Autobiografia

12. “Ti benedico, o Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate agli umili”


Lei, Padre, potrebbe essere tentato di credere che il cuore di questa sua figlia spirituale avesse per sempre trovato la sua via nell’amore di Dio, in una forma di amore tutta generosità, è vero, ma anche tutta… come dire? Non è tranquillità che va detto, come non è sicurezza che sarei stata una pura amante alla quale sempre sconosciuti dovevano essere i tentacoli di certi mostri… Non è così. 

Fino al novembre 1912 io pure credevo fermamente che io avrei amato sempre Dio con la stessa candida fiducia della mia amica santa: Suor Teresa del Bambino Gesù. Convinta che il tempo eroico delle catacombe era da secoli terminato e ben lungi dal pensare che dopo venti secoli di cristianesimo questa nostra Europa avrebbe rivisto le grandi persecuzioni che noi in realtà vediamo (Russia, Spagna, ecc. ecc. ) pensavo con santa invidia alle dolci martiri dei primi secoli, ma mi dicevo che, per mio conto, avrei potuto amare Iddio solo attraverso la dottrina della dolce Carmelitana francese. Confidenza, abbandono, generosità nelle piccole cose di ogni ora, intrecciate ad una candidezza angelica: ecco quel che credevo avesse ad essere la mia vita in Cristo. 

Ma vennero, come tutti gli anni ai primi di novembre, i giorni dei santi Esercizi. 

Anche qui le reazioni fra noi educande erano ben diverse. In certune essi suscitavano solo una grande noia, un grande nervosismo. Capirà: dovere tacere, sempre tacere per cinque giorni, e pregare, e ascoltare quattro prediche al dì… Le più svagate e birichine ne avevano nausea per non dire terrore. 

Altre, sentimentali ad oltranza, entravano in questo ritiro con… le stesse disposizioni di un fachiro o di un fanatico. Si mettevano «in trance» — mi perdoni il paragone — e si esaltavano in un misticismo di maniera che le spingeva a penitenze e a fervori degni degli antichi anacoreti o delle prime sepolte vive!…Penitenze e fervori che, ad Esercizi finiti, si sgonfiavano come un palloncino bucato e risbucava fuori la vera natura della pseudo-fervorosa: ossia una natura indifferente a Dio e molto attaccata al mondo. 

Altre ancora vi entravano con semplicità, senza… estasi anticipate e senza nausee anticipate. Vi entravano per dovere e si rimettevano a Dio perché le aiutasse a capirlo… In queste anime semplici ed equilibrate Dio lavorava con piena libertà e la grazia del Signore metteva radici durature nel cuore che si protendeva a riceverla. 

Altre, anime elette per dono gratuito di Dio, veri fiori di mistica aiuola, al primo annuncio degli Esercizi prossimi si illuminavano di vera gioia spirituale e la loro anima si apriva tutta, come candido giglio, per accogliere in sé la parola di Dio ed esserne fecondata. Si distinguevano, queste creature di grazia, dal volto luminoso, bello per interna luce anche se il profilo non era tale da esser preso a modello da un artista, si distinguevano per una gentilezza tutta speciale di sguardi, di parole, di atti, per una pace costante e per una costante ubbidienza. Erano, naturalmente, le eccezioni. 

Io non ero certo fra esse. Come le ho detto, in cinque anni non fui mai punita, perché feci sempre il mio dovere. Ma lo facevo per un fine di bene umano: per amore delle mie Suore, per fare contento papà ed evitare i rabbuffi di mamma. Queste creature eccezionali invece lo facevano unicamente per piacere a Gesù. 

Io a Gesù volevo molto bene e anelavo a volergliene sempre di più. Ma ero ancora molto lontana dall’agire unicamente per fine soprannaturale. Volevo bene a Gesù perché sentivo che Egli me ne voleva del bene. Lo amavo dunque in maniera ancora umana. Non avevo ancora fatto mio il detto del Padre mio serafico S. Francesco d’Assisi: «Veramente beato colui che ama e non desidera essere riamato». 

Quando si giunge ad amare per amare, senza calcolo di sorta, senza pretendere ricambio di gioia sensibile, quando, anzi, tanto più si ama quanto più, in apparenza, siamo trascurati, dimenticati, maltrattati dall’amato, allora si tocca il vertice dell’amore e, toccando il vertice, si raggiunge la beatitudine. Io avevo ancora da camminare tanto per raggiungere questo vertice!…

Io appartenevo alla penultima categoria. Forse ero sul confine fra l’ultima e la penultima, perché già mi facevo una gioia del pensiero di vivere cinque giorni occupandomi unicamente del­l’anima mia. Ma occuparsi dell’anima propria, unicamente di questa, non è ancora amore perfetto. È egoismo, santo se si vuole, ma sempre egoismo. 

