Autobiografia
21. “Voglio che tu sia vittima della divina Giustizia oltre che sollievo del mio Amore” - G.C. a Suor Benigna
«La fame ardentissima che ho di salvare le anime mi spinge a cercarmi delle vittime che associo alla mia opera d’amore», aveva detto Gesù a Suor Benigna Consolata Ferrero.
Io allora non conoscevo ancora questa Suora. Ma il bisogno di offrirmi anche alla Giustizia, come m’ero offerta all’Amore, mi urgeva nel cuore. Per puro caso venni a conoscenza di questa piccola Segretaria di Gesù.
Era un po’ di tempo che diverse persone, consacrate o meno, mi dicevano se avevo preso i miei pensieri negli scritti di lei, perché i pensieri erano uguali. Non sapevo neppure che fosse vissuta Suor Benigna! Mi venne desiderio di conoscerla. E Gesù, sempre cortese, mi fece trovare la via. Mi venne fra le mani una pagellina di lei. Avevo il filo conduttore. Scrissi alla Visitazione di Como per avere tutte le opere della Serva di Dio.
Ieri sera mi sono fermata perché troppo sofferente per poter proseguire. Ed è stato bene, perché nella notte mi è venuto in mente di aver omesso dei fatti.
Il primo si è che avevo da tempo pronunciato i voti di verginità - povertà - ubbidienza. Avevo allora passato il mio anello dalla mano destra, dove stava dal 1915 e dove voleva essere ricordo del povero Roberto, alla mano sinistra, dove voleva essere simbolo delle mistiche nozze con Gesù.
Avevo dovuto per questi fatti subire molti predicozzi. Dal sacerdote, prima di tutto, che non approvava la mia intenzione. Avrei molto da dire in merito e lo dico subito per non pensarci più. Forse la mia sincerità le spiacerà alquanto, ma pazienza.
Nella mia vita ho incontrato sacerdoti santi, senza dubbio, dei veri Sacerdoti dalla carità piena, dallo zelo indiscusso, dall’apostolato fecondo. Creature che vivono convinte della loro missione e che si consumano anima e corpo nella cura delle anime, tutti preoccupati di portare queste anime a Dio, tutti occupati di infiammarle e sospingerle verso la carità e la generosità. Non ho trovato fra essi un vero Direttore. Confessori emeriti sì, ma Direttori no. Ma questo dipende da me e non da loro. Lei si è accorto come io sia restia ad aprirmi… e se lo sono ora con persona che giudico essere come io me la sognavo quale direttrice dell’anima mia, pensi come ero chiusa quando non vedevo nel sacerdote che avvicinavo quel certo che, che mi diceva: «Confida a questo sacerdote i segreti del tuo cuore».
Ma fra i sacerdoti santi ne ho trovati molti non santi. E spiego il mio concetto.
Quando io vedo un sacerdote poco zelante nell’assistere le anime, più preoccupato di interessi umani: case, rendite, lezioni da dare, visite da ricevere, ecc. ecc., impaziente verso le povere anime che saranno anche noiose, lo ammetto, con i loro scrupoli e piccinerie, ma che appunto per questo andrebbero con molto amore virilizzate nella fede; sacerdote che in luogo di aiutare gli slanci veri dei cuori li trattiene non per prudenza — questa sarebbe giusta — ma per tiepidezza di cuore, parendogli che è sempre troppo quello che si fa per il Signore e che non bisogna esagerare, allora io dico che quel sacerdote non è santo. Noti che trascuro altre colpe umane che mi fanno piangere e mi spingono ad espiare con penitenze speciali, ma sulle quali sorvolo per pietà della debolezza umana, sempre esistente anche sotto una veste talare… Ebbene, io di questi sacerdoti tiepidi ne vedo tanti!
I santi sono sparsi come rari fiori in un vasto prato erboso, troppo rari per l’immenso bisogno delle folle di essere nuovamente evangelizzate.
