Autobiografia

11. … Di cui sicuro solo è colui che fede certa ha in Cristo


Nel mio Collegio, come fiore in aiuola propizia, come pianta portata dall’ombra a sole, come arbusto inselvatichito che sente su sé la mano del giardiniere, sono sbocciata in altezza, in intelligenza, in sapere. Ma soprattutto sono sbocciata in Cristo. 

Come le ho detto in principio di questa narrazione, il primo incontro avvenne «pria che fuor di puerizia fossi» là nella Cappella delle Orsoline dove, con tutta l’innocente confidenza del­l’infanzia, ho amato Gesù che per me era morto fra tanto dolore. Poi… avevo perduto di vista il mio Dio. Il contatto si era rotto, proprio come un filo che si spezza sotto un peso soverchio di cose inutili. 

Le Adoratrici del Ss. Sacramento avevano riallacciato il filo spezzato. Ma, certo per mia incapacità, la corrente non si era stabilita. Troppi anni di inerzia spirituale erano trascorsi e l’anima era caduta in un letargo dal quale stentava ad uscire. Gesù non mi sforzava. Avrebbe potuto scuotermi duramente, mediante qualche dolore, mediante qualche altra cosa voluta dalla sua volontà. Ma non lo fece. Attese. Mi amò solo, il mio caro Gesù… Ora è giusto che io lo ami anche senza sentire le sue carezze, perché io per tanto tempo sono stata così apatica, così intontita da non sentire le sue. 

Giunta in Collegio, fin dai primi giorni, ho sentito che la mia anima si volgeva di nuovo a Lui. Non diversamente deve sentire l’albero a primavera, uscendo dal suo letargico sonno invernale. Su dalle radici, sprofondate nel suolo, una linfa, che altro non è che molecola di sole scesa nelle zolle dianzi fredde ed ora tiepide di raggi d’oro, sale per il tronco brullo, mette un brivido nella scorza ruvida, un sangue nel legno compatto, una vita nel midollo semimorto, si spinge, per i rami, verso la cima, inturgidisce le gemme appena abbozzate, le gonfia, le apre in un miracolo di nuova fronda, sparge bocci e corolle, avviva gli ovari e li rende fecondi, suscita i vegetali connubi fra fiore e fiore, dà moto al polline fecondatore, crea il trionfo del frutto novello, fa dell’albero, dianzi triste e scheletrito, un poema di vita utile e feconda. 

Io pure ho sentito qualcosa scendere in me, sciogliere il ghiaccio del cuore, darmi un moto, un palpito, una luce dove prima era morte e buio… S. Giuseppe, colui che tenendomi sulle paterne sue ginocchia m’aveva lavata per primo l’anima nel Sangue di Cristo, mi prendeva ora per mano e mi conduceva a Gesù. Ero appena in Collegio da sei giorni quando cominciò la cara novena di S. Giuseppe, e vi ero da quindici quando ebbe luogo la Messa solenne in onore del Santo che era anche il Santo della mia Superiora. Il sole di Cristo si alzava sulla mia notte…

Mi sono sempre molto piaciute le funzioni liturgiche solenni. Quella pompa intorno al Santo dei Santi, quella musica sacra, soave e solenne, quell’aroma di incensi che si consumano davanti all’altare, in fragranza e in fuoco, quel lodare Dio e i suoi Santi in una cornice di fasto mi hanno sempre toccato il cuore. E mi hanno dato una misura infinitesimale di quel che è e sarà, nei secoli dei secoli, l’eterna funzione di osanna all’Agnello nei beati cieli di Dio. E, fin da allora, hanno messo in me una nostalgia delle teodie celesti, un’ansia di andare lassù per unire la mia voce a quella delle schiere beate la cui vita è adorare la Trinità santa e sperdersi nella gioia di tale adorazione. 

Nel mio Collegio la religione informava di sé tutta la giornata. Ma era una religione luminosa, aperta, fiduciosa. Non lunghe estenuanti preghiere ma il costante breve richiamo a Dio, non tremore del giudizio suo ma fiducia nella bontà del Padre ci veniva inculcato. Non imposta mai la religione; ma venivamo portate a desiderarla senza accorgercene neppure, tanto era soave la sua pratica, dolce il modo delle Maestre che vivevano di essa religione, tanto tutto era attrattiva nella vita pia che ci facevano vivere. 

La giornata si iniziava con la S. Messa, e questa era per tutte, ma se una non si sentiva di accostarsi alla mensa eucaristica era padronissima di non farlo. Nessuno le chiedeva o le diceva nulla in merito. I modi delle Suore non cambiavano davanti all’inerzia spirituale di qualche loro figliuola. Certo avranno raddoppiato le preghiere per questa anima assopita, ma non dicevano nulla direttamente a lei. 

Penso che questo sia il metodo migliore, l’unico anzi da tenersi in materia così delicata quale è la vita dell’anima. Preghiera e penitenza per ottenere luce ai cuori abbuiati ma non più di questo. La religiosità altro non è che vita di amore, e gli amori, per esser veri, devono essere spontanei. Se vengono imposti cessano automaticamente di essere amore e divengono onere pesante e antipatico. Bisogna saper portare i cuori ad amare senza che questa industria sia manifesta. 