Il nostro Maestro divino ha con la sua parola confermato la Legge e ribadito il concetto e il comando che già da secoli erano i supremi fra i comandi di Dio. «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, la tua anima e la tua mente, e ama il prossimo tuo come te stesso». Dunque bisogna amare non solo e unicamente noi stessi e la nostra anima, perché amare ciò che è nostro è sempre egoismo anche se è un egoismo buono. Ma occorre amare il prossimo come noi stessi, ossia adoperarci per lui per aiutarlo nel bene, nei bisogni di tutta la sua vita: fisici, morali, spirituali; amarlo nel sacrificio e nella preghiera perché la sua anima cresca in Dio, o lo ritrovi se l’ha perduto, e perché Dio si curvi pietoso sui fratelli nostri che hanno bisogno di tante cose e non sanno forse pregare il Padre in modo da far sì che Egli, ai suoi figli che gli chiedono un dono buono, lo possa rifiutare. 

Questo è il secondo gradino della scala che porta a Dio. Ma il terzo è amare il Signore con tutti noi stessi. Amarlo disinteressatamente per dargli lode e gioia poiché la sua gioia è l’essere amato dai suoi figli. 

Io penso che alle piccole anime, solo grandi nella generosità e nell’amore — ma già l’amore è sempre generoso — le quali amano il loro prossimo perfettamente, ossia come, anzi più ancora di quanto non si amino loro stesse, e che amano Dio di un amore perfetto, per quanto può essere perfetto quanto è umano ancora, di un amore perciò che è libero da ogni calcolo, da ogni retropensiero, da ogni timore (nel senso di timore del castigo che verrebbe se non si amasse), di un amore che tutto accetta e tutto dona senza riserve, che resta amore anche quando dall’alto dei cieli paiono piovere, come folgori su folgori, le pene più svariate, che anzi, sotto il grandinare delle croci, sempre più si irrobustisce, fiorisce, fiammeggia, io penso che Dio, a queste piccole anime, conceda la indulgenza plenaria dell’amore, la più grande di tutte: quella che è il quarto dei battesimi, l’ultimo dei battesimi, dopo quello di acqua, di sangue, di desiderio; il quarto e perpetuo nei suoi effetti, perché rende la nostra stola nuovamente immacolata per essere stata imbevuta nella dottrina più alta del Maestro e purificata dalle fiamme della carità. 

Forse la mia teoria sarà poco ortodossa, ma io la penso così e per mio conto — dato che non credo di poter avere altra sorgente di purificazione avendo molto peccato dopo il battesimo e non avendo altri mezzi per cancellare dopo la colpa con la con- fessione anche i reliquati della colpa passata — mi tuffo tutta nell’amore. Esso deve sostituire per me il Purgatorio che ho mille volte meritato. E creda pure che, se è dolcezza infinita, l’amore è anche martirio…

Il Sangue di Cristo e la Carità: ecco le mie due sorgenti in cui lavo, nella prima, e ridò, con la seconda, candore alla povera anima mia. L’amore deve essere la mia ragione di esistere, il motore di ogni mia azione, la mia giustificazione davanti al Padre, la mia gloria per l’eternità. 

Ma dove sono andata a finire? Molto lontano… Dipende che, sotto le strette di molte ritorte, che mi serrano da ogni parte tormentosamente, sono in gioia. Sento l’Amico divino che mi abbraccia e sorregge, e la mia povera persona si posa su di Lui che la conforta a soffrire ancora un poco per godere poi in eterno, nel suo prossimo giorno di liberazione… E questo abbraccio è così inebriante che mi spinge a dar libertà di canto alla mia anima che l’amore gonfia di sé…

Torniamo però agli Esercizi del 1912. 

Io ero dunque a confine fra la categoria delle anime semplici e quella delle anime elette, e mi piacevano molto quei giorni di Esercizi spirituali nei quali sentivo più vicino Dio, Maestro mio. 

Tutti gli anni erano venuti dei veri maestri di pietà a tenerceli, fra i quali un sacerdote, Don Corradi, morto poi in concetto di santità. Due volte furono tenuti da S. E. Monsignor Cazzani, allora vescovo di Cesena, ora vescovo di Cremona. Pastore dalla religiosità profonda e nello stesso tempo semplice, di una semplicità veramente evangelica, egli sapeva parlare alle nostre anime con parole che restavano incise nel cuore anche per molto tempo dopo essere state udite. Quell’anno, il 1912, gli Esercizi furono tenuti da questo santo Vescovo.

Io sapevo che sarebbero stati gli ultimi Esercizi, perché mamma era inesorabile circa la mia uscita in febbraio dal Collegio. Papà aveva chiesto improvvisamente di essere posto in pensione perché capiva di non poter resistere più al lavoro mentale dopo quella tremenda malattia. I primi tempi si era illuso, povero papà, di poter essere il Valtorta di prima, ma terminata la lunghissima licenza di convalescenza di quasi un anno si era accorto che era «finito». Aveva tenuto duro qualche mese e poi a settembre si era congedato. Si doveva perciò col marzo andare a Firenze dove mamma, d’accordo coi medici, aveva deciso di stabilirsi. Io sarei rimasta in Collegio fino agli ultimi di febbraio 1913 e poi sarei tornata in famiglia. 

