Autobiografia
13. Firenze
Le preghiere liturgiche di oggi, 18 marzo, portano le seguenti parole all’introito della S. Messa: «È bello dar lode al Signore e cantare inni al tuo nome, Altissimo».
Si può dar lode al Signore in molti modi perché, come in cielo molte sono le magioni del Padre e diversi, in esse, i gradi di gloria dei beati, altrettanto in terra diverse sono le maniere di servire e lodare Iddio, per quanto uguale ne sia il fine e uguale il premio di vita eterna.
È bello dar lode al Signore con la purezza e l’ubbidienza di una vita intemerata che non ha mai conosciuto soste nel suo andare verso Dio. Ma è anche bello dargli lode con la riparazione di una vita che, convinta del suo fallo, si umilia fin sotto alla polvere di cui è men degna perché, essendo dotata di ragione, ha più mancato verso Dio che non manchi la materia bruta se disubbidisce, per un attimo, all’ordine voluto dal Divino Fattore.
È bello perché si testimonia così, per tutto il resto della vita, che noi siamo nulla, e lo prova il nostro cadere miseramente non appena Dio ci lascia a noi soli, e che riconosciamo che nella nostra risurrezione è la voce di Dio che opera, comandando a noi, poveri Lazzari morti alla grazia, sepolti nel buio, fetidi di pec- cato, corrotti nello sfacelo di morte, il suo imperativo di potenza e di compassione: «Lazzaro, vieni fuori».
Allora noi, poveri Lazzari, si esce dalla prigione della tomba morale e, ancora con le braccia, le gambe, il corpo involto e impedito dai lacci mortali, sozzi dei trasudati delle malattie morali e ancora col volto coperto dal sudario e la lingua intorpidita dalla paralisi di morte, moviamo i primi incerti passi, balbettiamo le prime parole di lode finché Gesù, ancora «fremente in cuor suo» per la constatazione della morte di questa creatura, ricomprata dal suo Sangue e da Lui strappata, col suo Pianto, alla stretta mortale, comandi una seconda volta: «Slegatelo e lasciatelo andare». Allora, liberi totalmente da tutto l’apparato funebre, noi, risorti, cantiamo, insieme a Gesù, Figlio di Dio, il nostro inno al Padre che è nei Cieli: «Padre, io ti ringrazio!».
Per mio conto sento che se deve esser grato a Dio colui che la bontà di Dio ha sempre preservato dal male, ancor più gli è grato colui che si vede da Dio salvato.
Dissento in questo da S. Teresa del Bambino Gesù. In un punto della sua «Storia di un’anima» ella dice che il massimo della gratitudine la deve sentire l’anima a cui Dio, come un padre amorosissimo, ha sempre scartato tutti i pericoli.
Io dico che non è così. Infine Dio ci ha o non ci ha dato l’intelligenza, la capacità quindi di guidarci? Infine Dio ci ha o non ci ha dato un cuore capace di amare? Or dunque, posto che Dio ci ha creati capaci di guidarci moralmente e ci ha dato una Legge perché si sapesse come guidarci, il dovere nostro è di vivere moralmente retti, secondo la sua Legge e secondo anche l’invito dell’amore.
L’uomo sa che Dio lo ama. E come potrebbe dubitarne se ci ha tanto amati da mandare il Figlio suo a morire per noi? L’uomo sa che le sue ribellioni, le sue cadute, il suo persistere nel male dànno a Dio dolore. Badi che non tengo conto dell’offesa. Mi occupo solo dell’amore. L’offesa presuppone un futuro castigo. È giusto. Ma con questo castigo la partita fra il Giudice e il colpevole, fra la Legge e il trasgressore della legge, è bella e liquidata. Invece non si liquida, in nessun modo, la pena che noi rechiamo al Cuore del nostro Dio col nostro disamore. Cento inferni non basterebbero a distruggere questa pena, nulla la può riparare, nulla che sia castigo. Solo il nostro ritorno all’amore, all’ubbidienza amorosa, solo il nostro amoroso pentimento che si duole, non del castigo meritato, ma dell’avere addolorato Iddio, può riportare il sorriso negli occhi di Chi ci ha creati, amandoci al punto di immolarsi per noi.
Perciò, quando un’anima si accorge che la longanimità di Dio è stata tanto grande, la sua pazienza tanto somma, la sua paternità tanto amorosa da darle tutto il tempo, tutti i mezzi, per tornare a vivere nella legge, non solo, ma non appena la creatura dal suo fango, nel quale ha bestemmiato Iddio, ha vilipeso sé stessa, creata a immagine e somiglianza di Dio, leva lo sguardo al cielo in un anelito di redenzione, vede scendere Dio a rialzarla, a stringersela al cuore, a confortarla a sperare nella sua guarigione, ad assicurarla che, per suo conto, essa è già perdonata e amata doppiamente, appunto perché è una povera anima ammalata, indebolita dall’infezione subita, come può detta creatura non sentire una gratitudine ancora maggiore di quella di colei che non avendo mai demeritato è giusto che sia amata?
Si dirà: «Ma quest’ultima deve esser grata a Dio appunto perché Egli l’ha preservata». Ma quanto mai, rispondo io, non gli sarà arcigrata colei che si vede amata di un doppio amore che non solo ama, ma ama al punto di perdonare l’offesa ricevuta?
Il Maestro l’ha detto: «Quegli a cui meno si perdona meno ama». Ora, coloro che hanno lievemente, solo lievemente disgustato Dio, più con imperfezioni che con vere colpe, ricevono naturalmente un perdono minore, ma coloro che hanno peccato gravemente, ostinatamente, devono per forza fruire di un perdono molto, ma molto più grande. E perciò hanno un obbligo, soavissimo obbligo di gratitudine sconfinata verso il Perdonatore divino.
«La tua fede ti ha salvata, vattene in pace», dice il Salvatore all’anima macchiata dal peccato e che si volge a Lui, il solo che la può mondare. Grande la fede in Lui di quest’anima che ha capito dove sta la medicina per la sua lebbra! Grande di conseguenza la pietà del Medico divino che si curva a sanare le sue piaghe. È un flusso e riflusso di generosità fra l’anima e Dio. L’anima si dona incondizionatamente, generosamente, sotto il pungolo del pentimento e della riconoscenza. Dio, il Perfetto in tutte le cose, non può esser da meno della creatura umana, e perciò dona la sua generosità perfetta nel perdono che è la più alta forma dell’amore.
Ma brava Maria! Guarda dove sei andata a finire! Su un pulpito, tu che non sei neppur degna di stare sotto a un pulpito! Mi perdoni, Padre. L’amore riconoscente è come un vento che trasporta ben lontano e bene in alto…
Quando lo Spirito Santo — io penso che sia il Paraclito che genera queste forze nei cuori — infonde in noi il suo fiato divino, esso ci investe e ci trascina in un gorgo soprannaturale verso le altezze dove vive Dio e da dove provengono gli splendori che illuminano la povera anima oppressa dall’involucro mortale. Bisogna che l’anima canti, in certi momenti, per non esplodere sotto la pressione e l’incandescenza dell’amore. E se la povera parola umana è sempre insufficiente ad esprimere il divino, è pur sempre sfogo al superardore che ci accende più di una febbre… È infatti una febbre spirituale, non meno struggente di una febbre fisica.
Finché non raggiungeremo l’età perfetta, nel bel Paradiso, siamo dei piccoli bimbi, intenti a farfugliare le prime parole. E fossimo almeno dei pargoli anche per la vita di fede!… Ma noi sappiamo restare all’infanzia solo nel bene. Nel male invece diventiamo subito adulti, purtroppo, direi perfetti, laureati nel male. E così ci rendiamo indegni di entrare nel regno dei cieli dove entrano solo coloro che sono senza malizia come bimbi innocenti.
Ma veniamo alla mia storia.
Arrivammo a Firenze la mattina del 1° marzo 1913. Il 4 marzo prendemmo possesso del nuovo appartamento.
