Autobiografia
20. Estate 1930
Nell’estate 1930 esperimentai la potenza della croce. Ma prima le devo narrare il mio Venerdì Santo.
Il periodo che va dalla Domenica di Passione alla festa della Ss. Trinità è sempre stato per me un periodo amatissimo e desideratissimo. Neppure il Natale ha per l’anima mia quella potenza che ha il sunnominato periodo. Sono sempre stata una piccola innamorata del Crocifisso, bisogna ricordarselo, e perciò il periodo commemorativo della Passione ha per me una attrazione che nulla riesce a superare.
Dopo questo periodo, che per me si conclude col dì dell’Ascensione, viene la Pentecoste. Altra festa a me dilettissima. Lo Spirito Santo! L’Amore! La Luce! Il Fuoco! Oh! come amo questa terza persona della Trinità Santissima! Mi parrebbe che il mio giorno fosse orbo di luce se non lo iniziassi col «Veni Sancte Spiritus»! E anche durante la giornata, se qualcosa mi assilla, mi turba, o mi è oscura, mi volgo al Paraclito con la fiducia di un bimbo verso il Sapiente che tutto sa. La novena dello Spirito Santo è per me sempre piena di una soprannaturale delizia e letizia che culminano toccando una luce vivissima nella mattina di Pentecoste.
La maggioranza dei cattolici commette un grande errore dimenticando troppo di frequente la prima e la terza Persona della Ss. Trinità. Anche segnandosi della croce molti dicono: «Nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo». Ma in realtà pensano solo al Figlio. L’ottusità della natura nostra è tanto viva che ben pochi sanno concepire ciò che è solo spirito, e perciò si appuntano al Figlio, l’unico dotato di corpo.
Le persone pie accumulano comunioni sacramentali con comunioni spirituali. Ma non pensano neppure, e sentendolo dire quasi inorridiscono come di una bestemmia, che si possa, anzi, che sia atto di amore doveroso, abbracciare il Padre che è nei cieli con continui atti di rispettoso affetto, e fare delle cresime spirituali che ci rinnovano l’infusione dei sette doni divini dei quali abbiamo sempre tanto bisogno.
Per mio conto ho sempre cercato di rimediare a questa lacuna della maggioranza. Da quando sono entrata nella luce di Cristo ho sempre cercato di riparare a questa mancanza di devozione verso la prima e la terza Persona della Triade santa.
Non sempre ci è concesso di dire il «Pater» con quella tranquillità e riflessione che una tale sublime preghiera richiede per esser proprio «preghiera». La stessa abitudine di dirla fa sì che tante volte si ripete macchinalmente. E quando l’anima è assente, a che è valida la preghiera? A nulla. Resta un borbottio meccanico di labbra distratte. Ma quando dal fondo del nostro spirito scoccano come frecce le brevi invocazioni, le ardenti, se pur laconiche, confessioni di amore, come ne deve giubilare l’Altissimo e rispondere con benedizioni di potenza infinita!
«Oh, Padre mio!», «Padre t’amo!», «Padre guarda la tua creatura», «Padre m’affido a Te!». Oh, brevi e infuocate preghiere che dite al Creatore come noi, creature sue, ci ricordiamo di Lui, quale merito ci acquistate e quante grazie ci ottenete! Quando nel pianto o nella gioia, nel fervore o nell’aridità, nella sicurezza o nel turbamento, e nelle ore in cui un evento ci tiene in forse sulla via da seguirsi, quando a sole che illumini il nostro giorno noi eleviamo un sospiro d’amore e di desiderio allo Spirito settiforme, oh! come Egli risponde, scendendo con i suoi tesori di luce, di carità, di sapienza, di fortezza!
Avevo abituato anche le mie figliuole del Circolo a questa tanto benedetta elevazione della mente al Padre e allo Spirito Santo. Ma dubito molto che esse le siano rimaste fedeli.