Le Suore, veramente, dato che sapevano che a giugno i miei avrebbero dovuto tornare a Voghera per la liquidazione finale degli interessi di papà, avevano chiesto che io rimanessi fino a giugno… Mi vedevano così triste all’idea di lasciare il Collegio… e lo ero triste. Sentivo che andavo incontro alla lotta, al dolore e… non avrei mai voluto lasciare quel nido di pace; il mio povero cuore, presago del futuro che lo attendeva, così martoriante, tremava di paura e di dolore… Ma mamma aveva deciso e quando ella ha deciso, caschi il mondo in rovina, non si cambia decisione. 

Io dunque sapevo che erano quelli i miei ultimi Esercizi spirituali. Vi entrai con ancora maggior zelo, volendo da essi trarre un frutto duraturo per tutta la mia prossima vita nel mondo e un programma per quella mia prossima vita. Un programma al quale giuravo di esser fedele. Ero sempre quella della parola di onore!… Vi entrai pregando fervorosamente il buon Dio di incidere in me, per sempre, quei giorni di unione con Lui. Ed Egli, il mio caro Gesù, lo fece. 

Scese in me col Padre e collo Spirito portando ognuno i loro doni alla piccola Maria che doveva ormai andare incontro a sempre più grandi prove e a sempre più grandi pene. Il Padre entrò dando all’anima giovinetta la visione della sua Maestà, della sua Potenza; il Figlio portò seco tutti i tesori della sua Misericordia e della sua Sapienza; lo Spirito Santo tutte le sue luci e le sue fiamme di Carità. 

E questo non perché io me lo meritassi. Oh! stia ben tranquillo che non insuperbisco credendomi degna di tanto. So benissimo quel che valgo, e so che è unicamente la immensa bontà di Dio che può produrre certe fusioni dell’anima mia con la Divinità, certe dimore della Divinità in me e mie in Lei. Se Dio misurasse quel che valgo non farebbe tali prodigi. Ma non le ho già detto che io sono convinta che Dio non è un matematico, un calcolatore, ma un idealista e un poeta? Guai a noi se tenesse dei registri di ragioneria… Chissà dove andremmo tutti a finire! Non insuperbisco. Celebro solo le bontà del Signore in me perché questo mi pare sia un dovuto omaggio di riconoscenza. 

Io avevo chiesto a Dio di incidere indelebilmente quei giorni in me perché mi fossero come rotaia per tutta la vita, rotaia sicura per non deragliare o andare fuori via su sentieri che si dipartivano dalla strada regale per perdersi in viottoli molto pericolosi, finenti in un groviglio di liane che avrebbero impedito il mio andare, o peggio in una palude dove sarei affogata. E il Signore, come dice S. Caterina da Siena, siccome è Colui che mette in cuore i santi desideri, così mai non tralascia di secondarli subito. Perciò secondò subito il desiderio che Lui stesso aveva messo in me. 

Sono vissuta in quei giorni veramente nella luce. Una luce che mi illuminò tutto: passato, presente, futuro; una luce che mi spiegò tutto; una luce che mi accese tutta; una luce che mi fece capire, nel senso più profondo della parola, quale doveva essere la mia vita in Dio, in rapporto a Dio, voluta da Dio perché io conquistassi il regno di Dio. 

Il mistico belga che io amo tanto, perché lo capisco tanto, dice: «Il Padre nostro che è nei cieli è il Padre delle luci; è Colui che vuole che si veda». Per vedere «occorre un’anima disciplinata e preparata all’esercizio pratico della verità e della giustizia, e questa pratica deve aiutare l’anima e non pesarle sopra. È atto a ciò chi non è schiavo di nulla, neppure delle sue virtù. Occorre aderire inoltre a Dio con l’attività dell’amore: l’ardore che brucia apre lo spirito. Occorre infine perdersi nella tenebra sacra dove il Gaudio libera l’uomo da sé stesso, e non più ritrovarsi al modo degli uomini. Nell’abisso della Tenebra, dove l’amore dà il fuoco mortale, io vedo germogliare la vita eterna e la manifestazione di Dio. Là nasce e brilla una certa luce incomprensibile, che illumina la vita eterna, e noi cominciamo a capire qualche cosa». 

Io possedevo, per dono gratuito di Dio — a Lui sia data tutta la lode — un’anima disciplinata e preparata all’esercizio della verità e della giustizia. Sì, devo riconoscere che ho sempre cercato di vivere nella verità e nella giustizia, di sempre più conoscere la vera essenza della verità e della giustizia e di conformare la mia vita a questo conoscimento. 