La casa, molto bella e ariosa, guardava colla facciata sul Parterre di S. Gallo, allora non deturpato da quel brutto palazzo costruitovi molti anni dopo per le Esposizioni dell’Artigianato. Nell’interno guardava su un bel numero di giardini che andavano fino al viale Regina Vittoria. Dico i nomi di allora perché ora, con la fobia per tutto ciò che è inglese, hanno messo altri nomi che non so. Fra questi giardini vi era quello del convento dei Gesuiti con annessa chiesa. Vedevamo i Padri passeggiare là dentro o giocare coi ragazzi del Ricreatorio festivo.
Dalla parte della via, prossimi come eravamo all’angolo di via Pancani con via Madonna della Tosse, eravamo vicinissimi alla antica chiesa della Madonna della Tosse. Dalle finestre si poteva guardare dentro in chiesa. Ricordo che nel mese di maggio e di giugno io mi mettevo alla finestra e assistevo alla Benedizione eucaristica. Vedevo l’ostensorio alzarsi benedicente, con la sua Ostia santissima, candido sole fra l’oro della raggiera, sulla folla devota, e l’odore dell’incenso e le parole dei cantici venivano fino a me… Anche dalla chiesa dei Gesuiti, dedicata pure a Maria Madre del Buon Consiglio, se non erro, venivano cantici e effluvi di incenso. Io ero su questa linea mistica fra due chiese dedicate a Maria.
Dalle finestre — abitavamo un terzo piano — vedevo tutte le colline di Fiesole, Vincigliata, il monte Morello da una parte e dall’altra il Casentino sfumava all’orizzonte con le sue curve molli, i suoi dorsi selvosi che cambiavano di colore sotto le diverse fasi della luce solare. Mi dissero che in una certa quale direzione era la Verna. Io, già innamorata del Serafico e della sua dottrina, guardavo sempre là e me ne veniva una grande pace.
Firenze, a me, spirito artistico e sensibile, piacque subito moltissimo. Le sue chiese, i suoi palazzi, i suoi musei, i suoi giardini, i Colli così — mi si permetta usare questo aggettivo — così spirituali che si snodavano da S. Miniato, bianco nero come un saio domenicano, parlando di Dio e ricordando, con le prossime Porte Sante, che noi siamo polvere, che noi siamo crisalide da cui «l’angelica farfalla» che dovrebbe «volare alla Giustizia senza schermi» deve nascere se noi non l’uccidiamo col peccato, si snodano, giù, giù, fino a Porta Romana, fra i francescani ulivi dai fruscianti colloqui delle chiome verdargento coi venti che portano aroma di selve appenniniche o umide fragranze di boschine lungo il fiume, sempre più largo nel suo corso verso il mare. I Colli che hanno per colonne miliari i pennacchi bronzei dei cipressi, la pianta toscana per eccellenza, la pianta che pare pregare e ascendere, in anelito di preghiera, con la freccia pontuta della chioma raccolta intorno al tronco diritto. I bei Colli dai giardini riboccanti di corolle, dalle pendici piene di zirli, di pispolii, di gorgheggi, dalle belle ville sprofondate fra il verde ed i fiori, e le Cascine che cantano con le loro mille piante secolari ed il fiume dalla voce ora piena, per afflusso d’acque, ed ora appena gorgogliante come rio fra i sassi del greto nei mesi di magra. E Boboli e il Parco dell’allora Museo Stibbert… tante oasi verdi dove amavo andare con papà mio.
Gli abitanti mi piacevano meno: troppo diversi dai lombardi fra i quali ero vissuta, mi disorientavano col loro modo di fare. Ma con loro avevo tanto poco contatto che era una cosa molto relativa.
Uscivo molto con mio papà. Erano i bei mesi di primavera, così festosa a Firenze, e ne approfittavamo per andare insieme nei luoghi che più ci piacevano. Io avevo molto bisogno di svagarmi per sentire meno la nostalgia, veramente acuta, del mio Collegio. Papà sentiva il bisogno di svagarsi per sentire meno la pena di essere un pensionato… E così, unendo le nostre due pene, cercavamo di aiutarci a vicenda nell’acclimatazione alla nuova vita.
Per il resto io continuavo a vivere su per giù come in Collegio. Mi alzavo presto, pregavo, la domenica andavo in chiesa e facevo anche la S. Comunione. Avrei voluta farla più spesso, ma mamma aveva subito iniziato un vero corso teorico-pratico, tutto teso a dimostrare come qualmente non vi è nessuna necessità di confessarsi e di comunicarsi spesso e che chi più di sovente ricorre a queste cose non è altro che un ipocrita, peggio degli altri che non ci vanno, ecc. ecc. ecc. ecc. Quante volte, durante i vent’anni che andarono dal 1913, data del mio ritorno in famiglia, al 1933, data della mia clausura per la presente infermità, non mi sono sentita rintronare nella testa queste gratuite lezioni di indifferenza religiosa!!!
Se è vero che è segno di amore di Dio il non avere rispetto umano, devo dire che io, allora, fui sempre, anche nei momenti più brutti e nei periodi più desolati, una grande amante di Dio, perché non ho mai ceduto al rispetto umano. Schernita, contesa, offesa perché ero fedele alle mie pratiche di pietà, ho continuato in esse, senza tener conto dei sorrisetti, delle ironie, dei rimproveri che la mia fedeltà mi attiravano. Più tardi, con atto di santa libertà, ho saputo anche andare in chiesa per tutto il mese di maggio, di giugno, per le novene più belle, e comunicarmi tutte le mattine durante questi periodi. Ma in principio ubbidivo, con dolore, e mi comunicavo solo la domenica e il primo venerdì del mese, oltre alle feste principali.
Il 1° venerdì del mese! Lei vedrà come io ebbi momenti di ribellione e di offuscamento morale. Ma però, neppure nell’acme più acuto di detti periodi, ho tralasciato di onorare il 1° venerdì del mese. Dal 1909, quando entrai in collegio e seppi di questa pia pratica, io non l’ho più interrotta altro che per malattia. Ma doveva essere una malattia ben grave, che mi impedisse proprio di andare fuori di casa… E per impedirlo a me, che giravo imperterrita anche con delle febbri a 39 e 40 e mi occupavo della casa, dell’Ospedale, dell’Associazione di A. C., lo stesso come stessi benone, nonostante le alte febbri, bisognava proprio che fosse un male gravissimo…
Penso che, se nonostante tutto io ho salvato l’anima mia, è stato per questa fedeltà al 1° venerdì del mese. Non lo ha forse detto Gesù a S. Maria Margherita che i peccatori troveranno nel suo Cuore l’oceano della misericordia e che il suo amore accorderà la penitenza finale a coloro che saranno stati fedeli a questa pratica riparatrice? Io fui fedele ad essa anche nei periodi di infedeltà su tante cose, e l’infinita misericordia di Gesù mi ha guarita dalle malattie spirituali: mi ha ridato la vista dell’anima per vedere la sua Via, l’udito dell’anima per udire la sua Parola, il moto dell’anima per andare a Lui, mi ha guarita e mondata dalle lebbre, dalle febbri, dalle avvilenti infermità dello spirito, ha comandato al Maligno di lasciarmi in pace. Ho avuto la Vita per mezzo del suo Cuore, e non dovrei ora dargli la mia vita per dire «grazie» al suo Cuore?
Ma torniamo alla mia giornata…
Dunque m’alzavo presto, pregavo, riordinavo la mia camera e il salotto da ricevere — era la mia parte di lavoro domestico — aiutavo in cucina, lavoravo, non tanto per allora, studiavo parecchio, suonavo il piano, leggevo molto, andavo a spasso con papà, qualche volta al cinema con lui e anche con mamma, raramente a teatro nei mesi freddi, spesso nell’estate, e mi coricavo piuttosto presto nelle sere che eravamo senza conversazione, perché sovente o noi andavamo o altri venivano a passare la serata in amichevoli conversari.