Per tornare in argomento le dirò dunque come il periodo che va dalla Domenica di Passione alla Ss. Trinità fosse un grande periodo per me. Lo è. La Settimana Santa poi mi ha sempre commosso il cuore, anche nei periodi più burrascosi. Che un Dio morisse per noi e in quel modo era per me qualcosa di così sublime che sentivo sciogliersi l’anima mia da ogni gelo nei periodi tristi della giovinezza e, nei seguenti, sentivo la più profonda commozione invadermi l’anima con un oceano di fiamme.
Per le idee materne non ho mai potuto assistere in pace alle funzioni della Settimana Santa. Mamma in prossimità delle feste è sempre divenuta più intrattabile del solito e per evitare scene in contrasto con la solennità bisogna usare una diplomazia sopraffina… Non giova gran che, ma qualcosa fa… Dovevo perciò accontentarmi della comunione quotidiana e di fugaci visite in chiesa, rubando i minuti, a suon di corse che mi portavano il cuore in gola, durante le uscite per le spese. È comodo esser praticanti quando nessuno ci ostacola nella devozione. Ma che merito sarà serbato a coloro che devono sfidare le ire altrui e ricorrere a mille sante astuzie per potere andare nella casa di Dio?
Nella Settimana Santa del 1930 io ero ancor più del solito infiammata di spirito d’amore e di riparazione. Avendo occasione, in grazia del Circolo, di uscire più di frequente, sguizzavo in chiesa come un pesciolino sfuggito dalla rete. Il grande Crocifisso dell’altare mi pareva mi guardasse con occhi più imploranti che mai.
Quel Crocifisso! Io non lo vedrò mai più. Ma ritroverò in cielo, cambiate in gemme, tutte le lacrime che ho pianto sul suo petto e sulle sue mani trafitte quando potevo trovarlo deposto nella cappella dell’Arcivescovo nei periodi che sull’altare maggiore veniva messa una statua. Lo accarezzavo, col mio fazzoletto levavo la polvere che insudiciava il suo viso, le sue mani, i suoi piedi, e lo baciavo e lo bagnavo di pianto. Non mi pareva vero di poterlo toccare così! Non mi pareva più un legno inanimato, ma un corpo vivo e palpitante, e come a corpo vivo gli facevo nel pianto mille domande pietose: «Povero Gesù! Ti fan tanto male questi chiodi, queste spine, queste lividure? Oh! come te le vorrei levare a qualunque costo!».
Sono le divine sciocchezze dell’amore! A taluno parranno sentimentalismi. Non lo sono. Quando si ama uno in maniera assoluta si dicono sempre e con vera convinzione. La madre sulla cuna del suo bimbo che piange non si strugge nell’ansia di levargli la «bua» a costo di prenderla lei e non dice le dolci frasi che non sono mai ridicole, anche se bamboleggianti? La moglie amorosa non si curva, resa tutta pietà, sul consorte infermo crucciandosi di non poterlo sollevare nel suo soffrire e non ha per lui tenerezze di mamma, oltre che di sposa, e parole simili a quelle usate su una cuna? E perché non si dovrebbe amare Gesù con la stessa struggente tenerezza di come si ama un marito e un figlio? Almeno con la stessa tenerezza. Ma in realtà si deve amarlo con molta, molta, molta più tenerezza. Perché credere e giudicare sentimentalismo le carezze date a un Crocifisso o a un Sacro Cuore? La Santina di Lisieux non fa certo ridere quando sfoglia le sue rose e di ogni petalo se ne fa uno strumento per carezzare il suo Signore! Quelle rose sfogliate su di Lui erano l’emblema della sua vita che si sfogliava nell’olocausto d’amore. Non sentimentalismo, ma amorosa follia corroborata dalla realtà dell’olocausto.
Anche le mie carezze sul Cristo crocifisso, anche le mie lacrime e le mie parole non erano emozioni ridicole di donnetta sentimentale e isterica. Erano bisogni veri e virili del cuore che già si immolava per essere simile al suo Dio.
Oh! comprendo molto bene i grandi pianti della Maddalena, le sue, dirò così, crisi parossistiche di amore e di dolore. Non era isterismo, no. Era incandescenza d’amore. Io ero e sono della schiera ardente e penitente delle Maddalene e per levare Gesù dalla croce accetterei, non solo metaforicamente ma nella realtà, d’essere inchiodata al suo posto.