Il Maestro, il mio unico Maestro, mi istruiva in ciò perché, ripeto, tutto quanto è fiorito in me è sempre stato unicamente seminato da Lui, e le parole degli uomini di Dio rimanevano in me spente, come lampada senza olio, finché il mio Dottore divino non metteva Sé, olio di nutrimento sublime, ad alimentare la mia lampada. Solo allora io vedevo il senso vero di quelle parole udite e non comprese. Egli mi aveva dunque già istruita sulla necessità di vivere molto nella «cella mentale», come dice la Santa senese, per conoscere ed amare «la ricchezza della luce» e «dissolvere la povertà delle tenebre». Così vivendo in un raccoglimento attento si riesce «a lavorare con la verità che abbiamo dentro di noi». 

Questo conoscimento della verità e della giustizia, che sempre più cresceva in me, non m’era peso sull’anima ma ala per sentire meno la gravezza della carne. Della quale carne, per allora, sentivo ben poco lo stimolo. Sapevo, unicamente per amore di Cristo, dimenticare me stessa, affrancarmi da me stessa, da tutto, anche dalle mie stesse virtù che capivo essere non mie ma di Dio, affrancarmi anche da «quella tenerezza di noi medesimi che», sempre secondo Caterina, «altro non è che amor sensitivo, il quale amor sensitivo ostacola la Verità e le impedisce di riempire il cuore portando in luogo della Verità l’amore disordinato che altro non è che amor proprio». 

Perciò non ero schiava neanche delle mie virtù. Molto più tardi ho, sempre secondo il consiglio della Mistica domenicana, «saputo armarmi della mia sensualità» per farmene uno strumento di vittoria, «poiché chi non ha battaglia non ha vittoria ed è nel tempo della battaglia che l’uomo ha modo di levarsi dal­l’inerzia e anche di conoscere la debolezza e la fragilità della passione sua sensitiva». Utile conoscimento questo per rimanere umili…

Aderivo a Dio con l’attività dell’amore, oh! questo sì. Egli era il mio amore, il mio Amore anzi, ché nulla era più completo di questo sentimento per Lui nella forma che potevo dargli allora, giovane come ero. Il mio spirito poteva perciò aprirsi a comprendere sempre più la Verità e la Giustizia. E, per quanto lo potessi allora con la mia capacità di giovinetta, sapevo già perdermi in questo amore, abbandonarmici tutta, annullare me per far vivere Lui solo, sentendomi spaesata, straniera nel mondo che non l’ama e non vive di Lui: un controsenso dal punto di vista umano, come sono dei controsensi tutti coloro che fanno Dio unico scopo della loro esistenza. 

Perciò Dio, in questa mia vigilia di entrata nel mondo che mi spauriva tanto, presaga come ero di quanto soffrire avrei trovato in esso, manifestò chiaramente Sé stesso sprigionando la sua Luce, ed io cominciai a capire qualche cosa. Quel tanto che mi bastasse per allora a darmi la prima nota del canto che avrei dovuto cantare sulla mia croce, la prima parola del mio atto di offerta, il primo colpo di pollice nella creta molle della mia anima per foggiarla secondo la forma che Dio aveva scelta per me: una forma di crocifissa ben alta fra terra e cielo e bene inchiodata!

Dirle ora, dopo oltre trent’anni, tutto quanto Dio mi disse, sarebbe impossibile. Un’ampolla preziosa che ha conservato nel suo interno le essenze più fini di mille fiori, una volta che rimane vuota di esse non può più dire all’olfatto dell’uomo: «Qui era una molecola d’olio di rose e là una di olio di garofano; qua erano condensate le lacrime odorose di mille violette e più giù era l’anima candida di cento mughetti». No. Non si possono più dividere i diversi aromi. Ma l’olfatto nostro sente un’unica tenace soavissima fragranza in cui palpitano le parti spiritali di tutti i fiori dei giardini terrestri. 

Così io, curvandomi sull’anima mia, mistico vasello in cui in quei giorni scesero piogge di fiori celesti, non posso più sceverare i singoli effluvi, ora acuti ed eroici, ora miti e penitenti, ora esilaranti come un vino, ora pacificanti come un balsamo. No: sento solo una fragranza persistente che vento umano, per violento che fosse, non riuscì mai a disperdere e che è la fragranza di Dio, del nostro Dio, del Signore nostro Gesù. 

Però una parola è rimasta nitida in me. Una parola, meglio una frase che compresi subito sarebbe stata quella che avevo chiesta con umiltà e fiducia. La frase-programma, la frase-guida, la frase-monito di tutta la mia vita futura. 

«Anima che mi ami», disse Gesù, «deponi il desiderio di amarmi come Agnese e Cecilia, come Agata e Lucia. Tu non sarai l’a­more innocente. Sarai l’amore penitente. Non le vergini incontaminate, passate nel mondo quasi non per merito dei loro piedi, ma portate dagli angeli in volo, onde il fango della vita neppur sfiorasse la loro stola, saranno le tue guide, ma le creature che conobbero il morso del male, che mordettero la polvere in ora di crollo morale, che spasimarono per la creatura perdendo di vista il Creatore e che poi seppero risorgere e rinascere con un’anima nuova formata di pentimento e di amore, elevandosi tant’alto nella vita dello spirito da riacquistare una fulgidezza non minore a quella dei puri per grazia di Dio e certo più meritoria perché dolorosa, faticosa oltre ogni modo a conquistarsi». 