A Firenze avevamo trovato amici vecchi e nuovi. Una famiglia, il cui capo era come papà un capo-tecnico dell’Esercito, era composta di marito: un santo nel più vero senso della parola; della moglie: una sventata, una sciagurata che solo quel santo poteva sopportare e perdonare; e di una figlia undicenne. Dopo nacque un bimbo…
Io, per quanto innocente come un bebé, mi ero accorta che quella donna era un’indegna che sotto gli occhi del marito, della figlia e di noi stessi, non esitava, con la complicità dei camerieri, a scambiare bigliettini amorosi con i suoi… adoratori, mentre eravamo in qualche ritrovo. Ne avvertii mamma dicendo che non me la sentivo di fare da… paravento a certi retroscena. Fui rimproverata acerbamente perché mamma, la quale, come le ho detto già, vede tutto al contrario di quello che è in realtà, giudicava e vedeva la sua amica come un capolavoro di onestà femminile (!!!).
La figlia di… questa signora (!) era… una degna allieva della madre sua. Si preparava alla prima comunione con quella scuola e quelle tendenze… Pensi che un giorno la mia cameriera, per quanto ragazza di campagna e perciò senza troppi scrupoli, sentì il bisogno di imporle il silenzio con queste parole: «Taccia e si vergogni. Non permetto che alla mia signorina lei insegni certe cose e tenga certi discorsi!». Io avevo 16 anni e quella… poverina solo 11.
Mi sentivo menomare, profanare quando ero con quelle due disgraziate. Ma mamma non ammetteva nulla e dovevo andare. Dopo, nel 1915 e anni a venire, quando lo scandalo divenne così palese da esser pubblico, allora mamma dovette ammettere che io avevo ragione… Già! Ma sa Lei, Padre, come mi ha turbata quel contatto? Il male che ci sfiora non ci lascia mai completamente immuni dal suo virus. Qualcosa penetra e se non arriva a impossessarsi di noi completamente, e questo per grazia di Dio prima di tutto e poi per natura nostra, ci disturba sempre, specie quando si è ancora creature giovanette.
Un’altra famiglia era composta di un tenente colonnello, diviso dalla moglie per incompatibilità di carattere. Col padre colonnello era suo figlio, giovane come me; con la madre tornata a Roma, presso sua madre, era la figlia, più giovane del maschio. D’estate la figlia veniva dal padre e il figlio andava dalla madre. Disgraziata famiglia e disgraziatissimi figli!
Questo colonnello abitava al primo piano della nostra stessa casa e aveva un vasto giardino tutto suo, mentre un altro giardino più piccolo era degli inquilini del terreno: due vecchi coniugi di cui uno, il marito, era cieco; buoni e sempre afflitti per i molti nipoti discoli o poveri che venivano a rifugiarsi da loro. Al secondo piano stavano un marito e moglie soli e affittavano metà del loro quartiere a ufficiali o a signori che venivano a svernare a Firenze. Le ho fatto questa descrizione perché è necessaria alla mia storia.
Io scendevo spesso in casa del colonnello per andare nel suo bel giardino e anche perché il colonnello trovava che io ero l’unica che sapesse far studiare suo figlio, intelligente sì, ma svagato come la grande maggioranza dei maschi. Povera creatura al quale era mancata l’assistenza materna! Povero ragazzo sempre in balìa delle donne di servizio le quali, a seconda dei loro nervi femminili, lo viziavano o lo aspreggiavano e anche lo facevano punire dal padre per dei nonnulla!
Mario, il ragazzo, si era subito molto affezionato a noi, e quando poteva salire al nostro piano e farsi coccolare da mamma era tutto felice. Anche se noi scendevamo da lui era felice. Allora studiava ed era buono. Aveva bisogno di amore, povero Mario che scontava su sé stesso l’egoismo dei suoi!…
Eh! quanto ci sarebbe da dire in proposito! I figli hanno i loro doveri verso i genitori, sta bene. Ma anche i signori genitori hanno i loro doveri verso i figli… Se si pensasse alle conseguenze di certe «incompatibilità» che altro non sono che egoismo, alle conseguenze le cui vittime sono i figli innocenti, alle separazioni non ci si arriverebbe mai. Ma questo non ha a che fare con la mia storia.
Ora che le ho presentato i personaggi principali di quel tempo, vado avanti a parlarle del personaggio che più influì su me allora.
Le ho detto che al secondo piano i due coniugi che vi abitavano affittavano metà appartamento. In quell’anno lo avevano affittato ad un giovane. Era di Bari. Era bello, ricco, colto: un laureato in lettere che però non esercitava perché non ne aveva bisogno e che era venuto a Firenze per ricerche, nelle biblioteche fiorentine, di appunti per una sua opera sui primi scrittori italiani. Era anche molto buono, serio, quieto.
Uno dei primi giorni che ero in quella casa ci incontrammo sulle scale. Lui tutto bruno nei capelli, nel volto, nell’abito, io tutta rosea e bionda, resa ancor più bimba dal grembiulone che mi copriva tutta.
Ci guardammo e simpatizzammo subito. Seppi poi che egli si era subito informato su chi ero io. Però la mia timidezza e il mio credermi un orco — perché una delle specialità di mia mamma era quella di suggestionarmi che io ero brutta, poco intelligente, antipatica, con una tale forza che io mi credevo realmente deforme, semicretina e ripugnante — però tutto questo, dicevo, e la mia educazione, tanto familiare come del Collegio, mi impedirono, naturalmente, di far risultare la mia simpatia.
Nel 1913 le donne, se appena appena erano con un poco di cervello nella testa, sapevano stare al loro posto con quel ritegno che è una delle più belle doti muliebri e che ora… è ridotto allo stato di… ricordo.
Lui, a sua volta, col rispetto dei meridionali per la donna, rispetto che per certuni di altre regioni pare un resto di barbarismo lasciato dalle dominazioni arabe, ma che è pur tanto bello a rilevarsi, e con la sua eletta educazione, seppe a sua volta ricoprire la sua palese simpatia sotto una vernice di semplice correttezza. Dico «palese simpatia» perché se non furono scambiate parole all’infuori di laconici saluti e frasi di buon vicinato, perché se non vi furono che gli sguardi a sottolineare le più banali parole ed a farle assurgere ad un più alto significato, mentirei se dicessi che non avevo capito.
Una donna certe cose le capisce sempre. Anche se è un’oca. Si finge di non capirle perché così ci consigliano l’educazione e il pudore, ma si capiscono. Quelle che dicono: «Oh! io non mi sono mai accorta di nulla. Non ho capito che il Tale avesse per me una simpatia», mentono spudoratamente. Un sesto senso proprio di chi si innamora, e tanto più acuto nella donna come essere più sensibile, avverte sempre quando due anime o due corpi sono attirati l’uno verso l’altro.
Dico: due anime o due corpi, perché negli affetti vi è chi ama unicamente col suo io carnale e chi sa amare anche con la parte spirituale o unicamente con la parte spirituale. E dovrebbero essere questi i più duraturi affetti, perché sentiti e sprigionati dalla parte migliore ed eterna. Nella pratica, invece, avviene tutto il contrario. Essendo difficile trovare l’anima ugualmente elevata che sappia predominare sul senso ed amare essa sola, si finisce che con la nostra affezione, pura da sensualità, si viene a noia e ci si trova abbandonate come creature frigide e incapaci di amare nel modo che i più intendono l’amore. L’ideale sarebbe amare con uguale misura di spirito e di materia. Si amerebbe allora in maniera perfetta. Ma quando mai, noi creature, si è perfette?
Insomma noi due ci volemmo bene. Un bene muto, paziente, rispettoso. Egli mi vedeva tanto giovane — parevo una bimba — che seppe comprimere il suo sentimento per non turbare la mia giovinezza, riservandosi a miglior tempo di parlare. Io, che avevo capito perfettamente, aspettavo paziente innalzando un altare al mio casto amore.
Passarono così dei mesi, venne l’estate.
Noi si doveva venire a Viareggio per le bagnature che duravano sempre tre mesi. Mi piaceva la mia casetta di Via Umberto I° col suo giardino dall’arancio verde, il pesco carico di frutta, il cedro, la pergola…
Pochi giorni prima che si partisse noi, partì lui per tornare a Bari dalla sua mamma… Era figlio unico, adorato dalla madre rimasta vedova prestissimo. Non l’ho mai sentito parlare tanto, e tanto ad alta voce, come in quei giorni. La sua bella e cara voce saliva dalla sua finestra aperta alla mia finestra aperta e in tal modo io sapevo che andava per tornare, tanto che riconfermava, fin da allora, l’appartamento per il prossimo autunno. E partì.