Crede Lei che il mio soffrire mi basti? No. È tanto! Così tanto che senza una speciale grazia di Dio il mio essere non potrebbe sopportarlo e il cuore si spezzerebbe nello spasimo. Ma non mi basta. A me, Maria della Croce, anima di Cristo, non mi basta. E se anche Dio lo aumenterà non mi basterà mai, mai, mai. Mai, perché i dolori del mio Salvatore sono stati infiniti e vorrei infiniti i miei…
Non so se nessuno dei sacerdoti si sia mai accorto di quei miei abbracci al Crocifisso. Non credo perché… facevo una barricata di seggiole contro le due porte e stavo sempre con il mio acutissimo orecchio teso. Non volevo essere scoperta. «Quando pregate chiudetevi nel segreto e il Padre che vede nel segreto ve ne darà la ricompensa». Ma il brutto era quando Gesù era sull’altare… Allora il pianto mi cadeva lungo le guance. Per fortuna erano sempre ore in cui la chiesa era deserta… Perciò solo il mio vec- chio Parroco mi scoprì qualche volta. Ma di lui non avevo molta vergogna. Sapeva già abbastanza di me.
E veniamo al Venerdì Santo.
Fu l’unica volta che andai alla funzione delle «tre ore di agonia»… e per poco non ci rimasi morta. Eravamo andati io, papà e mamma. Caso inaudito negli annali di famiglia, mamma aveva acconsentito a questo mio desiderio. Era con noi anche una buona signorina.
Alle 11 avevo tanto pianto ai piedi dell’altare guardando il mio Gesù e la divina Madre dal cuore trafitto. Ma non mi sentivo male. Non mangiai quasi nulla perché quando piango non posso più mangiare.
Andammo dunque in chiesa. Eravamo seduti quasi sotto al pulpito. Alla seconda parola cominciai a sentirmi molto male. Una sofferenza mai provata fino a quel momento, ma una sofferenza terribile. Il primo attacco di angina-pectoris lo ebbi proprio il Venerdì Santo e nelle ore dell’agonia di Gesù.
Se si pensa che un medico dell’antichità, riuscito a individuare questo male e le sofferenze e i pericoli che porta, ma non a trovare le cure, ebbe a definirlo: «Pausa della vita in cui si soffre la morte», si può capire cosa esso sia di terribile. Solo chi ha provato quell’angoscia straziante di spasimo, di crampi, di soffocazione, di collasso può sapere cosa essa sia in realtà. Ed io l’ho provata per la prima volta il Venerdì Santo. In agonia Gesù, in agonia Maria di Gesù. Ho creduto morire proprio. Uscire non si poteva per la folla, e poi non si può camminare in quei momenti!… Mi dovetti quasi svestire in chiesa perché tutto quanto allaccia aumenta il soffrire.
Ma non ebbi paura. Sentivo che Gesù mi issava sulla croce… Lo avevo tanto chiesto in quei cinque anni di accettarmi per vittima… era venuta l’ora beata del consenso divino. E venuta in un giorno e in un’ora così colmi di significati.
Lei potrà dire: «Ma si era sentita male anche l’anno avanti».
Oh! era tutto diverso! Quello era parso quasi un inizio di colpo apoplettico dovuto a mala circolazione. Un grande afflusso di sangue al collo e al capo, una vertigine intensa e basta. Questo era spasmodico dolore, era sudore ghiaccio, era agonia vera e propria. Fu il regalo di Gesù morente alla piccola vittima.
Dopo, passata la crisi, tornai come prima. Solo ero molto stanca. Ma dopo un buon sonno non sentii neppure più la stanchezza.
Venne l’estate. Quell’anno non tornò da noi la solita famiglia che veniva ogni estate e con la quale eravamo in una relazione di amicizia. Eravamo in trattative con un altro conoscente nostro, ma all’ultimo momento non poté venire. Eravamo perciò senza nessuno.
