezione, steso su un materassino porpureo, vestito da giovane romano, i sandali ai piedi, la veste-lunga orlata di una greca ricamata, la testa bellissima posata su un guanciale con posa di dolce abbandono, nelle mani la spiga e il grappolo in una e la palma nell’altra. Pareva dormire assorto in un sogno beato. Del martirio subìto, un piccolo segno nel collo di neve, là dove la spada aprì la vena, là dove uscì la vita ed entrò la gloria… Questo il mio incontro con Modestino, il giovinetto martire di Cristo. 

Portata in refettorio non mangiai nulla. Il latte non lo potevo bere per via del mio stomaco, e così per quella mattina rimasi senza nulla. Ma il solo fatto che nessuno mi rimproverava mi faceva contenta e sazia. 

Andammo nella classe. Condotta al mio banco feci come le altre il mio esame. Era francese scritto. Io ero già alla sintassi e le altre alle loro prime armi. Un trionfo dunque che mi rinfrancò e mi fece sorridere di gioia. Le compagne mi si serrarono intorno con ammirazione e la Suora di francese mi accarezzò per premio. Oh! fa pur bene un poco di gioia!

Il giorno dopo era esame di italiano. Ricordo ancora il tema: «Bella è la neve che cade dal cielo, ma se si pensasse a chi soffre…». 

La Suora professoressa d’italiano era giovanissima. Ancora postulante. Di Venezia. Bella, con occhioni da spagnola, un trion­fo di trecce sul capo senza cuffia, una magnifica dentatura, e buona, ridente, intelligentissima. Poi scoprii che era un serafino in terra. Si chiamava Angela, divenuta poi Suor Immacolata dopo la vestizione. Due nomi che erano di predestinazione, perché angela fu sempre, angela della terra che spiccava continuamente il suo volo ai piedi di Dio, e pura come il suo nome, di una purezza che traspariva da tutto il suo essere. Quando parlava di Dio questo serafino si accendeva tutta come una neve sotto un tramonto di porpora… Pareva che le fiamme interne trasparissero alla superficie… Morì giovanissima, senza malattia vera e propria, ma con solo un subitaneo languore che la distrusse, lei sana e forte, in pochi giorni, non saputo definire dai medici, e morì proprio il giorno 8 settembre, festa dell’Ordine di Maria Bambina. L’amore la prese, l’amore la colse, l’amore la spense per portarla a fiorire in Cielo. 

Il mio tema fu giudicato un capolavoro. Sapevo di esser forte in italiano ma il voto massimo avuto, un 10, mi stupì molto. E più ancora mi stupì l’esser pubblicamente lodata. Non ero usa agli elogi. Vedevo per la prima volta che non è vero che «a chi fa il suo dovere non va fatto elogio», secondo il detto di mia madre. Qui avevo fatto il mio dovere e venivo premiata. Questo mi scaldava il cuore e mi dava di nuovo fiducia in me stessa. 

Descrivere era il mio forte; descrivere perciò la nevicata mi era stato facilissimo. Non ho mai amato la neve. È bianca ma è così gelida! Preferisco il sole. Bisogna ricordarsi che sono nata nei paesi del sole e dal sole ho tratto vita quando ero un povero cucciolo abbandonato nei solchi…

Anche la parte di riflessione del tema, dove tutte le altre erano miseramente cadute, mi era stata facile. Osservatrice come ero, infinite volte avevo notato le sofferenze dei poveri, dei diseredati… Mesta per natura e divenuta ancor più mesta per tenore di vita familiare, comprendevo il dolore in tutte le sue manifestazioni. Quante volte, col nasetto schiacciato dietro i vetri della finestra, nei miei tristi pomeriggi di bimba sola, nelle mie domeniche sciupate dalle diatribe familiari, non avevo notato, fra il velo delle lacrime, altre miserie, diverse di forma ma uguali di pena, passare fra il turbinare dei fiocchi bianchi!…

Fui così senza fatica e con poco merito, perché il lavoro m’era sembrato facilissimo, proclamata la prima della classe nelle lingue italiana e francese e nelle materie orali. 