Soffrii molto perché gli volevo bene, realmente bene… «un bene da bambino come a me si conviene», avrei potuto dire con la piccola Ciò-Ciò-san. Perché infatti il mio bene aveva la pu- rezza e la calma di un affetto di bimba. Ma era però tenace e profondo nella sua purezza…
Piansi molto, nella mia cameretta, quando lo vidi partire. Mi pareva che tutto si fosse scolorato e che un grande silenzio si fosse fatto sul mondo. Non sentivo più la sua bella voce tonata e virile, la sua perfetta pronuncia, perché, se era di Bari, era però stato educato in collegi della media Italia e perciò parlava un italiano perfetto nella forma e nella pronuncia.
Forse Lei si stupirà che io mi sia così attaccata ad uno che per me non aveva avuto che saluti rispettosi e sguardi di affetto. Ma pensi cosa era la mia vita. Col papà in quello stato, con mamma così dura, senza fratelli, senza sorelle, con un cuore come il mio, ansioso di affetto… Come potevo non affezionarmi ad uno che mostrava di volermi bene con rispetto e serietà? Nulla in lui poteva disgustare una donna. Non l’origine, non la prestanza fisica, non il censo, non l’educazione, non la coltura. Aveva tutti i requisiti per essere amato.
Passarono le vacanze. Io, pur fra le distrazioni dei bagni, pensavo a lui. Lui, i fatti me lo confermarono poi, pensava a me.
Tornammo a Firenze a metà ottobre quell’anno. La signora del secondo piano, che doveva avere intuito qualcosa, mi disse, così senza parere, che egli sarebbe tornato verso la fine di novembre. Aveva rimandato la sua venuta perché la madre di lui era stata molto ammalata di cuore. Egli amava moltissimo sua madre.
Io continuavo a volergli bene. Nessuno, in casa, aveva però compreso il mio sentimento che io custodivo in fondo al cuore. E nessuno nel palazzo, fuorché la padrona dell’appartamento dove egli abitava. Ma era una donna seria e non fece mai pettegolezzi.
Passò non solo novembre ma anche dicembre. Io però stavo tranquilla perché sapevo che l’appartamento era sempre tenuto da lui.
Venne il 5 gennaio 1914. Quel giorno mamma era uscita per delle visite. Io, fortemente raffreddata, ero rimasta a casa, ben felice di restarvi perché la mia antipatia per le «visite» era andata sempre più aumentando con il passare degli anni. Per sentire meno la melanconia della nebbiosa e grigia giornata invernale mi ero messa a suonare il piano. Ero sola perché anche la domestica era uscita per fare delle piccole spese alimentari.
Suonò il campanello. Andai ad aprire mettendo però la catena, perché da quando a Milano ebbimo la visita di certi teppisti non si apriva più immediatamente la porta, specie se si era sole.
Egli era lì. Tanto per giustificare la sua suonata al mio uscio chiese se sapevo dove era andata la sua padrona di casa, perché egli non poteva entrare dato che non c’era nessuno.
Una piccola bugia perché la signora del secondo piano era in casa: la sentivo muoversi di sotto… Ma che poteva dire di diverso per non dirmi a bruciapelo: «Sono venuto subito alla tua porta perché ti amo troppo per attendere un minuto di più»? Disse perciò una piccola bugia, ma il suo viso, i suoi occhi dicevano la verità.
Risposi che non sapevo dove era la sua padrona di casa ma che mi pareva di sentirla muovere. Allora egli mi chiese come stavo e come stavano i miei. Io chiesi a lui come stava sua mamma, perché lui vedevo che stava benone. E fu tutto.
Mi salutò, sempre ultrarispettoso, e se ne andò. Io rinchiusi la porta e corsi in camera mia a ringraziare Iddio per la gioia che mi dava.
Tornò la domestica, che era una brava ragazza affezionata e fedele, ormai da noi da anni, e glielo dissi. Tornò papà e glielo dissi. Tornò mamma e lo dissi a mamma. Noti bene questo mio dire a tutti, ingenuamente, sinceramente, che egli era tornato.
La domestica non fece commenti e papà neppure. Si limitarono a un: «Ah! sì? Si capisce che la mamma sta meglio». Ma mia madre, che stava svestendosi, aiutata da me, divenne una furia. La stanza da letto di mamma era esattamente sopra la stanza da letto di lui, che era nella medesima, intento a disfare i suoi bagagli. Maleauguratamente un tubo di stufa, collocata nella stanza di lui, saliva nell’angolo della stanza di mia mamma facendo da portavoce…
Mia madre, oh! come mi pesa dover riflettere ancora una volta a come mi fu poco mamma in quell’ora, a come mi mostrò di non conoscere la sua creatura… Mi pesa e nello stesso tempo mi dà la misura di come sono cresciuta in Dio. Perché mentre per degli anni, ogni volta che toccavo questo argomento, sentivo sollevarmisi il cuore e un sentimento di rancore unirsi al dolore, rancore verso mia mamma che mi ha così offesa e ferita quel giorno, ora mi accorgo che il rancore è caduto e resta solo il dolore.
Chi ha operato il miracolo di levarmi dal cuore quel lievito di rancore verso mia madre? Il mio Dio, il mio Padre che è nei cieli, il mio Gesù che mi dice: «Perdona e sarai simile a me», il divino Spirito che mi dà il suo dono di luce e mi fa vedere che tutti i dolori della mia vita, che tutti i crolli delle mie speranze, che tutte le delusioni sui miei affetti, che tutta la solitudine che si è andata facendo sempre più vasta e completa intorno a me, sono stati voluti da un amore speciale del mio Dio che ha, dirò così, potato tutte le mie fronde, segato tutti i miei rami per farmi crescere in altezza, vigorosamente, nel suo giardino. È stata voluta da un amore esclusivo del mio Dio che mi aveva predestinata per Sé e che mi ha levato tutto perché io non avessi più che a cercare conforto in Lui solo.
Le mie ali che si aprivano ansiose di volo verso le felicità della vita umana sono state tarpate totalitariamente perché non fuggissi qua e là, ma mi abituassi a vivere nell’uccelliera di Dio. Non si fa così anche con gli uccellini, coi colombi catturati adulti, per obbligarli a stare in nostra prigionia, finché il tempo li smemora del dolce nido natìo, dei boschi verdi, dei liberi voli, dei liberi amori fra le fronde pronube e sotto il bel sole di Dio o il palpitare delle stelle? Sì. Si fa così.
Ma come fa male la mutilazione subita! Ma quanto ci vuole perché rimargini e dolga meno! Ma quanto piangere sul bene perduto! Ma quanto, quanto dibattersi prima di rassegnarsi alle sbarre della uccelliera! Ma quanto, quanto, quanto, quanto scorrer di giorni e riflettere e pregare, dopo aver avuto grida di ribellione e impeti di disperazione, prima di capire quale dono Dio ci ha fatto col levarci tutto e prima di giungere ad amare la nostra povertà umana che è ricchezza soprannaturale, la nostra vedovanza umana che è sponsale col Cristo, la nostra tortura che è futura beatitudine!
Ora capisco e dico: «Grazie, mio Dio, di avermi voluta per Te!». Ma per i primi anni!… Per quasi un quinquennio ho conosciuto l’inferno delle disperazioni… Basta! Non parliamone più.
Mia madre divenne una furia. Tutte le accuse, tutte le insolenze partirono a getto continuo verso di lui, verso la domestica nostra, e verso di me. Ah! su di me poi!…
Lui era un mascalzone, un profittatore, un indegno che coglieva il momento propizio per rovinare la riputazione di una famiglia onesta (?!). La nostra domestica era una… (le risparmio il termine usato) che faceva da paraninfo ai colpevoli amori (?!).
Io ero una… (altro epiteto che le risparmio, ce li metterà Lei) che in assenza dei genitori accoglieva (?!) in casa i suoi innamorati. Dicessi, dicessi, confessassi, confessassi, posto che mi ero tradita, fino a che punto ero arrivata (?), cosa avevo fatto nel maggio dell’anno avanti mentre lei e papà erano tornati a Voghera per 15 giorni. Dicessi, dicessi fino a che conseguenze si era arrivati col mio accogliere, in segreti convegni, chi mi piaceva, perché era impossibile che io non fossi andata all’estremo dell’onestà e del pudore ecc. ecc. (?)