Sì. Se è bella la palma dei martiri che seppero confessare Cristo davanti ai nemici di Cristo, non meno bella è quella fronda che infiora le braccia di coloro che confessarono Cristo non solo davanti ai nemici — e in un attimo solo di martirio, fra le contingenze che aiutano a questa eroica professione di fede, non dissimili a quelle che fra scoppi di cannoni, squilli di trombe e gridi di vittoria spingono il combattente a portare più oltre la sua bandiera per confessare il suo amore per la Patria — ma davanti a sé stessi, al loro io passionale, bestiale, sempre risorgente ad ogni ora, guatante gli attimi di distrazione, di stanchezza, di debolezza per sopraffare la creatura che ha saputo metterlo sotto i suoi piedi. 

Che lotta segreta, oscura, non confortata da nessun coefficiente è mai questa di creature che avendo conosciuto il senso umano devono ripudiarlo, vogliono ripudiarlo perché ormai assorbite, con la parte migliore — quella dello spirito — in un ideale di redenzione e di amore! Solo gli angeli di Dio la vedono. Solo loro guardano con compassione e con ammirazione la creatura che suda sangue nella sua rude battaglia contro sé stessa. Solo loro noverano i suoi lamenti, le sue lacrime, i suoi singhiozzi; solo loro vedono lo sforzo sovrumano che tende le midolle dei nervi fino a spezzarle, che stritola le fibre, spezza il cuore come può fare un torchio, una macina, una mola di frantoio. Solo loro vedono l’incenerimento, meglio lo scioglimento di tutta una personalità che sotto il fuoco del pentimento e dell’amore si strugge e ribolle come metallo nel forno fusorio, depurandosi di tutte le scorie e tornando alla luce come blocco incorruttibile che nessuna vena scadente contamina e nessuna ruggine può più intaccare. 

Solo gli angeli vedono questo… No. Anche Dio lo vede. Lo vede anzi con una perfezione quale la vista angelica non può ave­re. 

E scende allora Dio; presso questa sua creatura che l’amore ha riplasmata e il pentimento ha spronata ad altezze sublimi di immolazione, Egli prende la sua dimora, anzi fa di Sé dimora dell’anima pentita e amante, raccoglie tutte le lacrime di lei mettendole nel calice del suo stesso Cuore, scrive tutti i suoi olocausti nel gran Libro della vita, infonde continua vitalità per perpetuare quell’esistenza che l’immolazione distruggerebbe in breve ora, e quando tanto di lei si innamora, poiché la sua umiltà dolorosa e la sua generosità riparatrice lo affascinano, da guardarla come la sua perla più cara, allora la issa sulla sua stessa Croce, su quel trono grondante del suo Sangue, e la fa corredentrice seco Lui dell’umanità sprofondata nel senso e nel peccato. 

Di tutte quelle prediche udite in quei giorni e capite, per grazia di Dio, come mai avevo capito fino allora, una fu quella che come a Saulo sulla via di Damasco fu folgorazione dell’anima mia. E fu quella su Maria Maddalena. 

Lei dirà: «Ma che idea quel vescovo! Parlare di quella creatura a delle giovinette!». Lo spirito del Signore soffia dove e come vuole. 

Le Suore, le compagne, io stessa, sul primo, rimanemmo tutte un poco stupite quando Sua Eccellenza, dal piccolo pulpito elevato presso l’altare, pregò le Suore di fare uscire tutte le educande fuor che le grandi, perché voleva parlare solo a loro. E ancora più stupite rimanemmo quando udimmo che egli ci voleva parlare della Maddalena. Non conoscevamo, allora, tutta l’esten­sione della vita di questa donna avanti la sua conversione. Ma quel poco che ne sapevamo era assai per farci sbarrare gli occhi e drizzare gli orecchi per lo stupore e per meglio udire…

Non so che effetto fece alle altre quella predica, sublime, perché Monsignor Cazzani, che era ed è un grande oratore sacro, toccò quel giorno le vette dell’eloquenza. Per mio conto penso che Dio volle che io udissi quelle parole e che le fece dire perché io le udissi. 