Le mie Suore eccellevano in quest’arte sublime. Ci educavano alla vita di fede così dolcemente, con tocchi così leggeri e quasi insensibili, che noi ci trovavamo permeate di religiosità senza accorgerci neppure che un lavoro continuo in quel senso veniva fatto. 

Così come non forzavano alla pietà, ugualmente non spronavano all’esaltazione della pietà. Anche qui avevano una guida molto retta, la quale si limitava a sorvegliare le tendenze delle nostre anime giovanette senza fare nulla per svegliare in noi quelle effimere febbri mistiche, proprie dell’età pubere, le quali dopo aver portato i cuori a un delirio di sentimentalismo sacro li lasciano poi, cadendo come labile fiammata di paglia, coperti di cenere e freddi, freddi per la vita avendo consumato in un’ora, e non in un vero amore ma in una chimera d’amore, in un miraggio bugiardo, tutto quel poco di senso di pietà di cui erano capaci. Come certe piante sforzate dal giardiniere con arti contronatura e che si sviluppano precocemente e si coprono di un rigoglio innaturale di fronde e corolle venute anzitempo e poi… muoiono. Povere effimere vegetali che il capriccio dell’uomo conduce a fine anzitempo, mentre avrebbero potuto rallegrare di sé per tant’anni…

Tutto questo nel mio Collegio non avveniva. La fede era dappertutto, sole datore della vera Vita, ma come appunto succede degli astri, che sempre sono nei cieli e l’uomo vive le sue giornate e prende i suoi riposi sotto il loro rotare senza pensare ad essi, così ugualmente noi vivevamo regolate dal sole della fede, ma senza pensare che quel Bene che sentivamo crescere in noi veniva da quel sole che ci penetrava piano piano e diveniva sangue della nostra anima, carne del nostro spirito. Ma appunto perché era così, opera lenta e costante, essa è rimasta durevolmente in noi. 

Quando le nubi si aprono e l’acqua scroscia da esse sulla terra, stesa come drappo smisurato a riceverla, diverse sono le reazioni che produce. Un acquazzone alluvionale percuote, ammacca, divelle, asporta fronde, frutti, steli e semi; una rovina giallastra e fangosa rimane a ricordo della furia meteorologica. Ma se una lene acquerùgiola, quasi una rugiada d’aprile, scende piano dal cielo appena velato, mondando le fronde dalla polvere, gonfiando i bocci e gli ovari, scendendo sulle zolle come una carezza, filtrando fino ai semi nascosti per nutrirli dei gas rapiti all’atmosfera, l’uomo vede, con attonito occhio di gioia, la terra divenire più bella e feconda e pullulare la vita da tutti i suoi pori che trasudano steli, che s’incoronano di fiori, che, in un’atmosfera più limpida e pura, promettono la prossima speranza della messe. 

La religione nel mio Collegio era la mite acqua che penetra fin nel profondo, portando seco succhi salutari di vita. 

La reazione delle anime era diversa come diverse erano le anime stesse. Alcune di noi sono andate ben in alto nel soprannaturale, altre sono rimaste quelle che erano, altre ancora si sono miseramente perdute. Ma questo diverso rendimento è venuto da cause individuali e di famiglia perché, per conto delle Suore, l’opera educativa era uguale per tutte noi e su tutte noi. 

Io, probabilmente perché ero poco felice, fui, con più facilità, arrendevole alla grazia. 

Non dovrebbe essere così, vero? Si direbbe che dovrebbero essere i più felici quelli che la bontà di Dio preserva dal dolore, che lo amano e si attaccano a Lui con riconoscenza ed affetto. Nella realtà invece avviene solitamente il contrario. Sempre parlando di cuori non del tutto malvagi, perché in quel caso bene o male, gioia o dolore, lasciano la stessa indifferenza sacrilega verso il Datore di ogni cosa, quando non spingono addirittura a una ancor più sacrilega ribellione. Ma in animi non perfettamente malvagi il dolore è campana che ricorda all’anima Iddio; ma in cuori poveri di affetto è benefattore che dà il pane dell’amore in nome di Dio; ma in esseri soli, nella vita che non li ama, più che per creatura spersa in un deserto, è incontro con l’Unico che non tradisce, che non disillude, che non abbandona. 

«Coloro che piangono sono coloro che sanno» non solamente capire gli altri cuori, ma sanno anche trovare il Cuore dei cuori su cui posare la fronte che duole, il Cuore che sanguina su cui versare il pianto che ci ricolma ed accieca, su cui porre il nostro amore che nessuno vuole e che pur chiede di esser donato per non divenire pesante tortura che accascia…

Maria, la piccola Maria che aveva già tanto pianto, e pianto sola, che aveva già tanto amato, e amato sola, nella luminosa primavera del 1909, mentre si aggirava sperduta in un piccolo mondo nuovo ha udito una voce suonarle nel cuore e chiamarla «Maria!», e la piccola Maria alzando i suoi occhi giovanetti, già troppo seri per il molto dolore che avevano dovuto assorbire, incontrò un volto dolcissimo che la guardava con amore e pietà. Ma Maria non lo conobbe subito… solo si sentì attirata da Lui che la guardava con tanto amore e le tendeva le mani con ansia di carezza, e gli sorrise… Allora la luce si fece e Maria conobbe, riconobbe Gesù, il Maestro, e gli si prostrò ai piedi con desiderio di amore. 