Più io giuravo e spergiuravo che nessuna parola, fuorché il saluto che non si nega a nessuno, era stato scambiato fra noi, più io giuravo e spergiuravo che in sua assenza non lui, ma neppure Mario, che era un ragazzo, era salito da me e che io, durante l’assenza dei miei, come d’accordo con lei stessa, ero, si può dire, vissuta nel giardino del colonnello — tutti lo potevano testimoniare — e più lei si incaponiva in una furia offensiva e ingiusta.
La domestica, accorsa alle sue grida, sentito di cosa mia madre la accusava, si licenziò sui due piedi. Fece bene. Non si sta dove non si è stimati quando si può andare altrove.
Io, per forza, rimasi. Ero figlia e minorenne. Dove dovevo andare? Avessi potuto, sarei uscita subito da quella casa dove ingiustamente mi si accusava di colpe non vere.
Non vere. Non vere. Non mi piace giurare perché penso che l’uomo deve essere creduto sulla sua parola e poi perché lo dice Gesù. Ma sono pronta a giurare, a Lei, Padre, che io dico la verità e che i fatti andarono come li dico.
Mia madre, in uno con l’accusa che mi schiaffeggiò l’anima a sangue e che chiuse completamente il mio cuore alla confidenza in mia madre, mi strappò brutalmente il velo della mia casta innocenza di donna vergine e pura. Seppi così che si può fare del male fra uomo e donna. Fino a quella sera del 5 gennaio non lo sapevo. E questo avermi denudato le vergogne della vita, senza pietà per i miei sedici anni ignari, è stata la cosa che più mi ha colpita e separata per sempre, definitivamente, da colei che mi ha generata.
Io penso che ci si separa fra madre e figlia quando la figlia non può più pensare di trovare comprensione in sua madre. Resta l’amore, perché quello resta. Ma è un amore istintivo, non dissimile, e forse inferiore, a quello che unisce il cane, il cavallo, il colombo al padrone che lo ospita e cura. La fusione è finita. Si è due individui viventi vicini, ma indipendenti l’uno dall’altro. Qualcosa come quando l’agricoltore, avendo fatto una margotta d’uva, taglia il tralcio, che ormai può vivere a sé, dal tronco principale. Restano vicini, erano una cosa, ma ora sono due cose indipendenti l’una dall’altra. Ed è già molto se la pianta più giovane non si vendica sopraffacendo la pianta più vecchia.
Io non ho sopraffatto mia madre. L’ho continuata a servire per dovere, perché le volevo bene, nonostante tutto. Ma il mio cuore si è chiuso come una valva d’ostrica… Mia madre mi respingeva maledicendomi per una colpa che non avevo commessa. Io mi ritiravo straziata. Ma mi ritiravo per sempre.
E mio papà? Povero uomo! Mi consolò piangendo… Di più non sapeva fare.
E lui? Lui, che aveva sentito tutta la scena, in grazia del tubo della stufa e del tono sopracuto di voce di mia madre, comprendendo che nulla, che nessuna ragione avrebbe piegato mia madre alla ragionevolezza, tanto per persuaderla che nulla c’era di vero nel suo modo di giudicare l’avvenuto, così onesto, così lecito, e che lei trovava addirittura essere una macchinazione demoniaca, non trovò altro di partire subito, la stessa sera. Seppi poi dalla sua ex padrona di casa che egli si riprometteva di tornare molti mesi dopo per trovarmi ormai diciottenne e sperando che nel frattempo mia madre si persuadesse… Povero giovane! Come si illudeva! Mia mamma e la persuasione sono due poli contrari.
Pensi lei, Padre, che giornate passai.
Scacciata continuamente da mia mamma, nonostante che due giorni dopo l’odiosa scena si fosse fratturato un braccio per via, e perciò avesse ancor più bisogno di aiuto. Aiuto mio perché la domestica era partita immediatamente e perciò eravamo senza donna di servizio.
Scacciata e insolentita continuamente, avvilita perché, non contenta di quanto aveva fatto in famiglia, mamma aveva aperto un’inchiesta, diciamo pur così; veramente sarebbe più giusto dire che aveva aperto un pettegolezzo, dal quale menomata usciva sua figlia…
È vero che tutti nel casamento asserivano, e il colonnello più di tutti, che io, durante l’assenza dei miei, o ero stata chiusa in casa o andavo nel giardino del colonnello. Ma era lecito pensare che se mia mamma mi credeva capace di scendere tanto in basso nella scala della serietà femminile, era segno che aveva gli estremi per farlo. Infine io ero lì da pochi mesi. Chissà altrove cosa avevo fatto! Tutti potevano pensare che in altri luoghi io avessi fatto dire di me.
Mia mamma, accecata dal suo egoismo — in seguito compresi che era egoismo perché, per non perdere la mia assistenza che nessuna cameriera le poteva dare nella misura di affezione e di pazienza che le davo io, mi allontanò sempre tutti i pretendenti — mia mamma, accecata dal suo egoismo, non vedeva neppure che il suo modo di agire intaccava la mia reputazione…
Io scacciata, insolentita, avvilita, addolorata per la convinzione che il mio sogno era per sempre dissolto nel nulla. Lui lontano e certo mortificato per avermi procurato un tanto dolore in luogo della gioia che si era prefisso di portarmi.
Non facevo che piangere e meditare, inoltre, su quanto mamma mi aveva brutalmente rivelato facendomi conoscere pagine oscure della vita, che io neppur lontanamente pensavo potessero esistere. Non capivo neppure del tutto quanto fossero sudicie e brutte… Vi fu, naturalmente, chi si prese la briga di farlo, e fu precisamente la governante della casa del colonnello la quale, al corrente di tutto per via dell’inchiesta indelicata di mamma mia, dotata come era di un cuore maligno, godette a soffiare nel fuoco e a erudirmi su quanto avrei potuto fare di male.
Eppure, mi creda, la bontà di Dio non permise che comprendessi tutta la trivialità di certe cose. Molta parte di esse, quasi per una deficienza mentale, non le capii. Il buon Gesù non volle che la povera anima mia conoscesse tutto il male della carnalità così presto, e non solo il male, ma quelle leggi animali che pure non essendo un male, perché necessarie alla continuazione della razza umana, sono così turbevoli quando ci vengono rese note bruscamente.
Dio mi occultò molto del male che mia madre e la governante di Mario mi squinternavano sotto al naso, la prima per imprudenza, la seconda per cattiveria. Dio le perdoni, Lui che lo può, derogando per una volta tanto alla sua parola che chiaramente annuncia il castigo per coloro che scandalizzano uno dei suoi piccoli che credono in Lui.
Perché quel poco che capii fu abbastanza per scandalizzarmi e turbarmi. Era come se una mano brutale mi avesse tenuta curva su una mofeta, su una voragine da cui salissero miasmi di febbre. Anche a non voler respirare, qualcosa penetra lo stesso portando nocumento al fisico. E nocumento mi portarono. Non c’è nulla di peggio per una giovane creatura del conoscere a mezzo le cose ed essere portata, dalla mente sempre curiosa, a riflettere, ad arzigogolare su quello che le hanno fatto balenare davanti a metà e per di più nella metà inferiore, in quella che, presentata con malizia, può tanto agitare un giovane cuore.
Né qui si fermò il male provocato da mia mamma con la sua intransigenza e col suo egoismo. Ma da questo sono partiti tutti gli altri affanni che hanno distrutto la mia vita, e per poco non distruggevano anche la mia anima.
Ora capisco, ripeto, che quel che per un sette anni mi parve ingiusto accanirsi del destino su me, quel che mi parve per sette anni circa immeritato abbandono da parte di Dio, era invece compiersi su me del desiderio di Dio, anche contro la mia stessa volontà, era non abbandono ma amore geloso di Dio che voleva essere il mio Tutto, il mio Solo, e che perciò doveva agire come agiva per incanalare il mio sentimento, che tendeva ad espandersi sulle creature, unicamente nel canale che sfociava in Lui.