Padre Didon dice, parlando di Maria Maddalena: «Niente è più potente su un’anima accasciata dal peso dei suoi falli che la mansuetudine che compatisce e la voce che perdona… Che cosa passò nel cuore della Maddalena? Noi lo ignoriamo. Un giorno i suoi occhi si aprirono ed ella riconobbe in Gesù il Salvatore che perdona. Quel giorno ella non esitò. Simili nature non si arrestano mai a mezza via; la loro grandezza è di andare sempre, nel bene o nel male, all’estremo di loro stesse. Colui che ama non ragiona: egli ubbidisce come schiavo al sentimento che lo soggioga…. Rimettere i peccati non appartiene che a Dio. La fede in Dio solamente salva le anime perdute e non è potere dell’uomo di dare il perdono e la pace. Gesù dice queste cose e le compie. Quelli che le hanno sentite e esperimentate, come la Maddalena, nel segreto della loro coscienza le comprendono… D’ora in poi il peccatore può avere della fiducia; la sua miseria non è più senza speranza. Il male ha trovato un maestro; per vincerlo basta che l’uomo creda e si penta, pianga ed ami. Per in basso che sia caduto gli restano ancora la fede e le lacrime. Che egli imiti la peccatrice e venga a piangere ai piedi di Cristo. Delle legioni d’anime si sono alzate dall’ignominia seguendo la peccatrice di Magdala. Ella apre la via e conduce il corteo dei convertiti e dei riabilitati; ella personifica l’umanità perduta nel vizio che ha trovato ai piedi di Gesù il Dio che essa doveva amare e il cui amore la trasfigura donandogli la misericordia e la pace». 

Io non sono scesa dove è scesa la Maddalena, per grazia di Dio. Ma mi sono smarrita dietro tanta chimera umana. Glielo farò vedere. Il Cristo, al quale avevo giurato amore, era stato trascurato da me e, se non ero giunta a rinnegarlo come Pietro in un’ora di paura, avevo certo fatto come gli invitati al festino di nozze, che non vi andarono, distratti come erano dietro ai loro affari…

Ho peccato, sì, mio Dio, ho peccato. Se non materialmente, col desiderio e tanto, e Tu, Maestro mio, mi hai detto: «Il male non basta non farlo. Bisogna non desiderare di farlo». Io ho desiderato di fare il male e così ho conficcato altre spine nel tuo capo e spremuto altre lacrime ai tuoi occhi…

Poi ti ho incontrato di nuovo e Tu mi hai guardata… e non mi hai condannata. Non hai avuto una parola di rimprovero per le mie colpe… Solo mi hai guardata… e più di ogni parola è stato per me richiamo che salva il tuo sguardo. 

Allora sono venuta a Te per sempre, mettendomi sulla scia delle anime pentite che hanno ritrovato nella penitenza e nel­l’amore la veste delle nozze, purificata nel sangue tuo e nel nostro pianto, il cui primo piovere sui tuoi santi piedi è venuto dagli occhi della Maddalena, colei che è la nostra maestra nella via della redenzione, nella scuola dell’amore e del pentimento, colei che è per noi fonte di speranza perché a lei, che molto amò, furono rimessi tutti i peccati, e se noi ameremo molto ci saranno rimessi i nostri peccati. 

Le caste e ardenti lacrime della peccatrice convertita, le sue adorazioni senza parole che le fanno dimenticare il tempo che scorre e le necessità della vita umana — e Tu, Maestro, devi intervenire a difenderla contro il mondo che la guarda scuotendo il capo con commiserazione perché «Maria ha scelto la parte migliore, quella che non le verrà mai tolta», così come la difenderai davanti al Fariseo sprezzante, così come la difenderai quando tutti la rimprovereranno di aver sciupato trecento denari di unguento di nardo schietto, così come la difenderai sempre perché avrai capito la generosità di quest’anima ardente — quelle caste e amorose lacrime mi hanno insegnato l’arte di prenderti, di fare di Te il mio Amatore, lo Sposo, Colui che è ragione di vita, di gioia, di gloria, mi hanno insegnato il metodo per cancellare il male che ha avvilito la mia anima, creata per Te, e sostituirvi il bene, trasformando in tal modo la povera anima mia — che l’amore per la creatura, l’amore disordinato per la creatura aveva avvilita, fino a farne una spelonca abitata dallo spirito della ribellione e della sensualità — in camera nuziale, tutta bella e pura, dove consumare le nozze fra me e Te…

Ecco che sono da capo andata fuori strada… Torniamo al punto giusto. 

Dio volle che io udissi quelle parole per darmi una guida nel futuro. Esse caddero come pietre nel lago del cuore e vi sprofondarono. L’acqua tranquilla della mia giovinezza pura le ricoprì di un velo equoreo e stettero là, nel fondo, senza più dar segno di loro. 

Ma quando la tempesta della vita scosse, morse, corse sul lago del cuore e lo sconvolse tutto portando in alto fango e avvincenti alghe a intorbidare le acque e a rendere difficile il muoversi in esse, tornarono a galla anche quelle parole e, bagnate come erano delle acque profonde, scintillarono sotto al sole divino e divennero fari di salvezza, di guida per me. 

Però fin da quel giorno in cui le udii ho capito che le avrei ritrovate nell’ora voluta da Dio e che sul loro insegnamento dovevo intanto meditare, con tutte le mie limitate forze, per essere capace poi di comprenderle completamente quando fosse venuta l’ora della lotta e della cognizione. 