Ma il Maestro, che sapeva come Maria piccolina l’avrebbe dovuto amare in cognizione completa, dopo tante, tante traversie, le disse, come già alla Maria di Magdala in quella radiosa mattina d’aprile: «Non mi toccare. Prima molto devi compiere an- cora. Non Io ma tu devi prima salire sulla croce e metterti ostia sull’altare del dolore, offrirti alla giustizia del Padre, bere fino alla feccia il mio calice, conoscere le diverse facce della tentazione, della passione, dell’amore, scegliere il migliore e rinunciare a ciò che è lusinga vana. Prima devi scomparire con la tua personalità di ora e rinascere con un’anima nuova. Prima devi dire il tuo “Fiat”, dire il tuo “Ecce ancilla…”, e con tutto il dolore, che è destino delle figlie d’Eva, concepirmi, generarmi, nutrirmi di te. Quando di te stessa avrai fatto un ciborio per accogliere la mia Umanità torturata per amor vostro, quando di te stessa avrai fatto una vittima, un’ostia minore, allora mi toccherai, allora Io sarò in te e tu in Me, in un legame di amore che ti farà beata fin dalla terra, fin dalla croce, perché Io sarò la tua forza, la tua gioia, il tuo tutto. Per ora io sarò semplicemente il Maestro, perché tu non avrai altro maestro fuor che Me, non potendo nessuno istruirti nella difficile via per la quale ti voglio condurre al mio regno: la via del dolore, perché sappi, anima che prediligo, che solo con parola e con volto di dolore Io verrò a te per portarti alla gioia». 

Così parlò, con la sua voce senza suono, il mio dolce Gesù alla mia anima che l’aveva trovato in quella dolce primavera e l’aveva riconosciuto. E l’anima mia, con maggior capacità di pensiero che non avesse avuto nella puerizia beata, si mise al seguito del Maestro dal quale avvertiva sarebbe venuto a lei ogni bene, nella sua vita umanamente orba d’ogni bene. 

Conobbi da allora quella gioia del cuore che è compagna di coloro che fanno Dio centro dei loro affetti e scopo della loro esistenza. Quella pace profonda che esiste e resiste anche se la superficie del nostro io è sconvolta da onde di bufera. Quella dolcezza che tempera l’amaro delle ore più nere e dà forza di proseguire, rasentando, è vero, la disperazione, ma sapendola superare, nella via della croce e perciò di Dio. 

Quanto ho amato Gesù nella mia prima giovinezza! E come Egli mi amò!

Non so se l’intimo fuoco del cuore ebbe bagliori esterni che rendessero noto il suo esistere alle mie Suore. Ero così chiusa, sapevo vigilare con tanta attenzione sulla mia vita più vera e più segreta, che dubito di questo. Almeno per i primi tempi credo che il mio mistico fidanzamento con Cristo sia stato sconosciuto a tutti. Ma a me era ben noto!

Non era un amore inavvertito, naturale come certi amori di cui ci si accorge solo se ci vengono a mancare. Ah! no! Io sapevo di amarlo e sapevo di volerlo sempre più amare. Questo amore era pieno di cognizione, ben delineato in tutti i particolari. Esso mi dava interno canto e interno pianto d’amore, esso mi dava luci e consigli, mi dava attività e volonterosità e ansia, ansia, ansia di amarlo sempre più e sempre più perfettamente, profondamente, completamente. 

E Gesù mi istruiva con una dolcezza paterna. Gesù, sì, proprio Gesù. Non sono divenuta la sua piccola Maria-ostia per parola umana, per quanto parole sante mi siano state dette dall’altare. Era Gesù che mi istruiva, chiamandomi dolcemente nelle ore in cui voleva che l’udito spirituale della sua piccola Maria fosse ben teso a parole di vita che Egli poi avrebbe illuminato di luce divina in me. 

Ricordo… Ricordo quale soave tempesta d’amore suscitarono in me certe speciali vite di sante. 

Era uso del Collegio di fare, durante speciali periodi quali l’av­vento e la quaresima, la lettura in refettorio. Una delle «grandi», o una Suora stessa, salivano su una specie di pulpito situato al centro del lunghissimo salone da pranzo e per un quarto d’ora a mezzodì e un quarto d’ora alla sera leggevano pagine di vite di sante. 

La prima che udii fu la «Storia di un’anima». Allora Santa Teresa del Bambino Gesù, morta da soli undici anni, era sempli- cemente Suor Teresa del Bambino Gesù… Ma per me fu subito l’Amica… La sua dottrina di confidente abbandono, di generoso amore, la sua piccola grande via di santità, si sono imposte subito a me. Ho capito che per quella stessa via dovevo camminare per arrivare a Gesù… Vedrà, Padre, che non mi ero sbagliata e che tanti anni dopo fu la dolce Santina la mia «madrina» quando mi donai ostia a Gesù…

Poi le martiri… Anche in scuola di lavoro una leggeva per tenere quiete e silenziose, soprattutto, le mie irrequiete e loquaci compagne. Molto spesso quell’una ero io, che leggevo bene e con bella pronuncia. Così «Fabiola», l’«Ultima vestale», «Ben Hur», «Sotto il segno di Roma» e non so quanti mai libri sui primi tempi del cristianesimo furono letti, o uditi leggere, da me. Quante amiche ebbi allora nella schiera di neve e di porpora delle vergini-martiri! Quanti amici nei tribuni santi, nei santi diaconi, negli umili schiavi e plebei della Roma catacombale!