Alla fine di giugno una signora, nostra conoscente, ci chiese se avremmo ospitato un signore solo, un dottore, il quale voleva una casa molto quieta, di persone non popolane, dove si potesse mangiare e dormire bene e in pace. Durata dell’affitto: due o anche tre mesi. Però questo dottore voleva avere il permesso di portarsi seco un giovane suo protetto, il quale spesso sarebbe stato suo ospite e che avrebbe dato consultazioni in una stanza durante qualche ora del giorno.
Consultazioni: una parola che vuole dire molte cose. Si danno consultazioni mediche e legali, si danno consultazioni anche sull’arte di coltivare… le cipolle. Basta essere dottori in agraria.
Accettammo perché era molto conveniente e poco faticoso. Una persona sola da servire, perché il… consulente alloggiava altrove, era quello che ci voleva per me.
Il 1° luglio cominciò ad arrivare il… consulente. Un discreto giovane, come aspetto, e un buon ragazzone come morale. Si insediò nella stanza dove ora sto io, allora salotto, e non volle che io levassi un quadretto del Crocifisso davanti al quale pregavo. Mi disse che egli era molto credente e che desiderava avere nella sua stanza di consultazioni quel quadro sacro. Benissimo.
Non dava nessuna noia. Entrava, usciva, calmo, rispettoso e silenzioso.
Il 4 luglio arrivò il dottore. Persona distintissima. Comprendemmo poi che era anche coltissima e molto ricca. Gli piacque tutto e fissò subito di restare per tre mesi. Per il primo giorno disse che avrebbe mangiato fuori di casa per dare tempo a noi di trovare le uova, di cui faceva largo uso, e fissare il pesce, perché uno dei pasti doveva essere a base di pesce per causa della sua uricemia. Vide il pianoforte e mi chiese se gli permettevo di usarlo. Suonava e cantava benissimo. Gli risposi che facesse pure.
Il giorno dopo si iniziò la pensione vera e propria. Dopo il pasto del mezzogiorno il dottore era salito nella sua camera, anzi nel salottino del piano, per riposare. Io ero andata in cucina a rigovernare. Mamma era con me e papà dormiva nella sua stanza. Tutto taceva in quell’ora caldissima.
Io d’un tratto mi sentii stranamente male. Non un male fisico. No. Era un male non fisico perché non c’era dolore alcuno, ma mi turbava anche il fisico. Non so spiegare.
Uscii in cortile per respirare parendomi che l’aria della casa si fosse fatta d’un tratto mefitica. Ecco, forse questa è la sensazione più giusta: un’aria corrotta. Ma anche in cortile era lo stesso. Anzi mi pareva che mani invisibili mi opprimessero il petto, mi tappassero le nari. Mamma non sentiva nulla.
Con fatica rientrai in casa. Con fatica perché qualcosa mi respingeva dalla casa. Volli salire al primo piano per prendere il cardiotonico che usavo quando ero sofferente. Salii la scala. Fino al primo breve pianerottolo tutto andò bene. Ma quando iniziai la salita della seconda rampa avvertii una forza che mi spingeva indietro come per impedirmi di salire. Avevo proprio la sensazione di due mani, molto grandi e forti, che mi si appoggiassero al petto respingendomi con grande vigore. Lottando e tenendomi bene stretta alla ringhiera, riuscii a salire. Quando giunsi al primo piano, di fronte alla porta chiusa del salottino, la sensazione divenne paurosa. Che avvenne allora in me? Non lo so. Mentre penetravo nella nostra camera da letto compresi, come lo vedessi coi miei occhi, che in quel salottino, dal quale nessun rumore usciva, si faceva dello spiritismo.
Credo di appartenere alle persone coraggiose. Fuorché il terremoto e le rivolte popolari non mi fa paura nulla. Non le malattie contagiose, non le sofferenze, non gli animali. Sto a rispettosa distanza dai gatti, non perché non mi piacciano ma perché mi saltano agli occhi. Cosa vedono nei miei occhi non lo so. Constato che quando può il gatto mi si avventa contro e perciò sto alla larga da questo felino. Sfuggo le serpi perché mi fanno ribrezzo. Tutte le altre creature le amo, topi compresi, per i quali le mie compagne di sesso fanno tanti strilli. Non ho paura dei fulmini né dei venti. Ma dello spiritismo ho una paura nera, come ho paura di tutto quello che è misterioso.