Ho capito, questo poi chiaramente, che io ero chiamata da Dio a una vita di dolore, che il pianto sarebbe stato il mio compagno e la croce la mia insegna e che dovevo fin da quel momento, rinunciando ai dolci sogni di martirio quale fu quello dei primi cristiani, prepararmi all’oscuro martirio del cuore, ignorato da tutti fuorché da Dio, continuo, esercitato per tutta la vita e in tutte le contingenze della vita. 

Lo capii così chiaramente, come se l’Angelo del Signore, tenendo aperto davanti ai miei occhi il gran Libro dei destini umani, mi permettesse di leggervi il mio futuro…

Il giorno dopo vi fu la chiusura dei santi Esercizi. Credo sia stato questo il momento che le Suore penetrarono nel mio segreto. Ero così commossa, per quanto sapessi dominare molto bene, come sempre, le mie emozioni, che esse, le care Suore, ne ebbero sentore. Troppo la voce di Dio aveva risuonato in me, e vi risuonava, perché non trasparissero dal mio volto le impressioni che avevo nel cuore. Troppo mi ero attaccata, nella rivelazione, a Dio per averne conforto e troppo soffrivo nello staccarmene. Una sensazione non solo metaforica ma vera di lacerazione di fibre, perché il dolore di questa lacerazione che si produceva in me, ora che necessariamente dovevo tornare alla vita abituale, uscendo da quel ritiro dove ero stata con Dio, era veramente tormentosa. Le Suore non potevano non avvedersene. 

Mi pareva di non poter vivere… Ho provato poi molte separazioni e molto dolorose e posso dire con esperienza che questa era ancor più mordente di esse. Se le separazioni umane mi hanno serrato il cuore fino ad ammalarmelo, questa mi soffocava come se tutta l’aria mi venisse tolta. Ero desolata come mi fosse stata levata libertà, luce, ricchezza, salute, amicizia, parentela, tutto insieme. 

Ma a che tanto spiegare con povera parola umana quella mia ora di ansia spirituale?

Quando rileggo il Cantico dei cantici trovo una eco, molto minore, di quell’accorato cercare per valli e monti Colui che è il Bene della creatura amante. Ma le infuocate espressioni del poema di Salomone sono ancora poca cosa rispetto a quello che io provavo. Ho letto di poi le ardenti pagine di S. Giovanni della Croce e di S. Teresa d’Avila e vi ho trovato un’eco più perfetta, ma sempre minore al sentimento mio. Ho capito perciò che la parola umana è incapace di esprimere quel che è sovrumano. Forse solo un Serafino potrebbe scrivere le ansie dell’amore divino… Ma i Serafini adorano e tacciono…

Le mie Suore con molta delicatezza si affacciarono appena sulla soglia dell’anima mia piena di ansia di cielo, venerarono in essa l’opera di Dio e non penetrarono oltre. Rispettarono… Unica cosa da fare in quei casi, perché qualunque intrusione, anche la più pura nel suo modo di agire, è una profanazione. I divini contatti dell’anima con Dio vanno sempre rispettati come cosa sacra. 

Nel libretto distribuito a tutte per ricordo dei santi Esercizi, sulla pagina, anzi sulle pagine dedicate alle nostre riflessioni e ai nostri propositi e dove le mie compagne scrivevano, scrivevano certi sproloqui pieni di sospirii colombini e di sentimentalismi sterili, io scrissi una frase sola: il mio programma per la vita futura, la mia norma di condotta verso la mia famiglia, verso me stessa, verso il prossimo, verso Dio. Una unica frase ma che è vasta come gli oceani e profonda come essi e che può empire di sé la più lunga vita: «Sacrificio e Dovere in ogni ora, in ogni con­tin­genza». 

Sono stata fedele a questo proposito. E se qualche volta la mia umanità pareva trionfare sul mio spirito, sono però sempre presto tornata a praticare in pieno il sacrificio e il dovere, e posso dire che completamente in disparte non li ho mai posti, anche se le tentazioni furono tali e le mie gioie nel dovere così nulle da suggerire di abbandonare quel proposito e abbandonarmi alla corrente. 

In seguito a quanto era trapelato dal mio viso, chissà che… Non posso saperlo perché specchi non ce n’erano e io avevo ben altro per il capo quella mattina perché mi venisse in mente di guardarmi nello specchietto tascabile che ci concedevano di tenere. Non posso perciò sapere cosa trapelasse dal mio viso né come esso apparisse mutato. Ma insomma in seguito a quanto era trapelato dal mio viso la Superiora incaricò la Suora, che più sapeva parlarmi, di chiedermi se avevo intenzione di farmi suora io pure. La disillusi subito. 

Oh! sarebbe stato dolce prendere quella via, mettersi per sempre all’ombra di Maria, sotto il suo manto e scorrere la vita così… Ma non era la mia via e la vita in cui Dio mi voleva. Questo lo sapevo chiaramente. Il mondo doveva essere la mia arena di combattimento. Non sapevo quale sarebbe stato il combattimento, ma sapevo che doveva avvenire nel mondo e non nel chiostro. 