Si ha sempre dal buon Gesù quello che gli si chiede con purità d’intenti e per sprone d’amore. Alle volte ci sembra che non sia così, ci sembra che Dio non ci dia retta. Ma invece si fa solo attendere. La preghiera fatta con sincerità e per un sicuro bene nostro viene sempre esaudita da Dio. 

Io ho chiesto, ripetendo a migliaia di volte la preghiera di Agnese, che il mio corpo ed il mio cuore venissero conservati puri perché non fossero confusi al cospetto di Dio, ho chiesto le mille volte di concedermi di amarlo attraverso la confessione del martirio, perché io non potevo ormai più separarmi da questo Amatore al quale mi legava un nodo così dolce di carità. 

Non ho forse avuto quel che ho chiesto? Sì, l’ho avuto e in forma completa. Se necessità di malattia hanno fatto chinare la corolla candida della intemeratezza verginale, non è questo in compenso una porpora di martirio che si stende, ancor più fulgida, su tutte le sofferenze della carne, perché è martirio del cuore che vede strapparsi l’inviolata freschezza del giglio delle vergini? Se nel bel Paradiso io non sarò più fra i centoquarantaquat- tromila che seguono l’Agnello, candida falange di coloro la cui carne non ha conosciuto profanazione di nessun genere, in compenso non sarò fra la schiera arrubinata di sangue di coloro che un ben alto e comprensivo amore ha spinto sulla via della immolazione, che è cruenta anche se in apparenza non è intrisa di sangue ma solo di stritolamento di tutte le più vere ricchezze dell’uomo, prima delle quali la salute, la vita?

Se persone non molto convinte sui veri più veri della nostra religione sapessero che io, povera creatura femminea, all’aurora della vita, quando ancora l’esperienza di detta vita non ci ha rese cognite di cosa sia l’immolazione, mi sono offerta, direbbero che ero una stolta, una pazza. 

No, Signore. Né stolta né pazza la tua piccola violetta innamorata, e neppure presuntuosa di sé. La piccola violetta nata in quaresima, la piccola violetta che si imperlò delle sue prime lacrime d’amore per Te, al cospetto del tuo volto ferito, la piccola violetta che cresciuta nell’ombra e nel buio, nel freddo e nella solitudine, anelava al tuo sole, al tuo amore per drizzare il capino così mesto e sorridere alla tua croce, sapeva che Tu non avresti deluso il suo desiderio e l’avresti aiutata nel soffrire per Te. 

Tu hai avuto bisogno del Cireneo per portare la tua croce, ma per i tuoi piccoli cristi, che salgono il loro calvario portando la loro croce per amor tuo, per amore dei fratelli, per compire e continuare la tua Passione, sei Tu che divieni Cireneo, e quando la creatura vacilla e cade per la sua fragilità umana e, troppo sofferente, non ce la fa più a trascinare la croce, Tu le subentri e sottoponi le tue spalle divine al peso del legno, perché hai pietà delle piccole ostie, perché hai di esse un geloso amore, una santa ansia di innalzarle insieme a Te sulla vetta, fra la terra e il cielo, altari vivi e vivi turiboli sui quali l’occhio del Padre si china benigno e dai quali colano rivoli di grazie sul prossimo che passa e ignora…

Io avevo dunque un mondo tutto mio nel quale mi rifugiavo per vivere la mia vita di desiderio. Santo desiderio di immedesimazione con Cristo, che sei conosciuto da pochi e che porti con te aromi di paradiso!

È di quei tempi la mia nostalgia per i bei mesi di maggio e giugno, in cui le glorie di Maria cedevano il posto alle glorie del Cuore divino… Il profumo di quei mesi è rimasto in me come essenza in vaso sigillato, un profumo non di questa terra ma realmente di aiuola celeste, e tutte le rose, i gigli, gli iris, i garofani e i mille e mille fiori del maggio soave e del giugno solare, insieme riuniti, non potrebbero tentare di, non dico eguagliare, ma solo imitare quel profumo di cielo che mi portavano in cuore le falangi angeliche durante questi bei mesi di Maria e del Figlio suo. Quando finivano io restavo come uno che veda finire la sua gioia…

È di questo tempo il mio divenire Figlia di Maria. Veramente avrei preferito divenire Figlia dell’Addolorata perché ero molto devota della Madonna dei dolori. Sua la chiesa dove qui, nelle vacanze, andavo come a mia parrocchia estiva, sua la prima medaglietta preziosa che portai, sua la effigie sul mio comodino. Pare che Maria Addolorata continui a volermi sua perché… anche ora, al termine della vita, ha messo l’anima mia fra le mani di un suo Servo e… giunge a mettere la sua… giurisdizione an- che sui miei lavori che vuole per il suo altare. Del resto è giusto che sia così. La piccola innamorata di Gesù sofferente e crocifisso non può avere per Madre che Maria Addolorata. 