Ammiro l’opera dei Missionari che vanno in terre pagane a portare Cristo agli idolatri… Ma i negri d’Europa, i neo-pagani del Vecchio Mondo, che dopo aver avuto per i primi la luce di Cristo l’hanno nuovamente perduta sotto un ammasso di piacere, di vizio, di corsa alla ricchezza e al potere, chi li convertirà di nuovo? Chi li salverà portandoli con fuoco d’apostolo a Dio? Questi poveri negri d’Europa, il cui battesimo è ormai solo una formula che resta vana, per i quali sono lettera morta le parole della Fede, inutili cerimonie le funzioni ecclesiastiche, vergognose piccinerie di donnette i Sacramenti, questi poveri negri di Europa che si ricordano di Dio per bestemmiarlo, che vivono da bestie solo tese a saziare il ventre, il desiderio e il portafoglio, che muoiono ancor più da bestie, precipitando nell’al di là senza un estremo ritorno a Dio, chi li evangelizzerà? Chi, spendendo la sua vita in una predicazione di tutta la vita, intesa non come anni ma come opere, li riporterà alla Sorgente di Tutto, facendoli persuasi di una vita dello spirito — ben più alta della vita della materia che è la divinità dell’era moderna — vita dello spirito datrice della «vita durabile» cantata da Caterina?
Oh! pietà, pietà di queste povere turbe europee, greggi rimaste con troppo rari veri pastori, mal guidate dagli altri, che più che del gregge si occupano di infinite futilità materiali! Riparlate, voi Missionari, a questi negri d’Europa, ben più infelici degli zulù africani i quali hanno una fede, quale che sia: nel serpe, nel sole, nel sasso, ma una fede, mentre i poveri idolatri di Europa non l’hanno. Non sono neppure idolatri poiché l’idolatria presuppone una fede in un idolo. Questi non credono più a nulla, neppure nel piacere che li disgusta senza saziarli… Tornate, tornate, Missionari, a ricristianizzare questa povera Europa che muore nel marasma del suo ateismo, fate brillare agli occhi degli avviliti e imbestiati europei la parola del Verbo «per cui tutte le cose sono state fatte», la potenza del Creatore, la luce di una Fede che ci assicura della nostra origine celeste e della nostra mèta celeste. Fermate con la Croce la discesa precipitosa verso l’abisso infernale di questa umanità che dispera, che uccide, che maledice. Rialzate il Cristo crocifisso contro le opere della superbia umana, che usa del genio che Dio le ha dato per creare un progresso micidiale sotto ogni punto di vista.
Il mondo va salvato, questo nostro mondo cosiddetto «civile», col saio, la corda, la croce e il sacrificio. Solo in questi è la salvezza. Tutte le altre cose non saranno che fomite a più vaste rovine.
Ma dove sono andata a finire? Un po’ lontano… Mi scusi. Torno al punto di partenza.
Dunque dicevo che il sacerdote mi predicava di non fare nulla, di non esagerare… Ma che esagerare! Sono stati degli esagerati tutti coloro che per amore di Dio hanno messo al loro collo, e alla loro anima, il giogo santo dei tre voti? Ma allora bisogna riformare tutta la storia di 20 secoli di cristianesimo, cancellare molte pagine evangeliche e aumentare di molto le statistiche dei manicomi nella categoria delle «manie religiose»!
Cambiai sacerdote andando dal mio vecchio Parroco ora defunto. Avrei preferito un confessore di un ordine monastico, perché ho osservato che tutti gli ordini frateschi dànno sacerdoti zelanti. Ma S. Andrea e S. Antonio erano troppo scomodi per me che dovevo fare confessioni e comunioni di contrabbando… Il vecchio Parroco mi capì, ne sia benedetto, e mi concesse di pronunciare i miei voti e mai, finché fu a S. Paolino, ostacolò il mio andare verso la perfezione.
Altri predicozzi vennero da mamma. Eliminati coloro che, giovani e forti, mi avrebbero potuto fare felice ma mi avrebbero levata al suo servizio, mamma si mise in caccia di un vecchiotto molto ricco e disposto a lasciarmi vicino ai miei: «Una casa a due piani», diceva, «in uno te e in uno noi». Eh! infatti sarebbe stata per lei una cuccagna! Ma non per me.