E se dopo avermi fatto tanto male, se dopo avermi spezzato la via che conduceva alle nozze, mamma fosse stata almeno dolce… Avrei finito a non rimpiangere molto il bene perduto. Mi sarei attaccata a lei e mi sarei rassegnata. Ma col suo modo di fare sempre più intransigente e stravagante, col suo continuo rinfacciarmi quel che non avevo commesso, col suo mostrarmi una disistima che non meritavo, e dimostrarmela in mille modi che andavano dal pedinarmi per la via, fin nella chiesa dove andavo per pregare, all’aprirmi tutta la posta, anche quella, ben munita di dicitura sulla busta, che veniva dal mio Collegio e che era guida delle mie buone Suore alla povera Maria lontana e infelice, mi rendeva sempre più triste.
Qualche volta riuscivo a scrivere alle Suore di nascosto e a imbucare la lettera con un gran batticuore di essere sorpresa, ma dovevo raccomandarmi di non rispondere a tono perché mamma mi apriva tutte le lettere. Altro che censura di guerra! E così le buone Suore si dovevano accontentare di stare sul vago. Mi davano consigli buoni, ma di ordine generale e non quelli che più mi erano necessari nelle mie contingenze speciali.
La mia salute cominciò ad alterarsi. All’ormai cronico dolore vertebrale cominciò ad unirsi una pesantezza delle membra, un turgore alle carotidi, una fatica nel salire le scale. Ma, secondo al solito, quando cominciai ad accennare a queste noie mi sentii rispondere che erano ubbie, sentimentalismi, troppo buon tempo, ecc. ecc. Tacqui perciò e non ne parlai più. Del resto, l’idea della morte mi sorrideva. Pensavo che era l’unico modo per uscire da una situazione così infelice e che capivo non sarebbe mai cambiata. Perciò mi ascoltavo peggiorare senza averne paura, ma anzi avendone gioia.
Come vede, Padre, la morte ha avuto per me un volto familiare fin dall’aurora della vita. E se desideravo tanto di finire per trovare pace, una pace umana in fondo, volendo evadere dalla guerra che mi faceva mia madre, vuole che più tardi, quando ho capito che l’immolazione per un fine santo ci apre il Regno della vera pace, io abbia esitato a desiderare l’olocausto completo? E se per amore delle creature che mi erano state levate ho desiderato morire, vuole che non abbia desiderato morire per andare dal mio Gesù che mi ama come Lui solo può amare e che mi ha concesso la grazia di amarlo al disopra di ogni cosa?
D’ora in poi vedrà che questa idea della morte è il motivo-base della mia sinfonia. Sinfonia che ha pagine di un’umanità molto, completamente anzi, umana e poi conosce un lungo innalzarsi di armonie, sempre più in alto, nel regno del soprannaturale.
Sì, la povera Maria tutta umana, che fui dai miei 17 ai miei 24 anni, si è pian piano metamorfosata in una creatura nuova che ha sostituito Dio all’uomo, primo suo amore, che alla sua sete di gioia umana ha sostituito la sua sete di immolazione sovrumana, che del Dolore ha fatto la sua Gioia perché «colui che ama desidera essere simile all’amato», e l’Amato di Maria era Gesù il Re del Dolore.
Durante questo tremendo periodo l’unico molto buono con me, anzi gli unici oltre mio padre che era buono ma incapace di difendermi, erano il colonnello e suo figlio. L’uno mi amava come un padre, l’altro come un fratello. Mi volevano spesso con loro, nelle passeggiate, agli spettacoli. Mamma non condivideva le loro idee… ma mordeva il freno perché il colonnello la sapeva mettere sull’attenti. È stato forse il secondo, dopo la mia nutrice, che ha saputo tener testa a mia mamma.
Mario poi era pieno di premure per la sua «cara sorellina», diceva lui, la quale lo sapeva far essere buono e studioso e così gli evitava i castighi di suo padre e sapeva anche dire la verità quando la governante lo accusava a torto, per malanimo. Il colonnello aveva in me tutta la stima che non aveva di me mia mamma, e credeva a quel che io gli dicevo e mi dava retta. Io ero così la buona fata di Mario, e come lui da questo traeva conforto ugualmente io traevo conforto dalla sua fraterna amicizia così scevra di secondi fini. Eravamo proprio come due fratelli.
Ma col settembre 1914 Mario entrò nell’Accademia navale. Persi perciò la sua fraterna compagnia. Ci scrivevamo però per volere del colonnello, che aveva capito quanta benefica influenza io esercitassi su suo figlio.
Poi, col maggio 1915, scoppiò la nostra guerra e partì anche il colonnello. Restò solo la governante la quale, quando poteva nuocere, era felice e lo faceva con un’arte talmente sopraffina che sapeva ferire in modo da non attirare rimproveri. Quasi quasi bisognava esserle grati del modo come ci trattava!…
Io divenivo sempre più triste e sofferente, e mamma sempre più prepotente. Uniche oasi di serenità, le vacanze di Mario che veniva allora a casa e perciò tornava ad occuparsi della «sua cara sorellina».
A mamma Mario non dava ombra. Era tanto giovane: 18 anni, e così ragazzone poi! Anzi le faceva comodo per il suo giuoco che si scoprì più tardi in tutta la sua finezza machiavellica. Mamma me lo teneva vicino come fa il cacciatore con lo specchietto per le allodole. Mi stordiva così, mi distraeva dal vedere altri giovani. Aveva capito, unica cosa che ha capito di me, che quando sono tutta assorbita in una missione non guardo che a questa missione che porto a termine ad ogni costo. E io mi ero prefissa di dare un poco di gioia a Mario, il ragazzo senza mamma che il padre amava, ma di un amore da uomo, e da uomo un po’ tanto nervoso, ossia con delle bruscherie, con dei cambiamenti d’umore penosi. Io inoltre volevo far sì che Mario divenisse un bravo ragazzo, un bravo ufficiale.
Avevo sempre avuto la vocazione di essere una «luce», una «guida», una piccola «Beatrice» per coloro che amavo. Mi rende- vo sempre più buona, più seria, più studiosa per trascinare altri a divenire buoni, seri, studiosi.
In «Vita nuova» Dante dice, ed è il più bell’omaggio che uomo, e uomo amante, possa dare alla sua donna: «Tosto che ella si mostrava, una fiamma subitanea di carità s’accendeva in me e mi faceva perdonare i torti ricevuti ed amare i nemici miei», e nella «Commedia» Dante fa assurgere questa creatura, che col suo solo apparire gli comunicava il dono dei doni — quello della carità sì altamente esercitata da esser capace di perdonare ed amare i nemici — al ruolo di corredentrice, perché conduce lui ad «amar lo Bene».
Io, fin da quando avevo studiato e meditato queste parole, m’ero prefissa d’esser per il mio prossimo una «Beatrice». Questo mio proposito mi obbligava a conservarmi buona, a migliorare me stessa per migliorare gli altri, perché ho sempre capito istintivamente che nella scuola della virtù l’unico maestro è l’esempio.
Non le ho detto in una lettera che Dio si è servito di tutto, con me, per istruirmi al Bene? Anche «Vita Nuova» e la «Commedia» dantesca hanno servito allo scopo. Perché non è cosa da poco prefiggersi, con onestà d’intenti, di portare altri al Bene divenendo per prima cosa noi discepole del Bene. È un fine umano, ma che predispone all’ascesi nel sovrumano. Si comincia ad esser buoni per legge di morale umana e si finisce coll’essere buoni secondo i dettami della legge di morale cristiana.
Se in me non ci fosse stata questa vocazione, certo messami in cuore da Dio, con tutto quello che passai mi sarei certo smarrita «in una selva oscura» ancor più di quella che avviluppava il Poeta prima che la sua Beatrice intervenisse in suo favore. Invece, nello stesso modo con cui una veste di amianto protegge contro l’azione del fuoco e lo scafandro del palombaro dall’acqua e dai morsi dei pesci, la tendenza ad essere buoni per condurre altri ad esserlo è la più valida trincea contro gli assalti del Male.