Nella matematica… fui fedele alla mia asineria. Nel fabbricarmi si devono essere dimenticati fuori dalla testa la cellula delle matematiche. È un vuoto assoluto che né per sforzi miei, né per sforzi altrui si è mai colmato. Sono completamente deficiente in fatto di calcolo. 

Ma non me ne dolgo molto. Penso che anche Gesù è come me. Lui pure non è un calcolatore. Se lo fosse stato e se lo fosse non sarebbe quello che è. Ma Egli è poeta: il suo Vangelo lo mostra; Egli è abile diplomatico, anche questo lo svela il Vangelo; Egli è Medico, è Maestro, è Amico, è Salvatore, è tutto ma non è un calcolatore. E come tutti i non calcolatori è generoso oltre misura, misericordioso oltre misura, paziente oltre misura, buono oltre misura. E questo mi dà tanta speranza… Con un idealista c’è sempre bene a sperare. Con un matematico mai. E se Dio fosse un matematico sempre intento ai calcoli esatti, chi potrebbe sperare di salvarsi? Ma Gesù non è matematico. Non fa parlare la scienza ma il cuore, non ragiona con la scienza ma col cuore, anzi ragiona unicamente con la scienza del cuore e chi sa prenderlo da quel lato tutto ottiene da Lui.

Io pure ragiono con la scienza del cuore, io pure, nella vita pratica e in quella dello spirito, sono un’idealista, una generosa, una prodiga che non tira mai le somme del dare e dell’avere. Do, do, do e non mi curo d’altro. Mi fido del Salvatore, del Fratello, dell’Amico, del Maestro, del mio Re e vado avanti, così, guardando Lui solo…

Ma torniamo al Collegio. 

Dopo dieci giorni vennero a trovarmi papà e mamma. Era il mio compleanno e papà era voluto venire a trovarmi. Quando venni chiamata nel salone delle visite sentii un grande batticuore… Perché infine la ferita ora si sarebbe riaperta… e cominciava appena a rimarginarsi. 

La Superiora, una ottima educatrice materna, di carattere dolce, uguale, che faceva ubbidire con amore anche le più riottose, era parente di un amico nostro, ufficiale medico. Uno dei medici che avevano decretato la pericolosità del mio zio (?!). Un bell’asino, via! Ma in parte gli devo esser grata perché nel collegio fui felice. Non grata per avermi levata a papà nell’ultimo periodo della sua integrità mentale. Ma dirò in avanti!… Dunque la Superiora, che aveva già capito il mio acciaio, mi chiamò in disparte e mi chiese «la parola d’onore che non avrei pianto». La parola d’onore di una bimba! Certuni rideranno sentendo parlare di ciò. Ma la Superiora aveva capito chi ero io, di che tempra fosse fatto il mio io, e mi trattò come una persona adulta. 

Prima di dare la mia parola riflettei qualche minuto… e poi la detti semplicemente e fermamente e fui fedele ad essa. Nella vita ho sempre fatto così. Ho riflettuto prima di iniziare o di promettere una cosa. Ma quando la mia coscienza mi diceva: «Puoi promettere, puoi principiare», ho dato la mia parola, a me stessa o ad altri a seconda dei casi, e l’ho sempre rispettata fino a cosa compiuta. Con virilità, con onestà, con santità. Poiché è santità anche l’essere fedeli alle promesse che ci facciamo, o facciamo al prossimo, o facciamo a Dio. 

Andai dunque in sala, parlai coi miei e, per quanto dentro piangessi con tutte le mie lacrime di figlia, mi mostrai serena. Li accompagnai alla porta con un sorriso come la più veterana delle collegiali. 

Dopo… eh! dopo andai a piangere nell’unico posto dove noi collegiali si sia realmente sole, posto non poetico ma segreto come nessun altro. Ho sempre pianto là dentro io, perché neppure in chiesa mi sentivo così sola come in quell’angolino straumano… In chiesa c’era sempre qualche suora, qualche conversa, qualche compagna, e io ho sempre avuto un grande pudore del mio soffrire. 