Non mi vendo Padre, e non mi avvilisco in legami che ai miei occhi paiono poco dissimili da quelli del vizio. Capisco la santità del matrimonio, quando esso è compiuto per perpetuare la specie, come Dio volle. Ma un matrimonio che per vecchiaia dei coniugi o di uno dei coniugi non può dare speranza di prole mi pare un mercato di carne umana, un vizio velato da una etichetta di virtù. Perciò respinsi il vecchiotto, più anziano di me di 42 anni. Dico: quarantadue.
Allora, peggio che mai, ecco, con l’aiuto di una conoscente, pescare un giovane e ricco avvocato. Era anche bello e buono ma… ma era infelice. Aveva con sé la tara di una di quelle imperfezioni fisiche che sono valide a far sciogliere dalla Chiesa un matrimonio, contratto con inganno di una delle parti.
Io di nozze, dopo Mario, non ne volevo sentire parlare assolutamente. Avevo rinunciato a tutto per ottenere la redenzione di Mario per prima cosa, per essere fedele, seconda cosa, per delusione nei riguardi della costanza maschile, terza cosa, e infine, quarta cosa, perché avevo un cuore di donna e non un cuore di vitello che si dà a pezzettini ai merli e agli usignoli!… Poi mi ero consacrata a Dio. Ma anche se avessi pensato ancora alle nozze potevo mai unirmi ad un disgraziato che non avrebbe mai potuto avere figli?
Ero stata avvertita, da persona credibile, di questa infelicità del giovane avvocato, infelicità confermata in seguito da nozze infelici e sterili. Mi ribellai perciò a questo progettato matrimonio. Le ho già detto che più che all’uomo io pensavo ai figli che da un uomo mi potevano venire: unica cosa che mi rendeva desiderabili le nozze, dopo la perdita di Roberto. Si figuri se potevo aderire al volere materno di un’unione contraria alle leggi della Chiesa, al mio modo di vedere e al buon senso, oltre che alla morale.
Quando perciò passai la fede da destra a sinistra, mamma credette che ciò fosse per vergogna d’essere nubile oltre i trent’anni e mi subissò di: «Se mi davi retta e sposavi Tizio, se mi ascoltavi e sposavi Caio!…». La lasciai dire e tenni duro.
Le altre prediche vennero dalla gente in genere. Ma io non mi sono mai curata di quello che la gente dice di me. Un po’ di bruciore al primo momento, se è insinuazione grave, e poi buona notte!
Altra cosa che ho omesso di dirle è l’abitudine che avevo preso di fare la meditazione scritta. Ne ho avuto molto giovamento spirituale. Lo scrivere obbliga la mente a concentrarsi più ancora nel soggetto meditato, dà inoltre il vantaggio di potere rileggere lo scritto nostro in momenti di aridità in cui siamo incapaci di elevazioni spirituali. Se la meditazione è sempre utile, la meditazione scritta è, secondo me, doppiamente utile. Affina dieci volte tanto le capacità meditative e aumenta le luci interne.
Anche questo mi attirò rimproveri materni. E che bisogno c’era di rinchiudermi a pregare consumando la luce? Non bastava quella che consumavo per il Circolo, ecc. ecc.? Cosa erano queste esaltazioni? Mi credevo forse un Tommaso d’Aquino?, ecc. ecc. Lasciai dire e continuai nel mio sistema. Scrivevo le mie meditazioni e le lezioni per la gara delle ragazze, perché tutto il lavoro intellettuale era sulle mie spalle.
Facevo anche la parte dell’Assistente ecclesiastico, mancante. Monsignor Lazzareschi, allora Assistente ecclesiastico diocesano, mi ci aveva autorizzata. Il pensiero religioso lo facevo sempre su un brano di Vangelo.