In collegio le Suore dicevano di sovente: «Pensate che bellezza se ora apparisse un angelo, la Vergine, Gesù!». E io pronta: «No, per carità! Salterei fuori dalla finestra!». Perché? Per paura di Dio? No. Per paura che lo Spirito del Male si vestisse di quelle parvenze per trarre in inganno. Mi dicessero: «Tu guarisci se ti lasci curare da un magnetista o da qualcuno di coloro che praticano magie e scienze occulte», io ricuserei, come ho ricusato, la guarigione per tema che un pezzettino di demonio mi restasse addosso.
Quando nel 1921 ero in lotta con mamma per via di Mario, mia madre andò da un occultista. Non so cosa combinarono… Mi mandò un talismano che mi guardai bene dal portare addosso. Ma solo a riceverlo, solo l’andare da quel mezzo diavolo (per me certa gente è molto parente del diavolo), mi portò quel che mi portò. Ma mia mamma ci crede a certe cose e del diavolo, al quale crede sì e no, non ha paura…
Insomma, per tornare al fatto, io compresi che si faceva dello spiritismo. Perché lo compresi? Mah! Lo compresi e basta.
Tornata al terreno lo dissi a mamma e con rara audacia dissi che o la finiva quel signore o me ne andavo io. Stavo discutendo quando scese… il consulente. Pareva piuttosto seccato. Salutò e se ne andò. «Allora era lui di sopra insieme al dottore», dissi. «Ma benone!».
Al mattino dopo trovai fissata sulla porta di casa una bella mano con sotto scritto: «Mustafà - Chiromante - Occultista ecc. ecc.».
Misericordia! Era consulente in quelle scienze? Divenni furibonda. Tanto furibonda che comunicai il mio furore a mamma, la quale significò al dottore che se credeva di stare come bagnante rimanesse pure ma che sgomberasse ipso-facto se voleva dedicarsi a certe cose. Casa nostra non era atta a questo. Ci fu un bel battibecco. Poi il dottore aderì dicendo che avrebbe detto al suo protetto di andare altrove. Lui, il dottore, sarebbe rimasto.
Passarono altri due o tre giorni. Il chiromante veniva ancora, in cerca di denaro, dal suo protettore, ma non si rinchiudevano più a quattr’occhi e aveva sgomberato il suo… gabinetto.
Al quarto giorno rieccoti quella sensazione. Ma questa volta la combattei a dovere. Smisi di fare non so che, mi armai del Crocifisso e dissi: «Ora, Signore, è il momento di mostrarmi la potenza di questo segno. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo ti chiedo di impedire al demonio di agire in casa mia», e terminai con la preghiera di S. Edmondo: «Gesù Cristo Re dei Giudei».
Io non sentii più quella privazione di aria e dopo qualche tempo vidi scendere il medium (chiamiamolo col suo giusto nome). Era turbatissimo. Venne in stanza da pranzo e fece tutto un racconto per persuaderci che egli era un bravo giovane, religioso, credente ecc. ecc. e che lo spiritismo non è contrario a Dio perché anzi chi lo pratica crede nell’al di là e dà modo alle anime disincarnate di venire a portarci le voci supreme ecc. ecc. Io zitta.
Allora il medium mi disse, proprio a me: «Sa, io non sono un indemoniato. La si figuri (era fiorentino) che porto con me il lumen Christi (che fosse per lui non so) e lei la fa male a non volermi. Io ero venuto qui tanto volentieri perché le volevo far del bene (?). Ma lei la mi caccia…».
«Io non caccio nessuno», risposi. «Se è vero che lei è amico di Gesù non si deve sentire in disagio presso di me».
«Sì, invece, che mi ci sento. Lei la va sempre in chiesa!».
«Ma anzi proprio per questo dovreste stare bene qui. Chi è con Cristo non teme Cristo!».