Non mi è mai neppure piaciuto essere compianta perché soffrivo. Penso che il mendicare conforti, l’andare piagnucolando presso Tizio, presso Caio, sia senza dignità, sia prova di infantilismo morale ed è anche sempre prova di non eccessivo dolore. Perché il vero dolore, il dolore sovrano è dignitoso nelle sue manifestazioni. Esso sa benissimo che nessuna parola umana è atta a levarci la sua freccia dal cuore… Solo Dio, versando dal Cielo i suoi conforti sulla povera creatura che si torce sotto la pugnalata di un dolore vero, può mettere un calmante sovrumano nell’ardore della ferita. L’uomo no. La maggioranza degli uomini, anzi, ottiene proprio l’opposto del desiderato e del prefisso. Con le loro parole difficilmente suggerite da una vera luce interiore di comprensione e d’amore, con le stesse loro dimostrazioni d’affetto, spesso e volentieri intempestive ed esagerate, urtano ed eccitano invece di medicare e di placare. 

Qualcuno possiede, per grazia speciale data da Dio, il segreto di consolare. Ma la schiera di questi «qualcuno», che sono i veri consolatori dei fratelli, è così esigua, così esigua!… Si ritrova essa fra i veri santi in terra e fra coloro che hanno molto pianto e molto sofferto, senza divenire acidi sotto l’azione del dolore, cosa che talora, nei meno buoni, avviene. Sì, perché il dolore, maestro della vita, migliora i migliori che riconoscono il suo volto e comprendono quale crisma regale sia la sofferenza e quale sia la sorgente che stilla questo crisma, ma rende più aspri, più ribelli, più egoisti i meno buoni. 

Vi sono molti aforismi per definire l’uomo, ma io penso che uno dei più esatti è quello che dice: «Dimmi come soffri, come sai soffrire, mostrami che reazioni suscita in te il dolore, e ti dirò che uomo sei». 

Sì. Religione, amor di patria, amor di figlia, amor di sposa, amor di madre, virtù sociali, tutto si mostra nella sua vera natura sotto la reazione del dolore. 

Il vero credente bacia piangendo la croce e se la stringe al cuore dicendo: «Grazie, Signore, di farmi soffrire e di rendermi così simile a Te». 

Il vero patriota soffre virilmente per amore di Patria, e tanto più questa Patria è cagione a lui di dolore, tanto più egli la ama e la serve con un amore perfetto. 

Il figlio, realmente degno di tal nome, più ama e soffre per coloro da cui trasse la vita e più per loro si sacrifica in olocausto umile e grande di obbedienza, di rispetto, di affetto, senza curarsi se i genitori siano degni di quell’affetto, senza tener conto delle colpe loro, che egli vede, ma che non giudica e soprattutto non punisce, perché nel suo vero amore trova il segreto di tutti i perdoni, ossia di tutte le indulgenze. 

La sposa, o il marito che è realmente il coniuge del compagno, la carne unica con essa, colui che Dio unì e che forza e evento umano non può, non deve sciogliere, sa trovare in questo suo amore fiorito in un’ora di fede reciproca, e ferito dall’offesa dell’altro, ma che da parte sua non conosce sfiorire, la forza di rispondere con bontà all’altrui malvagità, con fedeltà all’altrui disamore, con virtù all’altrui non virtù, con dedizione all’altrui egoismo, col perdono a tutte le offese del compagno che calpesta il vincolo sacro ed eterno del sacramento e dell’amore. 

La madre, il padre realmente degni di tal nome non amano più di tutti il figlio che spreme dal loro cuore lacrime di sangue perché è malato nel corpo o devastato nell’anima? Quali sacrifici, quali somme di amore per contendere un figlio alla morte fisica o strapparlo alla morte morale! Se è vero che un figlio sano, bello, buono, oggetto di orgoglio per i suoi dà un senso di calma, di fiducia, di riposo, come è pur vero che tutte le industrie, tutti i pensieri, tutti i sacrifici, tanto più meritori perché l’anima sente che sono inutili, vanno spesi e prodigati per colui, fra i figli, che è cagione di dolore. 