Per mia propria esperienza sapevo quale forza spirituale viene dalla conoscenza del Vangelo: come un pane e un vino di vita, esso nutre e corrobora l’anima nostra dandole capacità di progredire velocemente nel Bene. Vorrei farne tutti persuasi… Invece la maggioranza dei cattolici osservanti si scervella su libri di ascetica che non capisce e trascura l’altissimo e il semplicissimo Vangelo, comprensibile anche ai più indotti. E leggono, leggono, si imbottiscono la testa di paroloni, si esaltano credendosi dei dottori della Chiesa, trovano il brivido emotivo che li solletica deliziosamente alla superficie e accende un… bengala iridescente ma molto effimero, alla cui luce essi si ammirano con compiacenza e si autodiplomano «anime mistiche, serafiche, sante…». E poi, chiuso il libro… tutto finisce. Non resta che la superbia di credersi degli eletti già aureolati di gloria celeste…
Ma il Vangelo! Il Vangelo così limpido, così profondo, così vasto e così sublime, il Vangelo che è parola rivolta a tutti i figli di Dio, parola del Figlio di Dio ai suoi minori fratelli e che è capito a seconda non della scienza umana che uno possiede ma della scienza soprannaturale, che può essere perfetta in un analfabeta e appena formata in un dotto; ma il Vangelo che è aiuto per il credente che vuole restare in Dio e andare sempre più vicino a Dio!
Anche qui lotte e ostacoli. Da parte dei sacerdoti, no. Anzi mi incoraggiavano a continuare. Ma le dirigenti diocesane e le dirigenti parrocchiali mi facevano guerra. Loro erano «le grandi mistiche» alle quali occorrevano i libroni giganti dei giganti della teologia! Buon per loro!
Il male è che si dimenticavano delle parole di un librino che diceva: «L’uomo non vive di solo pane ma della parola di Dio»; che diceva: «Guai a voi, dottori della Legge che avete usurpato la chiave della scienza; non siete entrati voi e avete messo impedimento a quelli che entravano»; che diceva: «Colui che Dio ha mandato dice le parole di Dio, perché Dio gli dà lo spirito senza misura»; che diceva: «Chi ascolta la mia parola e crede in Colui che mi ha mandato ha la vita eterna»; che diceva: «Chi parla di sua autorità cerca la propria gloria: solo chi cerca la gloria di Chi l’ha mandato è degno di fede e in lui non v’è ingiustizia».
Si dimenticavano di queste parole, scritte nel librino che loro non volevano leggere, immerse come erano negli enormi libroni!… Ma se le avessero avute presenti, quelle parole del Verbo, non avrebbero impedito a me di dare questo pane di vita vera alle mie figliuoline, né alle mie figlioline di cibarsene.
Il pane è l’alimento più semplice, più antico, più necessario all’uomo, e la parola di Dio, detta dalla stessa Parola del Padre, è l’alimento-base per nutrire le anime affamate di cibo spirituale. Perché volere impedire che le mie figlioline udissero la Parola che è vita e che, se è corroborata dalla fede, è fonte di vita eterna?
Per ostacolarmi si avanzava il pretesto che io, non essendo sacerdote, non potevo intendere e spiegare il Vangelo. Ma non tenevano presente, costoro, che lo Spirito di Dio soffia dove vuole e che la Volontà di Dio può mandare chi gli pare a sostituire il «sale divenuto insipido», perché le creature non restino senza la sua Parola. Io ero l’ultima di tutti, io Maria Valtorta creatura umana; ma io, parlante per volere di Dio ai più ignoranti di me, ero qualcosa perché Dio mi concedeva lo Spirito senza misura vedendo la mia retta intenzione, che era quella di far conoscere la sua Parola e portare a Lui dei cuori giovinetti. Non parlavo, no, per mia gloria umana né per conquista di un potere più alto. Parlavo solo per dare gloria a Dio, aumentando il suo gregge e aumentando nel suo gregge la conoscenza del Pastore.