Povere Suore che avevano già fatto le più rosee ipotesi su di me e mi vedevano già con la cuffietta in capo! Lo sa Iddio se avrei preferito avere quella vocazione!… Ma non l’avevo. Sapevo che andavo incontro al dolore, ma dovevo andare incontro al dolore. 

Con pianto e con strazio vedevo abbreviarsi il tempo che ancora mi separava dal dolore ma non lo potevo impedire. Ero nelle condizioni di un condannato che vede sempre più avvicinarsi il momento della esecuzione della condanna. Più le Suore e le compagne moltiplicavano le loro tenerezze per me, prossima a lasciarle, e per andare così lontano che difficilmente avrei potuto rivederle mai più, e più in me cresceva, in uno con la gratitudine per il loro affetto, il mio affanno. 

Potrebbe parere strano a taluni ma è la verità. Ho sofferto molto più ad uscire dal Collegio di quello che non avevo sofferto ad entrarvi. Forse sarà dipeso dal fatto che in quattro anni ero divenuta più adulta, naturalmente, e perciò sempre più si affinava in me quella sensibilità che è una delle mie qualità principali, forse la principale, mia dote e mio tormento. Perché se è una dote avere l’animo gentile, sensibile a tutte le più piccole sfumature degli avvenimenti, è questo anche un grande tormento, le gioie essendo molto poche nella vita mentre le cose penose sono sempre numerose e sempre presenti. 

Questa sensibilità, che io tenevo per quanto possibile nascosta perché ho sempre odiato sciorinare i miei sentimenti sotto gli occhi di tutti, quasi sempre indifferenti quando non sono addirittura beffardi, cresciuta con gli anni col crescere della mente, mi rendeva sempre più paurosa del futuro. Sentivo, sentivo che per me finiva quel poco bene di cui avevo fino allora goduto e, come una sensitiva che sente avvicinarsi la mano, rabbrividivo in tutte le mie fibre e mi serravo su me stessa. 

Oh! fu una ben melanconica creatura quella che, col cuore che si lacerava nello strappo da quella dimora dove avevo conosciuto solo ore serene e sereni affetti, varcava la soglia del Collegio per uscire incontro alla vita! Era il pomeriggio del 23 febbraio 1913. 

Le Suore, che negli ultimi tempi avevano moltiplicato all’infinito tutte le più affettuose premure per me, per farmi sentire quanto mi amavano, per supernutrirmi di amore pensando al prossimo digiuno che mi attendeva e che mi avrebbe sterilito il cuore e saturata di tanta cocente nostalgia, mi avevano raccomandato, con le lacrime agli occhi, di essere buona con la mamma per cercare di renderla buona con me. 

Oh! non a me occorreva raccomandare questo. Io stavo sempre alla porta del suo cuore, eterna mendica, a chiedere il suo obolo di comprensione e d’affetto. Ma quella porta restava serrata, arcigna, irta di lance ferrate contro le quali neppur potevo appoggiarmi…

So che parlarono in quel senso anche a mamma… Ma le loro parole restarono lettera morta, anzi riuscirono a creare il contrario del prefisso. Mamma cominciò subito a rimproverarmi di averla dipinta presso le Suore come arida e intransigente. 

Ma, mio Dio!, non c’era bisogno che la dipingessi io così. Tutto in lei stessa la mostrava quale era: più matrigna che mamma. I suoi modi, i suoi scritti, le sue indifferenze per la mia salute, la sua grettezza per le mie piccole necessità di collegiale, tante cose insomma, avevano istruito e molto bene le Suore, rese esperte dai continui contatti con centinaia di mamme e di papà, su quel che era mia mamma verso di me. Non c’era bisogno che io parlassi, cosa che non feci mai perché di certe miserie ci si vergogna come di un’onta o di una malattia vergognosa. Se qualche volta durante gli anni che vennero poi parlai in proposito, fu sempre perché altri si erano già accorti del vero circa i rapporti fra mia madre e me e, poco delicati, mi avevano fatto domande, a me penose come un acido su una ferita. Pensi che diverse persone mi hanno chiesto se «era proprio la mia mamma vera o se era una seconda madre»… Questo le dica tutto, Padre. 

Spontaneamente io ho parlato difficilissimamente e solo con persone che hanno attirato tutta la mia confidenza, che concedo così raramente, e in più queste persone devono essere tali, per l’abito che portano e il buon senso di cui sono pieni, tali da darmi affidamento che il mio penoso segreto sia confidato a chi non ne fa oggetto di scherno e pettegolezzo. 

Uno dei pochissimi ai quali ho spontaneamente detto le cose come stanno è Lei, Padre, e per i motivi sopra accennati e perché, dovendo Lei dirigere l’anima mia, in questa ora estrema del mio vivere, è doveroso che sappia il vero su cose che tanta sofferenza e turbamento portano all’animo mio.