«E invece le dico che la mi disturba».
«Non venga più e buonanotte».
Il discorso finì lì.
Dopo poco ecco il dottore. Accigliato, torvo. Mi si piantò davanti e mi squadrò bene bene. Io lo guardai interrogativamente.
A sera, era di domenica, mentre cenava il dottore disse: «Devo andare via perché la signorina non ci vuole. Non sa che oggi per poco non mi fa morire Mustafà?».
«Io? E come facevo se non sapevo neanche che ci fosse?».
«Sì, lei, proprio lei. Era in trance e di colpo mi restò in catalessi. Quando rinvenne disse che lo spirito Gabriel (?) nel fuggire impaurito lo aveva lasciato privo di vita. Solo dopo una mezz’ora era tornato e Mustafà è tornato in sé».
Benissimo, pensai. Se anche voi non la volete smettere ve la faccio smettere io. E giù preghiere con la mia croce fra le mani.
Morale: due giorni dopo Mustafà andava a Rimini coi suoi spiriti più o meno Gabrielli. Il dottore restava, perché diceva che doveva restare. E fino alla notte del 17 agosto tutto andò bene.
Ma quella notte, fra il tocco e le due, mentre io dormivo come un bebé, fui svegliata di colpo da quella famosa sensazione di mani che mi opprimessero il petto per scacciarmi e di aria corrotta. Soffrii moltissimo e dissi a mamma (dormivo con lei): «Il dottore fa qualche cosa».
Soffrii tanto e lottai tanto che al mattino, mentre ero fuori per le spese, fui per morire di un attacco di cuore. Tornata a casa avevo un viso così sbattuto che il dottore, che a parte il suo spiritismo era un bravo uomo, ebbe pietà. Ma io ricusai la sua pietà e gli dissi: «Che ha fatto lei questa notte?». Egli chinò il capo e confessò: aveva evocato il famoso Gabriel.
Ne tragga Lei, Padre, le conclusioni. Io le dico solo che sono convinta che la potenza del nome di Gesù e della Croce impedì l’opera demoniaca; le dico che sono convinta che lo spiritismo è demoniaco (mi faceva troppo soffrire. Se fosse venuto da Dio, come dicevano quei due, non mi avrebbe torturata); le dico che il demonio non voleva che io fossi in casa e tentava respingermi non per me ma per Colui che era in me; le dico che sono convinta che in questo fatto c’è certamente nascosto un perché noto a Dio solo; le dico che non fu senza frutto perché in capo a tre mesi il dottore si era ricreduto su molte cose al punto di desiderare di riunirsi a Dio rinunciando a tutto il resto; le dico infine che sono arciconvinta che molto di quello che soffrii dopo fu opera di vendetta del demonio, che col nome di Gesù avevo atterrato.
Il mio male era, fino ad allora, chiaro nei suoi sintomi e, se pur grave, non portava con sé quegli spasimi di tutto il corpo venuti dopo e che sono simili a quelli che deve provare uno i cui fasci nervosi siano ritorti da una mano spietata. Da quel momento i sintomi si alterarono, si mescolarono, si arruffarono con quelli di nuovi mali misteriosi che mai nessuno poté capire. E a questi si aggiunse uno scatenarsi di tentazioni che mi hanno anche piegata… Mai avevo provato tanto, mai ero arrivata a tanto! Le ore più nere della mia giovinezza furono rosee rispetto a quelle subite in questi nove anni di male.
Sono oggi nove anni che sono a letto. Solo da un mese a questa parte mi sento libera dall’assedio demoniaco, che non dicevo a nessuno perché al giorno d’oggi al demonio non ci credono, ma che mi ha fatto tanto soffrire!
Io ho vinto il demonio nell’estate 1930, ma esso si è vendicato in maniera esorbitante… Ma ne parlerò a suo tempo.
Ed ora che dire? Dirò solo quello che si dice il Venerdì Santo adorando la Croce: «Albero leggiadro e splendido, ornato della porpora del Re… O te beata… O Croce unica speranza, salve!…».