Non davo scalata a cariche, che solo seducono coloro che vivono per la gloriuzza umana. Come Giovanni nel deserto, ero solo una Voce, una Voce che gridava in nome di Dio perché le anime si svegliassero alla vera Vita. E mi bastava di essere una Voce, ossia una cosa tutta spirituale che si forma, si alza e consuma senza ambizioni né retropensieri umani, che sale come fumo di incenso da un turibolo ardente per consumarsi beata divenendo profumo di lode all’Eterno. Ma «i dottori» della Diocesi e dell’Associazione, quelle cioè che vivevano enfiate dall’orgoglio della carica — ah! come dolce al loro cuore! — avevano paura che io, col mio apostolato, mirassi a privarle della loro autorità che era il loro tesoro, il tesoro dove era a guardia il loro cuore…
Il mio cuore era a guardia del piccolo gregge che Dio mi aveva dato e che ho portato, finché fu meco, ai pascoli sani senza che neppur una di esse perisse, e che ora, mentre il pastore è malato, ancora non si perde, perché per le mie pecore ho offerto la vita e nessuna di coloro che Dio mi ha affidata è perita fuorché la figlia di perdizione, poiché ogni maestro deve conoscere l’amarezza del Maestro che vide perire un discepolo… Ma anche questa spero salvarla ancora, perché ancora tanto ho da patire, ancora tanto ho da morire prima di rinascere eterna in Dio.
Certo, questi «dottori» che volevano mettere un bavaglio alla Voce che parlava di Dio, per una paura tutta umana, se avessero capito e ricordato le parole del Verbo non avrebbero messo impedimento al mio dire… Ma, come non mi mettevano più bavaglio né catena le brontolate di mamma, così non mi mettevano paura i «veti» delle «dirigenti». Mi bastava l’approvazione della coscienza e quella dei sacerdoti.
Del resto non mi curavo, nonostante questo «resto» mi fosse propinato sotto forma di una guerriglia vergognosa a base di calunnie, di sgarbi, di piccinerie di ogni sorta… Ma ne ringrazio Iddio. Questo ha fatto sì che nessuna dolcezza umana si mescolasse alla dolcezza sovrannaturale dell’apostolato fatto unicamente per amore di Dio, dolcezza dello spirito che, mentre viene vilipeso, tormentato l’apostolo, esulta perché riconosce in quella persecuzione il segno che lo consacra… La lotta e la persecuzione sono il sigillo che contraddistingue sempre colui che è sulla retta via, perché il mondo odia, più di ogni cosa, colui che agisce bene. Infatti per i meno buoni quell’agire nel bene è rimprovero muto ma potente… e chi rimprovera è sempre odiato.
Ed ora che ho riparato alle lacune vado avanti in questo povero capitolo che fin dalla sorgente si è smarrito in mille rigagnoli…
Dunque scrissi alla Visitazione di Como per avere gli scritti di Suor Benigna. Mi giunsero in Quaresima, mi pare. Certo era primavera.
Leggendo quegli scritti ho riconosciuto che realmente io avevo avuto uguali pensieri e, sapendo che quelle frasi erano state dettate da Gesù, me ne commossi fino al pianto. Dunque io, povera creatura, avevo potuto nel mio amore trovare espressioni e pensieri simili a quelli del mio Salvatore? Egli era tanto in me, operante in me, da farmi dire le stesse cose che Egli aveva dette alla sua Benigna per dare alle anime un nuovo mezzo di santificazione e una nuova prova del suo amore?
Anche ora, quando senza accorgermi scrivo una lettera o parlo dicendo il mio pensiero e poi ritrovo quel pensiero quasi uguale in una frase del Vademecum della Visitandina, io tremo di gioia. Delle volte mi astengo per dei mesi da leggere quegli scritti per non essere suggestionata senza volerlo… ma poi mi arrendo perché, anche a distanza di mesi e mesi, io ho sempre una somiglianza viva con questi pensieri.
E da questo ne traggo una conclusione. Se tre anime vissute in paesi e in modi diversi come siamo Teresina, Benigna ed io, abbiamo le stesse espressioni, è segno che quando Dio occupa di sé totalmente un cuore dà ad esso gli stessi sentimenti. Scintille della sua Carità provenienti da un’unica fonte ma sgorganti da tre canali diversi di merito — e fra questi il mio è il più rudimentale e difettoso — esse hanno la stessa luce. Note dello stesso poema d’amore, esse hanno lo stesso suono sebbene uno dei tre strumenti, il mio, sia suonato da una creatura ancora così lontana dalla perfezione.
Prima avevo una amica nel Piccolo Fiore. Ora ne avevo due poiché anche Benigna è divenuta una celeste amica per me. Fra mezzo a loro, grandi vittime, io procedo sicura nel mio cammino che è un Calvario. Esse mi incuorano e mi sorridono e mi indicano una Luce sempre più vicina… In essa si nasconde il mio Gesù.