Avrei dunque voluto portare il nastro viola delle Figlie del­l’Ad­dolorata che vedevo al collo delle ragazze del 3° esternato, delle popolane dunque, che le Suore riunivano per insegnare loro il lavoro e per tenerle in salvo, la domenica, nel ricreatorio. Questo 3° esternato era in fondo, in fondo al vastissimo fabbricato del Collegio, fabbricato che teneva tutta una strada e che, opportunamente diviso in quattro parti che erano non a contatto fra loro, si componeva di Collegio signorile vero e proprio, di 1° esternato dove venivano le signorine di Monza in istruzione, in 2° esternato per la bassa borghesia dove le alunne imparavano un poco di istruzione e molto cucito, e di 3° esternato dove erano ragazze povere, povere e raccolte per carità da mattina a sera, oltre che al pomeriggio festivo, le quali imparavano il cucito. 

Erano buone ragazze affezionate alle Suore. Ci invitavano alle loro recite e a noi pareva di andare in un altro mondo ad arrivare là in fondo, in fondo, dopo aver traversato tutto il fabbricato, una decina di cortili, il parco, l’ortaglia vastissima, le corti rustiche, piene di chicchirichì e di coccodè. E noi le invitavamo alle nostre recite e probabilmente anche a loro faceva l’effetto di andare in un altro mondo a venire nel nostro bellissimo Collegio fra ori, mosaici, pavimenti che erano specchi, arazzi, lampadari, ecc. ecc. 

Ma, per tornare al mio desiderio, le Suore non permisero che fossi Figlia dell’Addolorata. Sarei stata l’unica del Collegio e le singolarità erano sempre represse. Fui dunque Figlia di Maria. 

È di quel tempo il mio… dormire col Crocifisso. Avevamo un grande Crocifisso di ottone a capo del nostro lettino. Io avevo un vero trasporto per il mio Crocifisso. Lo tenevo lucido come l’oro a suon di energiche strofinate con la gomma da inchiostro e col mio grembiule di lana nera: unici… strumenti, atti a tenere lucido il metallo, che avessi a portata di mano. Il mio Gesù brillava come una gemma dalla spalliera del mio lettino. Sfido io! Con quelle strofinature così… profonde! Quelli delle mie compagne erano opachi, coperti di verderame, ma il mio… era bello come una croce da cardinale. 

Ma non mi bastava di lucidarlo. Trovavo sempre un fiorellino anche nei mesi più freddi, una fogliuzza d’edera magari, scavata sotto la neve che mi gelava le dita… Ah! ci voleva proprio un grande amore per Lui perché io mi spingessi fra la neve, che non potevo soffrire, e scavassi sotto la sua crosta per trovare un ramettino d’edera per la sua croce! Avevo trovato il modo di conservare freschi quei fioretti, quelle ramettine, tenendo legato alla sbarra del letto, sotto la croce, un astuccio da pennini con dentro una falda di ovatta bagnata d’acqua, e come stavo attenta che non si asciugasse!…

E poi c’era la notte… Non potevo vedere Gesù lassù, solo, mentre io stavo al caldo sotto le coperte e dormivo. Allora lo staccavo e me lo mettevo sul cuore con tanti baci e tante parolette innamorate e mi addormentavo così, felice di dormire con Gesù sul cuore, di scaldarlo sul mio cuore. 

Non so se le Suore se ne sono mai accorte. Loro non mi hanno mai detto nulla in proposito e io pure non dissi mai nulla… Erano i miei segreti convegni con Gesù!…

E così passavano i miei giorni di collegiale. 

Non pensi che l’amore, sempre crescente, per Gesù avesse spento in me la parte umana. No, per carità! La nostra umanità, con quanto essa ha di eredità da Adamo, io credo che muoia veramente tre giorni dopo noi stessi. È una gramigna che né fuoco, né zappa, né dente di pecorella estirpa mai completamente, e tagliata rinasce, strappata rigermina, arsa ripullula. Il più grande suo nemico è l’amore di Dio, ma nonostante questo essa non muore mai del tutto; qualche radica, qualche fittone restano sem­pre, restano sempre per tormentarci e per tenerci bassi, nella polvere, perché non ci si insuperbisca. 

Soffrivo ancora molto del modo di fare di mia mamma che continuava a non capire nulla di me. 

Soffrivo d’essere in condizioni di inferiorità presso le mie compagne che avevano un borsellino privato, tenuto è vero dalla Suora assistente ma dal quale potevano prelevare fondi per piccoli regali di belle immagini, di ricordi a suore e compagne, per beneficenza, per lotterie. 

Soffrivo a non avere quelle belle cartoline illustrate per la nostra posta, quelle belle cannucce e matite, e astucci di studio e di lavoro che le altre avevano. Sono piccole cose, ma fanno tanto soffrire quando si è nei collegi!

Soffrivo anche perché non ero in condizioni da imporre certe privazioni, ma erano dovute solo al volere materno che non pensava come esse fossero mortificanti per la sua creatura. 