Ho fatto una lunga digressione. Ma sento che Lei mi capisce. È uno dei pochi che hanno quel dono intellettivo, ben più grande della normale intelligenza, di comprendere i cuori. 

Io nulla so della sua vita, Padre, ma ho l’impressione che Lei non abbia avuto un’infanzia, una fanciullezza, una giovinezza priva di lacrime. Sa troppo capire chi soffre per non avere sofferto Lei stesso. Altrimenti dovrei pensare che Dio è talmente in Lei con la sua capacità infinita di capire e di amare che la sua personalità di uomo, sempre limitato nelle capacità intellettive, viene abrogata, superata, e Dio agisce, capisce, opera e consola in Lei, al posto di Lei. 

Ma torniamo al mio Collegio. 

La mia Superiora, me lo disse poi molti anni dopo, trasse da quella mia fedeltà alla parola data i più belli auspici sulla mia riuscita morale e spirituale, e da quel momento mi amò più ancora. Aveva capito che il «Valtortino», se era piccolo, timido, con apparenza morale comune e di fragilità fisica, era invece in realtà di una stoffa buona, fatta di generosità, di fermezza, di fortezza, di fedeltà. 

Sì. Ho sempre posseduto queste virtù, come mazzo di fiori coltivati in me da Dio e che io ho colti e dispensati in tutte le ore della vita ai miei fratelli. Esse sono in me, tenute legate dal cordone d’oro dell’amore. Un grande amore per Dio e per il mio prossimo. Questo sempre visibile e in atto, quello di Dio alle volte agente a mia stessa insaputa, per lavorìo interno dell’anima che, dal momento che concepì Cristo, per spirituale adesione al suo desiderio d’amore, non ha mai cessato di agire e operare nell’amore.

E la mia vita di collegiale sempre più si organizzò e divenne da me sempre più amata. 

Sveglia alle 6 i giorni feriali, alle 7 alla domenica e ai giorni di festa. Alle 6,30 o alle 7,30 in chiesa per la S. Messa e preghiere. Alle 8 meno un quarto colazione, breve ricreazione, studio delle lezioni compiuto passeggiando sotto i portici o nell’immenso salone del Teatro nei mesi freddi. Alle 9 meno un quarto inizio delle lezioni di un’ora ciascuna. A mezzodì pranzo. Dal tocco al tocco e 3/4 ricreazione. Poi ognuna alle proprie occupazioni di lavoro, di studio, di musica, di pittura ecc. ecc. fino alle 16. Alle 16 merenda, ricreazione, poi compiti e lezioni fino alle 18,30. Orazioni della sera in chiesa e benedizione eucaristica in tempi di novene o nei mesi di maggio e giugno. Cena alle 19. Ricreazione dalle 19,30 alle 20,30. Poi, dopo il canto del «Sub tuum praesidium» davanti all’Immacolata, le piccole a letto, le grandi alzate fino alle 21,30 e anche oltre in tempi d’esami. E poi a nanna. 

Al giovedì e alla domenica passeggiata per la città o al Parco a seconda della stagione. D’estate tutte le sere passeggiata in campagna fra i campi pieni di spighe d’oro. Durante il carnevale cinematografo e recite. Di tanto in tanto recite presso altri istituti che ci invitavano ai loro spettacoli, concerti al Conservatorio di Milano o in altre sale. A primavera gite-premio in Brianza e sui laghi. Dal 10 luglio al 10 ottobre vacanze a casa.

Vitto ottimo e abbondante, assistenza medica assidua, riscaldamento generale con termosifone, allegria, bellezza, signorilità e bontà. 