Quando, a sacrificio consumato, Egli mostrerà chiaramente il suo Volto, che ora mi appare appena fra le cortine di fulgori che lo velano, alla sua piccola ostia, allora io morirò in un soprassalto di gioia…
Seguendo il mio metodo, mi affidai al Signore perché mi dicesse Lui quando era il momento propizio per questa più severa offerta.
Non le nego che la cosa mi dava pensieri contrastanti. L’animo era portato a compierla perché sentivo per santa ispirazione, e lo sentivo da tempo, che anche la Giustizia ha bisogno di vittime per essere disarmata. Questo disgraziato mondo accumula sempre più le colpe alle colpe, le offese alle offese. Coloro che riflettono si stupiscono che un castigo totale non venga a punire questa razza umana sempre più iniqua e stolta. Donde la necessità di sacrifici per placare Iddio. Questo lo capivo da anni e sempre più lo capisco. Ma se la mia parte migliore anelava ad immolarsi alla Giustizia del Padre per pietà dei suoi disgraziati fratelli, così protervi e blasfemi, la mia umanità titubava. Avevo presente quello che dice S. Teresa del B. G.: «…Se vi offriste alla Divina Giustizia, dovreste aver paura…».
Infatti, fino a quel momento l’Amore misericordioso mi aveva usato misericordia e mi aveva trattata con dolcezza, considerando la mia debolezza. Non mi aveva risparmiato il dolore ma me lo aveva dato, durante questi cinque ultimi anni — ché da tanto durava la mia offerta all’Amore — sempre accompagnato da soprannaturali aiuti che mi erano preziosi per sopportarlo.
Vero è che l’amore stesso, quando raggiunge certi culmini, è di per sé una sofferenza. Non lo dice per nulla l’atto d’offerta: «… ti supplico di consumarmi continuamente lasciando traboccare nell’anima mia le onde di tenerezza infinita che sono racchiuse in Te, e così io divenga martire del tuo amore, o mio Dio!». Ed io questo dolce martirio lo subivo da anni… con momenti di tale incandescenza che credo di non errare dicendo essere stati una delle cause prime della dilatazione cardiaca e della lesione interna. Come un vaso troppo sigillato e portato all’ebollizione aumenta per la legge fisica della dilatazione dei corpi il suo volume e, non bastando questo ad alleggerire la pressione, esplode, altrettanto in me il cuore, dopo essersi dilatato sotto i palpiti accesi dell’amore — oh! ben più atti a sfiancare le pareti cardiache di qualsiasi naturale miocardite — era esploso nel suo interno dove, a detta dei medici, i fasci nervosi sono tutti spezzati.
I signori medici non hanno mai potuto capire come ciò sia avvenuto in una creatura dalla vita regolata e sana come la mia… ma se avessero guardato in alto, verso regioni soprannaturali, avrebbero compreso il perché di questo mio male speciale, diverso da tutte le altre forme cardiache, definito da loro con mille nomi, perché ha i caratteri di tutti i mali e insieme manca di alcuni caratteri essenziali delle cardiopatie vere e proprie e tutte naturali…
Se sapesse cosa mi costa parlare di queste cose così intime, vere tenerezze nuziali avvenute fra l’anima e il Cristo nel segreto del talamo più sacro!… Ma andiamo pure avanti! Le ho detto tutto il male fatto dalla povera Maria, ora le devo dire tutto il bene fatto da Gesù in Maria.
Messa di fronte al pensiero di questa seconda offerta, io titubavo con la mia parte inferiore. Sentivo che su me si sarebbe abbattuto il rigore di Dio, perché avevo già constatato che il buon Dio faceva tutto il suo comodo con me, senza risparmiarmi, se aveva bisogno di qualcosa per le anime.