Soffrivo perché nessuno veniva a trovarmi. Dei parenti che erano a Milano, causa gli attriti con mamma, nessuno. Dei parenti più lontani da Milano, nessuno. E nessun amico di famiglia perché mamma aveva detto che «non aveva piacere». Perciò vedevo le altre andare in parlatorio tutti i momenti ed io mai. Solo quando venivano i miei. Ogni quindici giorni fino alla malattia di babbo, e poi anche ogni due mesi…

Soffrivo perché non avevo la bella biancheria delle altre, perché, perché, perché… tanti piccoli perché che erano come le spinuzze dei fichi d’India. Non si vedono neppure ma dànno tanto tormento!

E poi… il grande dolore. Ah, no. Prima c’è un’altra pena. 

Avevo sofferto, indicibilmente, nel fare il confronto fra la mia povera giornata della Prima Comunione, sola con mamma, senza presenza di papà, e la Prima Comunione delle mie compagne in Collegio, così bella e commovente: le educande tutte bianche fra le altre in grigio, i papà, le mamme, i nonni, gli zii e tanti regali e tante tante cose… Come avevo sofferto a vedere, dietro la fila liliale delle comunicande, la fila dei papà che si comunicavano dopo le loro bambine… Bene. Lasciamolo lì se no ci piango ancora. È una freccia troppo aspra che si rigira in cuore…

E veniamo al grande dolore. 

Le ho detto come mio padre avesse sofferto per vedersi privato del suo brevetto di inventore. Le ho detto come soffrisse delle scene familiari che lo portavano a piangere come un bambino, il mio caro papà così buono e così virile nel dolore fisico e in tante altre cose, in tutte le cose meno che in questa. 

Ma finché la sua Maria era stata con lui, un balsamo medicava quel cuore così ingiustamente tormentato da colei che avrebbe dovuto avere per lui tanta riconoscenza. Anche io gli ero stata levata. E per amore della mia salute, non avendo la forza di allontanare il cognato addolorando la moglie, aveva ceduto. Però non ceduto al punto da rinunciare a me per le vacanze estive. E aveva sgomberato la casa dallo zio infermo, mandandolo nell’Ospedale di Bergamo dove poteva avere assistenza e contemporaneamente un impiego come bibliotecario e traduttore. 

Quante liti, quanti rimproveri e sgarbi e musonerie sarà costata a mio papà la sua fermezza nel liberare la casa dal cognato in modo che nel luglio 1909 io potessi tornare a casa mia? Solo Dio lo sa. Io ricordo di aver trovato papà smagrito, stanco, sciupato… Ma durante i tre mesi estivi si riprese. Io ero la sua vita e il suo conforto. 

Ebbe inizio l’anno scolastico 1909-1910. Natale, Pasqua… Papà era molto depresso. Si rianimava solo quando io ero con lui. Ma per quanto fossi poco più di una bimba, capivo che soffriva molto e sapevo anche dare il giusto nome a quel suo soffrire…

Ero tornata da poco in Collegio, dopo la Pasqua, ed ero sofferente per una caduta nella palestra di ginnastica, dove ero precipitata dall’alto delle sbarre di sospensione troppo grosse per la mia piccola mano e dove avevo riportato la distorsione di una caviglia e, quel che è peggio, una contusione spinale, la prima della serie, quando papà mi scrisse che partiva per Pinerolo per il corso d’istruzione della mitragliatrice, immessa nell’uso del nostro Esercito proprio quell’anno. E mi prometteva una visita al suo ritorno da Pinerolo. 

Io attendevo tranquilla. Sapevo che il corso d’istruzione sarebbe durato una ventina di giorni al massimo. Avevo perciò un termine quasi sicuro alla mia attesa. E stavo quieta. Mi stupivo soltanto che papà non mi scrivesse neppure una illustrata da Pinerolo. Mamma scriveva come al solito. 

Passò oltre un mese e non vidi venire nessuno. Né papà, né mamma. Scrissi lamentandomi di esser lasciata tanto tempo senza visite. Mi rispose mamma dandomi dei rimproveri per la mia insistenza. Papà nulla. E nulla sempre, mentre prima aggiungeva qualche parola alle lettere di mamma. 

Cominciai ad essere inquieta e triste. Qualcosa mi avvertiva, nel mio interno, che una sciagura mi era sopra… Piangevo spesso. Non giocavo più. Giocavo sempre poco, in verità. Quelle corse pazze, quei giuochi così frenetici nei quali le mie compagne espandevano la loro esuberante vivacità, non m’erano mai troppo piaciuti. Preferivo mettermi vicino alla Suora assistente e parlare, passeggiando, con lei. Ora poi non riuscivo più a giuocare per nulla. 

Le Suore erano ancor più buone con me e mi dicevano di pregare. Raccomandazione strana perché, come le ho detto, non sforzavano mai le anime. 

Passò tutto maggio e tutto giugno così. Venne il 10 luglio, giorno di uscita per le vacanze estive. All’accademia finale, che allora si teneva in quel giorno — dopo fu spostata in altro periodo — non venne mamma e non venne papà. Vennero mia zia Angela e sua figlia. Ebbi così, finalmente, la triste spiegazione di quel modo di fare che mi aveva tanto crucciata. Papà era stato per due mesi fra morte e vita, e solo un miracolo di Dio aveva impedito la sua morte prematura, perché aveva allora 47 anni. Ora cominciava a migliorare…

La Superiora mi fece mille raccomandazioni di essere ancor più quieta del solito e buona, buona, buona per aiutare così papà a guarire. 