E solo Dio lo sa se ne avevo bisogno di una trincea! Man mano che mi trovavo sola, isolata, col mio ricordo d’amore e col mio ricordo di rancore, sempre pungolata da mamma che man mano che rimaneva senza testimoni in mio favore aumentava il suo rigorismo illogico, io arretravo, arretravo, mi allontanavo da quel codice di bontà e d’amore che era stato la mia norma di vita per degli anni.
Lei mi dirà: «Ma non mi ha detto che restò sempre fedele ai suoi doveri di cristiana?».
Sì, ancora credente, ancora osservante. L’amore verso Dio, che era stato il mio motore per tanto tempo, continuava ad agire a mia stessa insaputa e faceva sì che io non sapessi tagliare tutti i ponti che mi univano a Dio. Continuavo ad andare in chiesa, continuavo a fare le mie comunioni del primo venerdì del mese. Certo! E dove avrei pianto se non fossi andata in chiesa? E dove avrei sentito sul mio spasimare scendere un balsamo, come un calmante in una carie, se non mi fossi rifugiata presso il Tabernacolo e se nel mio povero cuore in tempesta non avessi accolto Iddio?
Ma erano povere preghiere e povere comunioni. Non erano più le confidenti orazioni in cui, sì, si chiede aiuto dal Cielo ma anche contemporaneamente si dice: «Però, Signore, fa’ Tu quello che ti pare più giusto di fare». Non erano più le amorose comunioni, fusioni dell’anima col suo Signore, durante le quali si bacia il suo Volto divino, le sue Mani santissime, anche se quel Volto ha appena pronunciato un verdetto di dolore per noi e se quelle Mani hanno infitto una spina, una delle sue spine, nel nostro cuore. Erano interrogatori, erano inquisizioni, erano, non dico dispute perché Gesù non disputa mai, ma atti di accusa miei contro di Lui.
Non si fa di solito così col buon Dio? Quando, per un motivo che sapremo solo nell’altra vita, il Signore permette che il dolore ci ghermisca, cominciamo degli interminabili discorsi a base di «perché». E finché ci si limita a chiedere «perché» di un dolore, si va ancora passabilmente diritti. Il male è che dopo i «perché» vengono delle vere e proprie requisitorie nelle quali noi mettiamo sul banco degli accusati il buon Dio e ci poniamo noi, in veste di Pubblico Ministero, sul banco dell’accusa dal quale tuoniamo i nostri rimproveri e pronunciamo le nostre arringhe contro Gesù; il quale, come già davanti a Pilato, non risponde ma si limita a guardarci con infinita compassione.
Sono scivolata così piano piano verso la disperazione. Come un toro nell’arena — il paragone è poco in carattere parlando di una giovane ma rende tanto bene l’idea — come un toro nell’arena, inseguito, sferzato, aizzato, irriso, ferito da mille parti, io scalpitavo, scuotendo la raggera delle «banderillas» che mi si configgevano nella carne, e non riuscivo altro che ad accrescere il tormento. Tormento che dal di fuori veniva a me, tormento che dal mio interno veniva alla superficie.
Ero in un mare di torture. Quelle esterne, del mio caro prossimo, alla cui testa era mia madre che valeva da sola per dieci, mi portavano alla disperazione in un senso. Quelle interne, che rampollavano dal mio cuore, mi ci portavano per un altro senso. Le prime mi davano tentazioni di suicidio per evadere da quella rete di tormenti giornalieri. Le seconde mi davano tentazioni della carne perché erano originate da quel che le imprudenti parole di mamma avevano, quella sera, seminato, e le maligne spiegazioni della governante della casa del colonnello avevano poi coltivato.
La disperazione! Quanto avrei da dire in proposito! Quanto su coloro che portano i loro simili alla disperazione, e sono i più cinici degli omicidi perché, senza materialmente colpire e macchiarsi di sangue, uccidono in realtà, in maniera raffinata, sia per il metodo che ottiene lo scopo senza incappare nei rigori della giustizia umana, che per la crudeltà con cui compiono la loro opera! Uccidono, e non solo il corpo ma uccidono l’anima, spingendola al suicidio che è ribellione al comando di Dio.
E quanto avrei da dire sui disperati! I miseri più miseri fra gli uomini! Che è mai la povertà, che le più orrende mutilazioni, che le più strazianti malattie, che i lutti più desolanti, se la speranza continua a confortare il cuore dell’uomo? Finché questa virtù celeste rimane come luce superna ad illuminare un cuore e a mostrargli il Volto di Dio e il suo prossimo ed eterno bene, povertà, mutilazioni, malattie, lutti, sono dolori che si possono portare. Ma quando la speranza muore e non si spera più, quando la disperazione, questa piovra potente, ci abbranca l’anima suggendoci tutte le energie di bene e paralizzandoci tutti i moti di bene, quando questo mostro ci attira nel gorgo profondo, nel buio spaventoso del non credere più a nulla, allora i dolori non si possono più portare: ci schiacciano e noi ci sentiamo crollare sotto il loro peso e cadiamo maledicendo la vita, e non la vita soltanto…
Oh! io ho potuto ben capire le sofferenze di mio padre, sofferenze che lo hanno minato fino a fare di lui un povero bambino, confrontandole alle mie!… La disperazione uccide anche se noi non ci uccidiamo. Uccide solo per lo sforzo che le dobbiamo opporre perché non vinca lei, portandoci al suicidio…
Come bisogna pregare e amare i disperati, questi infelici portati alla pazzia morale qualche volta da eventi che non possiamo stornare, spesso, troppo spesso, dall’opera voluta compiere con piena coscienza dal nostro prossimo a nostro danno!
Se i mobili della mia stanza potessero parlare, le potrebbero dire certe mie ore di lotta tremenda contro la tentazione della disperazione che mi spingeva al suicidio. Potrebbero anche dirle che irata con me stessa, che non sapevo morire di dolore e non sapevo darmi la morte (perché avevo paura di non darmela bene e di far ridere di me il mondo), mi colpivo ferocemente coi pugni tramutati in mazza fino a cadere stordita al suolo.
Come vede, non mi uso pietà nel descrivermi quale ero… Ma in queste narrazioni bisogna essere sinceri. Sempre. Nel dire il bene come nel dire il male, se no è inutile scriverle. Non le pare?
Ero una violenta e una passionale. Non dimentichi da chi avevo succhiato il latte e la teoria di certi scienziati sull’influenza del latte nei futuri caratteri dei poppanti. In quegli anni, sotto il pungolo di forze esterne ed interne, la psiche della mia pazza nutrice saltava fuori. Le forze esterne gliele ho già descritte. Le interne le ho accennato quali fossero.
Il Maestro dice: «Dal cuore vengono i cattivi pensieri, gli omicidi, gli adulteri, le fornicazioni, i furti, le false testimonianze, le parole oltraggiose. Queste son le cose che contaminano l’uomo».
A me, dal fondo del cuore dove con poco rispetto per la mia innocenza era stato gettato un conoscimento, che mi si poteva risparmiare, su certe animalità della nostra natura, sorgevano tentazioni di desiderio.
Chi non le ha provate non le può capire e perciò non può giudicare. Comodo è tuonare contro chi cade, ma bisognerebbe però che colui che tuona e giudica fosse a sua volta morso dalla tentazione. Allora capirebbe. Ah! Gesù, che parola la tua quando dice: «Non giudicate!». Coloro che la bontà eterna ha preservato da certe lotte dovrebbero limitarsi a lodare e benedire Iddio, fare unicamente questo, invece di consumare lingua e respiro nel condannare i fratelli tentati…
Ho sofferto moltissimo.
Fu qui che ebbi un sogno che sento con sicurezza essere stato mandato da Dio per mio bene.
Ieri sera mi sono fermata a questo punto perché ero troppo sofferente per proseguire, e nelle lunghe e penose ore notturne mi è venuto in mente che omettevo un particolare, atto a spiegarle il mio doloroso stato d’animo sopra descritto. Riparo ora all’omissione, dovuta alle continue interruzioni che devo subire da parte dei familiari, dei visitatori e del mio soffrire, interruzioni che mettono a dura prova la mia pazienza.