Uh! cosa ho detto! Se certuni leggessero direbbero che ho bestemmiato… «Dio avere bisogno di una creatura! Ma costei è pazza!», direbbero così, al minimo. Ma è così. Dio che può tutto è tanto Padre, è tanto Bontà, è tanto Condiscendenza che vuole chinarsi a chiedere ai suoi piccoli figli il piacere di aiutarlo… Anche i papà della terra fanno così, pur avendone più impiccio che aiuto… ma dicono ai loro bimbi: aiutami a portare questo, a tenere quello… Che orgoglio, allora, nel piccino che ha aiutato il papà che senza il suo aiuto non avrebbe potuto fare nulla!…
Il buon Dio fa ugualmente. Ci chiama e ci dice: «Senti, bimba mia, ho bisogno di te per quel peccatore, aiutami a far fruttificare la predica di questo mio ministro, unisciti a me per dare speranza a questo disperato, vieni, vieni, che insieme strappiamo questo agonizzante al demonio». Oh! che soddisfazione soave, che santo orgoglio scende allora in noi pensando che abbiamo aiutato il divino Padre, che ci dice: «grazie» dai Cieli…
Sono arrivata al punto di stare bene solo quando sento che Dio attinge continuamente in me per delle povere anime che conoscerò solo in Paradiso. E il mio pozzo si riempie solo in grazia di sempre maggior dolore. Più soffro e più mi sento colma e più il buon Dio può attingere, attingere per irrigare le anime languenti. La mia vita si esaurisce così, perché questa sorgente d’acqua soprannaturale al servizio di Dio e del prossimo si alimenta della mia vita terrena e la aspira goccia a goccia… Ma cosa può desiderare di più bello una stilla di rugiada che non sia di brillare un’ora dei folgoranti raggi solari, dissetando un fiore sitibondo, e poi ascendere al Sole stesso, aspirata dal suo ardore?
Io, povera umile rugiada, mi lascio spargere sulle anime sitibonde da Colui che regola le piogge, le maree, i venti e gli astri, brillo sotto al suo Raggio, brillo per merito di quel Raggio, e poi muoio… Ossia no: poi ascendo a Lui, al mio Sole che dal profondo abisso dei Cieli aspira la sua povera gocciolina spersa nell’abisso della Terra, innamorata di Lui, desiosa di superare in un volo supremo la distanza che divide i due abissi lanciando, ultimo lavoro della sua vita, un mistico ponte fra terra e cielo e chiedendo al suo Sole che su questo ponte, frutto del supremo olocausto, salgano infinite schiere di anime per popolare il bel Paradiso…
Mi rimisi dunque a Dio pregando: «Tu che comandasti ai venti e alle onde, comanda a me stessa quando sarà l’ora…».
Intanto io mi preparavo con una vita sempre più pura e mortificata. Le penitenze avevano già una grande attrazione per me. A quelle che dovevo patire per conto di altri — e può credere che non mi mancavano: bastavano mia madre e le dirigenti per mantenermi sempre sulla mia mensa il pane della penitenza… — compivo delle penitenze spontanee.
So che certi direttori non le approvano. Dicono che è più meritorio accettare, con letizia, o sommissione se non siamo tanto superiori da soffrire con letizia, quel che ci viene di penoso ora per ora. È vero. Ciò è grande a sufficienza. Ma quando Dio vuole di più bisogna dargli di più, perché Dio è un divino prepotente, l’ho già detto. Da me voleva il di più. E glielo davo.
Nel settembre vi furono le elezioni all’Associazione. Ero stata avvisata che, per volere ecclesiastico, io dovevo divenire la Presidente. Non ne ero per niente entusiasta. Preferivo rimanere semplicemente la «Voce» che parlava di Dio, il canoro uccellino che canta le laudi del suo Creatore. Ma mi rassegnavo pensando che l’esser Presidente avrebbe potuto giovare di più alle mie figlioline, molto male condotte da dirigenti che di perfetto avevano solo l’orgoglio.
Ma… nulla di nuovo sotto la faccia del sole! Le elezioni, in miniatura, dell’Associazione furono simili alle elezioni in grande formato delle Nazioni… Avvennero corrompendo le anime semplici, imponendo prepotentemente un nome in luogo di rispettare la libertà di voto, ecc. ecc. Seppi poi tutto questo retroscena, non onorevole per chi l’aveva commesso ma per me molto bene accetto perché, lo ripeto, l’esser Presidente non mi seduceva per niente.