Io ci stavo benone. Sono stata in Collegio dal 4 marzo 1909 al 23 febbraio 1913: cinque annate scolastiche e quattro anni solari. Solari non solo per durata di 365 giorni ma per la letizia veramente solare di quel tempo. Le mie compagne, tutte molto amate in famiglia, molte persino viziate, trovavano quella disciplina molto severa e se ne lamentavano. Io trovavo che non avevo mai sentito tanto poco la disciplina come là dentro. Lo studio mi piaceva e là era bello studiare perché la lode era stimolo continuo alle volonterose. Studiavo dunque con gioia e con merito ed ero sempre all’ordine del giorno. L’ordine, l’ubbidienza non mi pesavano, l’educazione neppure. Perciò ero sempre citata a modello. In 5 anni non ebbi mai una punizione. 

Le ho detto che fin da piccola io agivo bene per orgoglio, per non avere da chiedere scusa. In secondo luogo agivo bene per far contento papà e per evitare i castighi di mamma. Ma qui, nel mio Collegio, studiai bene, fui una collegiale perfetta — lo devo dire perché è verità e non temo smentite: le mie Suore sono ancora vive e possono confermare il mio asserto — unicamente per amore.

Avevo notato che le Suore, queste madri-vergini, giubilavano realmente quando le allieve corrispondevano alle loro cure, mentre si rattristavano e soffrivano quando, nonostante tutti i loro amorevoli sforzi, una ragazza rimaneva svogliata, indisciplinata, ribelle. Io non volli mai rattristare le mie Suore, che mi amavano come mia madre non mi aveva amata e che io amavo con una riconoscenza che dopo trent’anni di separazione non ha conosciuto languidezze. 

Suor Rosa, la vice superiora degli studi, soleva dire: «Si lamentano dei superiori quegli alunni di cui i superiori hanno molto a lamentarsi». È una grande verità. Io, che ho sempre fatto il mio dovere, non ho da lamentarmi dei miei superiori così come loro non hanno a lamentarsi di me, e me lo mostrano in tutti i modi. 

Anche le compagne mi hanno voluto e mi vogliono tuttora bene. Sono sempre andata d’accordo con tutte e se anche certe manie, certe superbiette, certi egoismi delle mie compagne non mi piacevano, le ho sempre compatite, cercando di farle ragionare con pazienza per modificare tendenze naturali in loro che erano bimbe ricche e felici… Io ero ricca ma non felice, sapevo il sapore del pianto, e la vita aveva perciò per me luci diverse dalle loro. 

Quante confidenze, quanti piccoli segreti e quanti segreti aiuti ho dato alle mie sorelline d’anima!… Possedevo naturalmente la difficile qualità del silenzio. Sapevo ascoltare, consolare e tacere. Il collegio è un piccolo mondo. Vi è di tutto: tutte le classi sociali, tutti i caratteri, tutte le contingenze: dolori, gioie, speranze nostre e riflesse in noi dalla vita di fuori. Tutto è comune fra quella piccola società: la pena che colpisce una è divisa dalle altre; lutti familiari, sventure, disastri che colpiscono una fan piangere tutte; gioie, nascite, nozze che vengono a rallegrare una rallegrano le altre. 

E anche le Suore hanno i loro affetti e le loro croci. Intime, della comunità, e esterne della loro casa abbandonata per amore di Gesù. Chi sono quegli stolti che dicono che l’abito monacale estingue gli affetti? Ho visto soffrire acutamente le mie Suore in certe ore di strazio… Davanti a me, di cui erano sicure della comprensione e della prudenza, sono sgorgate molte lacrime delle mie Suore… Qualche volta si rifugiavano nella mia stanzina di studio — perché ebbi una stanzina tutta mia, per motivi che le dirò poi — e lì lasciavano che il loro cuore traboccasse… Povere care Suore! Io le lasciavo piangere, ascoltavo quello che mi dicevano, intuivo quel che non mi dicevano, pregavo Gesù di consolarle e, per mio conto, davo loro il mio amore. Partivano di là rasserenate. 

Io pure mi confidavo in loro. Poco, perché ero molto chiusa, timida, pudica circa i miei sentimenti. Ma insomma ci si intendeva anche senza troppe parole. Lo sguardo, l’ardore del volto, il tremito della voce dicevano quello che io mi vergognavo di dire. 