Era da un sei mesi scoppiata la guerra italo-austriaca quando mi dissero che Roberto, il mio così rispettoso amatore, era morto in combattimento… La morte poneva fine, e una fine senza scampo, al mio sogno d’amore che la speranza e la costanza avevano continuamente alimentato.
Soffrii inenarrabilmente e credetti che non si potesse soffrire di più! Anni dopo compresi che si può soffrire più ancora, perché vi sono delle tragiche risoluzioni nel nulla di affetti umani ancor più dolorose a subirsi di quelle provocate dalla morte. Ma allora non le conoscevo e perciò soffersi profondamente e mi dissi: «Più di così non è possibile soffrire».
Sentii la mia vita spezzarsi, e in verità si spezzò per sempre. Dopo — poiché ero tanto giovane: 18 anni, quando fui così colpita — dopo, negli anni seguenti, tentai di rivivere… ma erano conati vani. Le ali spezzate non potevano più sorreggermi nel cielo della gioia e dell’amore umano. Solo quando avessi rivolto il mio sguardo e il mio desiderio di volo verso le regioni del soprannaturale, le mie povere ali spezzate avrebbero potuto ritrovare la forza di muoversi, sia perché erano aiutate da quelle dell’anima, sia perché l’atmosfera in cui si muovevano era più pura e leggera e già di per sé stessa aiutava al volo, sia, soprattutto, perché la mano del Medico eterno le aveva risarcite carezzandole. Tutto mi si scolorò nel mondo prendendo un colore funebre e grigiastro.
Non dovevo mai più conoscere l’amore, nel suo significato di letizia. Conobbi poi un’affezione forse, anzi senza forse, più profonda del mio primo amore, un’affezione che dura tuttora dopo tant’anni e che durerà in me fino all’ora estrema. Ma era un’affezione più amichevole che amorosa, più fraterna che amorosa, più materna che amorosa. L’effervescenza dell’amore, il godimento dell’amore, nel senso umano, era per sempre finito per me. Dopo fui un’anima che amava un uomo, e questo probabilmente contribuì ad allontanarmelo, perché l’uomo vuole una donna, una carne più che un’anima… Ma io con la carne non potevo più amare. La mia giovane carne morì, insieme a Roberto, quando avevo 18 anni.
Lei si stupirà forse che su quel minimo che era stato il mio contatto con lui — sguardi, saluti e poche, poche parole — io avessi potuto far crescere un così vigoroso amore.
Nelle terre solitarie, là dove un poco di humus si è accumulato nei secoli fra pietre e dirupi di coste sassose o lungo le scogliere strapiombanti a mare, nasce talora l’agave, dal fiore a sette braccia come il candelabro sacro del tempio di Salomone. E tanto più cresce vigoroso quanto più è solitario e il suo crescere è contrastato da povertà di suolo a sua disposizione e da inclemenze atmosferiche. Il ciuffo robusto, direi metallico, delle sue foglie aperte a cespo intorno alla colonna del fiore, drizza le sue lance carnose e spinose di un verde-grigio, il candelabro del fiore si eleva pomposo verso il cielo con le sue sette braccia che all’apice, al posto della fiamma guizzante, hanno le corolle giallo-rosse del bel fiore odoroso, e né per arsione di sole, né per flagellar di venti, né per schiaffi d’onde, né per mitragliare di grandine, esso piega e muore. Neppur l’uomo, coi suoi strumenti di morte, lo può svellere dalla zolla dove esso si è fatto il nido per crescere e fiorire. Solo il fulmine può incenerirlo e distruggere la sua vitalità tenace.
Il mio amore era l’agave solitaria. Nato per mettere la gioia di una fioritura dove non c’erano che lacrime e solitudine, si era abbarbicato, con tutte le sue radici, a me, ed era divenuto la mia ragione di esistere. I contrasti che lo avevano avversato altro non avevano fatto che obbligarlo a mettere radiche sempre più profonde e a spingere sempre più alto il suo stelo protetto, nel suo fiorire, dal baluardo delle foglie robuste.
Tutto era stato pronubo al suo nascere. Le mie condizioni familiari così tristi fra un padre menomato e una madre dispotica, senza fratelli, senza parenti, privata di quegli affetti santi del mio Collegio, di cui sentivo così acuta nostalgia. Il mio temperamento desideroso di amore più che di pane, di vesti, di divertimenti, il mio riflettere che per uscire dall’ambiente ostile e oppressore della casa (quale era la mia casa), il mio guardare verso il futuro meditando che alla morte dei miei sarei rimasta sola nel mondo, mi spinsero ad amare l’Amore più che l’uomo in sé.
Roberto aveva tutto per essere amato: bontà, bellezza, censo, coltura; ma io penso che se anche bellezza e censo non vi fossero stati e solo egli avesse posseduto bontà e coltura io lo avrei ugualmente amato.
Amare era per me condizione inderogabile per poter vivere.
Se fin da allora avessi conosciuto «quel che avrebbe giovato alla mia pace», avrei diretto altrove il mio bisogno di amare e non sarei stata delusa. Ma il buon Dio voleva che io lo amassi con esperienza, dirò così. Lo amassi non per grazia data da Lui gratuitamente, ma per convinzione mia, per mia spontanea volontà. Dovevo andare a Lui dopo aver visto quanto caduche sono le affezioni umane, dopo aver gustato quale amarezza si cela sotto la fittizia dolcezza delle gioie umane, dovevo cercare riposo in Lui dopo essermi persuasa che in qualunque altro luogo avessi raccolto il mio volo avrei trovato pungenti spine sotto bugiarde rose, dopo aver constatato che in luogo della cercata compagnia ovunque era vuoto desolante e che solo Lui, Lui solo poteva darmi fedeltà, dolcezza, riposo, calore, compagnia, conforto.
A rigore di logica umana questa parrebbe una crudeltà. Invece, ora che sono vivente in piani soprannaturali, io la giudico una prova di stima che Dio mi ha concessa e una predilezione tutta speciale.
Alla scuola dell’esperienza mi ha istruita nella conoscenza del Bene e del Male; mi ha mostrato, facendomela toccare con mano, la differenza fra le gioie labili della vita e le gioie eterne dello spirito. Non ricordo in questo momento chi fu colui al qua- le un serafino mondò, col fuoco preso nel Cielo, il labbro da tutti i sapori umani perché potesse capire perfettamente il cibo della parola di Dio e celebrarne gli splendori. Ma trovo che a me pure Iddio, sostituendosi al serafino, purificò col fuoco del dolore e cuore e labbra per renderli atti a gustare le cose non terrene.
Ed io ti benedico, o Padre santo, per l’ardore della bruciatura, per la potenza della tua cauterizzazione, per il tuo operare verso di me in veste di Medico che distrugge, per dar vita, le parti invase da mali distruttori. Ti benedico per il tuo Amore che mi ha salvata contro la mia stessa volontà, per la tua Pazienza che mi ha attesa, per la tua indistruttibile Compassione che nessun nostro ripudio e colpa spezza e che ebbe così immensa pietà di me. Ti benedico per avermi evangelizzata nuovamente, per avermi trasfigurata in Te non appena io ti dissi: «Voglio esser tua»!
La vita in ginocchio, con le braccia alzate in gesto di amore e di benedizione, tutta la mia vita non basta a ringraziarti di quanto mi hai dato; e tutto il mio dolore, che ti ho chiesto e che ti dono, perché nella mia debolezza e miseria non posso darti altro che il mio soffrire, è un obolo, un tributo ben insignificante, una ancor più insignificante restituzione rispetto a tutto quanto Tu hai dato a me.
Ma, o Signore, ma, o Maestro buono, ma, Compassione che non conosci stanchezza, per questo mio niente che ti do, e che è tutto quel che posseggo di veramente mio, e che non è il superfluo, perché non sono le cose che superano che ti do, ma le cose essenziali per vivere sulla terra, quelle che tutti cercano conservare come il più grande tesoro, perché è la mia salute, la mia vita, il mio sacrificio, il mio patire, ma per tutto questo, Trinità santa, ma per tutto questo, Gesù mio, concedi ad altri, a infiniti altri colpevoli come io un tempo, quanto hai dato a me stessa, per portarli, attraverso al ravvedimento e all’amore, con Te in cielo.