Seppi poi, molto tempo dopo, che la Superiora aveva chiesto a mamma se riteneva opportuno che una suora mi accompagnasse a casa, nei momenti più tremendi della malattia, quando, a detta dei medici, mio padre era alle soglie dell’eternità. Il male non essendo contagioso — una encefalite data da eccesso di lavoro mentale, dissero i medici, ma in realtà vi erano molti eccessi che lo avevano stroncato, quel troppo buono — io avrei potuto benissimo essere tenuta presso il malato. Mia mamma opinò, sola contro il parere di tutti, che io non tornassi in famiglia… Dio non lo ha permesso, ma mio papà avrebbe potuto morire ed essere sepolto senza che io, sua unica figlia, di ormai tredici anni, fossi presente, peggio: lo sapessi neppure. Mia mamma si caricò di tale responsabilità che non le avrei mai perdonata, senza riflettere che la morte di un padre è sacra ai figli suoi. 

Era destino che non vedessi mio padre nell’ora della morte… Ma è bene che non parli per ora di questo. Sarebbe troppo dolore, e quello di cui già parlo è tanto dolore che mi stringe il cuore in una morsa. 

In treno zia Angela e zia Emilia (era mia cugina, ma dato che era tanto più vecchia di me l’avevo sempre chiamata zia) mi raccontarono che il povero papà mio era stato tanto male e che l’avrei visto molto cambiato. 

Infatti… Avevo lasciato a Pasqua un uomo nel vigore della sua bella virilità, nel fascino della sua bella intelligenza, solo un poco stanco, preoccupato, triste per le pene intime che nella sua bontà non sapeva stroncare… Vidi un povero essere invecchiato, scarno, e soprattutto vidi, lo capii subito, una mente finita. Era un rudere mio papà ormai. Un povero grande bambino…

Non che fosse ebete. No, questo no. Ma tornato come può essere un ragazzo… Facile ad essere dominato, facile a cedere su tutto, incapace di imporsi anche per quel minimo che anche il più buono usa in famiglia. Un cervello anchilosato, tardo, abulico. Una rovina. 

Ecco cosa fece mia madre col mettermi in Collegio per fare posto al fratello, per non avermi fra i piedi. Mi ha derubata delle ultime carezze intelligenti di mio padre…

Papà, da allora in poi, mi ha ancora amata, ma ora ero io che dovevo proteggere lui, io che lo dovevo aiutare nelle sue piccole marachelle che gli avrebbero attirato i più acerbi rimproveri di mamma, io che lo dovevo consolare quando piangeva, e piangeva tanto perché diceva: «Sono un uomo finito e mamma me lo fa capire». 

Ah! Padre, Padre! Sa cosa vuol dire questo per una figlia? Sa che calice amaro avere sempre davanti la visione della rovina del genitore amato e doversi dire: «Non hai più nessuno con cui confidarti, a cui chiedere aiuto. Diventi donna, ma papà non ti saprà consigliare nelle trepide ore del primo amore; avrai lotte da superare contro l’egoismo materno, ma papà non ti potrà più difendere»? È stata una amarezza che solo Dio ha conosciuta nel suo pieno valore. Vedere papà osservato dagli estranei per certe lacune intellettive che trasparivano dai suoi atti. Avrei voluto avere la potenza di un dio perché non si vedesse che era menomato. 

Andammo a passare le vacanze nell’alto Biellese, ad Andorno, vicino a Oropa. I posti erano belli; per quanto io preferisca il mare alla montagna, mi piacquero. Ma ormai su tutto era steso per me un velo di pianto e di avvilimento perché il vedere papà così era per me uno strazio senza tregua. Strazio che, naturalmente, mamma ha sempre negato che io abbia provato, ma Dio lo sa. E poi mi accorgevo anche che ormai ero in completa balìa di mia mamma… e perciò…

Ricordo ancora quel giorno che, scivolando sul primo scalino di una ripida scala di granito, arrivai fino in fondo rimbalzando le vertebre da gradino a gradino. Dopo la caduta fatta in Collegio ero rimasta con le gambe deboli; ero perciò facile a cadere. Forse da allora avrei dovuto essere curata nella colonna vertebrale. Ma chi ci pensò? Dunque ruzzolai tutta una scala e mi contusi profondamente tutte le vertebre seminude sotto il leggero abito estivo. Ma venni picchiata perché avevo rotto un oggetto che tenevo fra le mani quando caddi. 

Non mi sono più liberata dai dolori spinali, e quando mi curvavo per qualche motivo dovevo essere poi aiutata a raddrizzarmi. Ma mia mamma diceva che erano tutte storie e esagerazioni. 

Furono vacanze ben tristi. Tornai in Collegio accasciata. E fu anche l’anno in cui dovetti fare le Tecniche…

In questo tempo inoltre cominciai a soffrire di quelle premonizioni di cui le ho detto a voce. Nel sonno interi avvenimenti futuri mi si svolgevano davanti alla mente con una acutezza di particolari che era uno spasimo. 