Ero amata molto. Una naturale giustezza di giudizio faceva sì che le mie riflessioni difficilmente fossero errate. La mia Superiora diceva sempre a mamma: «Eh! Maria è una donnina molto assennata. Non le sfugge nulla e occorre vigilarsi molto anche noi Suore perché, se sbagliamo, con bel garbo ce lo fa osservare e devo convenire che ha proprio ragione!».

Le compagne poi mi adoravano ed erano orgogliose di me per la mia intelligenza. Molto più orgogliose di me stessa che sentivo che non potevo gloriarmi di questo dono di Dio, ma solo dovevo darne lode a Lui e usarlo in pro delle mie condiscepole. Tutte le lettere a prelati, ad autorità, tutti i saggi di letteratura da leggersi nelle accademie, tutti i temi di imitazione sono usciti da questa mia zucca… Mi pareva di essere un baco da seta che fila, fila, fila il suo secreto vischioso e intreccia, intreccia, intreccia il suo capolavoro… Senza merito e senza fatica. 

Ma questo è tutto lato umano. Mi spiace perdere tempo a parlarne, anche perché devo dire di me del bene. Ma Lei si è raccomandato che le dica il bene e il male. E io lo dico. 

Ma ora entro in un argomento che le piacerà di più e che mi piace di più. Prima, però, le dirò cosa studiai. 

Il primo e il secondo anno istruzione interna. Poi il terzo, dopo la malattia di mio papà, avvenuta nella primavera del 1910, mia mamma, che ormai era padrona assoluta di tutto, non essendoci più neppure l’ombra della volontà da parte di mio babbo, impose la sua volontà che non va discussa e dovetti fare le tecniche. 

Mamma voleva le complementari e poi le normali, fissa nel suo ideale della «figlia maestra». Ma le Suore fecero notare che avrei dovuto uscire di collegio e frequentare le scuole pubbliche come privatista e anche che, essendo assolutamente inetta al disegno, non potevo frequentare le normali. Mia mamma allora opinò per le tecniche. 

Peggio che mai! Pensi che la mia capacità matematica si era arenata davanti alle frazioni… Come un mulo caparbio il mio cervello si era rifiutato di proseguire nel calcolo. Non capivo nulla: le lezioni di aritmetica, geometria, computisteria erano un supplizio sterile. Arrivavo a sentirmi male per lo sforzo di capire, ma non capivo nulla. Mi pareva parlassero giapponese, africano, esquimese!!! Pensi se era il caso di parlare di tecniche! In fondo non ne avevo bisogno di un impiego… Ma se proprio mi si voleva mettere in mano il pezzo di carta di una licenza, fosse almeno stata di studi classici dove riuscivo tanto bene. 

Pregai, supplicai in questo senso. Le Suore pregarono e supplicarono in questo senso. Niente. Mia madre, fedele al suo: «Ho detto e ho detto», fu inesorabile. 

Feci in un anno le tre tecniche… e fu una solenne bocciatura nella matematica, geometria e computisteria. Per tutto il resto voti massimi… Mi ero sciupata fino ad ammalarmi, mi ero distrutta di lacrime e di fatica senza scopo… Come sempre mia mamma si era posta di traverso sulla mia vita e mi aveva rovinata… E mi ha rovinata… E mi ha sciupato un pezzo della mia esistenza felice di collegiale… Mah!

Tornata in Collegio, malatissima, per l’esame di ottobre le Suore ottennero di farmi fare tutto il programma classico durante i restanti mesi di educazione. E lo ottennero. Ma che mi è valso? Che è servito quella povera licenza sciupata da voti bassi nelle tre materie esatte? E che mi è servito quello studio così massacrante per cui in meno di venti mesi ho esaurito tutto il programma di studi di ginnasio e liceo? Ho avuto delle soddisfazioni intime, ma un utile no. E allora? Mah! Mah! E sempre: Mah!

Ecco perché durante i due ultimi anni scolastici io ebbi una stanza di studio per me sola, dove lavoravo, lavoravo, lavoravo per dodici ore al giorno. Del resto furono ore di gioia, perché le materie letterarie sono amatissime da me. 

E ora parliamo dello spirito, della vita dello spirito.