Ricordo un episodio. Era la fine del 1910. Dunque nessuna guerra era nel mondo, neppure la guerra italo-turca, inizio, se si osserva bene, di tutto il rosario di guerre future che da oltre un trentennio insanguinano la terra. Io continuavo a sognare la guerra. Vedevo le battaglie, il fumo degli scoppi, le lotte a corpo a corpo, il cadere degli uomini… Una notte vidi chiaramente una carica di ulani austriaci per le vie di una cittadina che sapevo (nel sogno) essere una città di secondo ordine del Veneto. Vedevo i nemici sciabolare dall’alto dei loro cavalli i nostri soldati che cercavano arginare l’avanzata, e un giovane ufficiale dei nostri abbattersi con la fronte spaccata da una palla… Mi svegliai con un urlo e alle suore accorse dissi: «La guerra, la guerra! Gli austriaci in Italia!».

Combinazione volle che lo stesso giorno, alla lezione di italiano, proprio io fossi chiamata a leggere un brano di G. C. Abba sulla battaglia di Novara. Quel racconto, identico a quanto avevo visto in sogno, mi scosse al punto che mi strozzò la parola in gola e mi fece prorompere in un grande pianto. 

Io sapevo ormai che la guerra sarebbe venuta e che l’Italia mia avrebbe conosciuto il tallone del nemico nelle sue contrade. E così per molte cose. 

Ho tanto pregato perché il buon Dio mi levasse questo dono che per me è un tormento. Ma non sono mai stata ascoltata e a tutte le mie croci si è unita anche questa. Pazienza!

Passò così anche l’anno scolastico 1910-1911 terminato con quella solenne bocciatura che le ho già descritta. 

Io soffrivo molto per le reni che dolevano sempre; io credevo fossero le reni, invece era la colonna vertebrale. E poi soffrivo moralmente. Tanto. Ma per il morale non c’era rimedio. Era il mio destino che soffrissi. Per le sofferenze fisiche si sarebbe potuto rimediare. E la mia buona Superiora, vedendomi tanto sciupata al mio ritorno per gli esami di riparazione, suggerì a mia madre di farmi fare una visita medica. Avevamo il medico del Collegio, molto bravo. Ma mamma volle che mi visitasse il cugino della Superiora, quello che aveva decretato che mio zio era tubercoloso (?!). Ma per mia mamma era un’aquila medica perché aveva curato lei durante il suo male di fegato e l’aveva guarita. 

La Superiora si arrese al desiderio di mamma e venne questo medico. Il quale, lo facesse per asineria o lo facesse per partito preso di dare ragione a mia mamma che diceva che io non avevo nulla se no sarei stata più pallida e più magra, dopo avermi visitata e girata in tutti i sensi, disse che ero malata solo di malavoglia e che era una vergogna che io addolorassi con dei mali immaginari mia mamma che, poverina, era già tanto crucciata per causa di papà!

Benissimo! E così qualche suora credette che io mentissi o esagerassi. Purtroppo si vede ora se mentivo! Il colore è ancora sulle mie guance dopo dieci anni di letto e di continuo acerbo soffrire, senza contare tutti gli anni precedenti in cui mi trascinavo a fatica. Scarna non sono neppure ora, nonostante le febbri continue, il soffrire, il poco cibo, i miei cinque grossi mali e gli altri mali meno grossi. Se Dio mi vuole conservare così, che ci posso fare io? E un medico deve basarsi sull’apparenza, ingannevole sempre, e non sui dati di fatto che risultano da una visita, quando non si è un somarello?

Ma insomma a me le cose andarono così. Per fortuna la Superiora era non solo intelligente ma anche ben pratica di malati e malattie, perché aveva diretto per molti anni l’Ospedale Ciceri di Milano ed era passata da noi solo quando si era ammalata di cuore nella fatica snervante di dirigere quel nosocomio. Perciò credette più a me che al cugino e mi difese presso mia madre. Non solo, ma fu piena di cure per me. 

Doveva essere quello il mio ultimo anno di Collegio perché facevo ormai il corso perfettivo. Ma le Suore ottennero allora di farmi fare tutto il programma di materie classiche. Avevo tanto pregato, con l’aiuto delle Suore, mamma in tal senso che dovette cedere. 

Come fui felice di vedere prolungato il mio soggiorno di un anno! Lo studio, checché ne dicesse quel medico, era la mia passione. Altro che malanni immaginari per non studiare! Se mai ne avrei inventati per continuare a studiare. Il brutto era che il dolore c’era proprio, e tormentoso. Quando nei lavatoi mi curvavo per lavarmi, dovevo chiedere a una compagna di aiutarmi a rimettermi diritta perché non ci riuscivo dal dolore che avevo a mezza schiena. 

Senza la spina di papà in cuore — tanto più spina perché era scoppiata il 5 ottobre la guerra italo-turca e temevo sempre che papà dovesse partire per l’Africa, cosa pericolosa nel suo stato — e senza quel dolore spinale sarei stata felice, perché le soddisfazioni che lo studio mi procurava erano continue e si sa… un poco di orgoglietto c’è sempre…

Intanto finì anche l’anno scolastico 1911-1912 e venne avanti quello 1912-1913, che doveva essere e che purtroppo fu il mio ultimo anno di collegiale. Sento il bisogno di dedicare ad esso un capitolo speciale, perché in questo anno un altro anello della catena che mi univa a Gesù fu ribadito dal nostro mutuo amore.