L’allora Presidente Diocesana, una delle più accanite contro l’umile «Voce» che chiedeva solo di ripetere le parole del Verbo, una delle più invidiose, perché stoltamente pensava che io aspirassi a divenire dirigente diocesana, si era alleata una, anzi due dirigenti di Associazione, quelle due più smaniose di divenire «Presidenti». Capirà: Presidenti di un’Associazione!!! Dice nulla Lei? Siamo sulla via del… «capo-popolo»! Morale: la presidenza a una delle due accolite, la vice-presidenza all’altra; a me, solo perché fui voluta in quella missione dai sacerdoti, la… grazia di continuare ad essere «Voce». Dopo, le circoline mi narrarono tutte le arti usate per riuscire con frode all’intento di, potendolo, defenestrarmi e disgustarmi. Addolorarmi sì, perché vedere la bassezza umana mi ha sempre addolorata. Ma per disgustarmi al punto di allontanarmi ci voleva ben altro!
Io non lavoravo per me, ma lavoravo per amore di Colui che in quel piccolo gregge mi aveva mandata. E quando uno sa per Chi lavora ha già, in questo conoscimento, il suo premio, il suo premio di quaggiù. Il premio perfetto lo attende poi nel bel Regno dei Cieli, perché se Gesù ha promesso il Regno a coloro che sfamano gli affamati e dissetano coloro che hanno sete, vestono gli ignudi e visitano gli infermi e vanno a visitare i prigioni in suo nome, che non darà il Re celeste a coloro che hanno spezzato il pane della sua Parola a quelli che avevano l’anima affamata, che liberarono i prigioni — non solo li visitarono, ma li liberarono — mettendo nelle loro mani la chiave che apre tutti i serramenti del peccato, che rivestirono gli spiriti ignudi della luce del conoscimento di Dio e li curarono, se malati nel cuore, con la medicina sublime della Legge, e infine diedero sé stessi per bevanda, offrendosi olocausto per i fratelli miserelli? Oh! come allora risuonerà dolce, per coloro che si sono affaticati per Lui, la sua frase di benvenuto: «Venite, o benedetti, possedete il regno!».
Di udire questa parola come sono desiosa! Ma come tremerei pensando alla morte se, avendo agito ipocritamente, pensassi ormai prossimo ad esser scoperto il vero su me e temessi che la voce tonante di Cristo potesse ripetere il tremendo: «Guai a voi, ipocriti, simili a sepolcri imbiancati che al di fuori, agli occhi della gente, apparite giusti, ma dentro siete pieni di iniquità!».
Mia mamma, semi-paganella come è, e non lei sola, mi disse: «Ma pianta lì tutto. Non ti meritano!». Ma io non lavoravo per averne un merito terreno né per averne umane affezioni. Il mio scopo era in cielo e lavoravo per il cielo.
Continuai perciò la mia opera di coltura, la aumentai anzi, perché persuasi il Parroco a lasciarmi tenere conferenze per chiunque volesse venire. Conferenze senza biglietto d’ingresso, naturalmente, perché se le persone si vanno a toccare nella borsa, ahi, ahi! che dolore! Specie se sono denari richiesti per opere buone. Fosse una stoffa, un rossetto, un pasticcino, uno spettacolo… eh! duole meno! Ma spendere per l’anima? Ohibò!
Io pensavo così: «In chiesa, alle prediche, vanno sempre e solo coloro che, più o meno bene, sono già nel sentiero di Dio. Ma coloro che vivono fuori di questo sentiero, e che perciò hanno più di tutti bisogno di esserci condotti, in chiesa non vanno mai. Perché non rivolgersi a questi e sotto la veste di un trattenimento, che ha il raro pregio d’esser concesso gratis, non far loro balenare alla vista una scintilla della luce divina?». L’antica vocazione d’esser «Paolina» era sempre viva nel mio cuore. Cominciai dunque.
Pensi che ero e sono timidissima, benché non sembri. In collegio scrivevo i temi accademici ma li leggeva un’altra. In ospedale non parlavo altro che coi feriti che mi parevano bimbi. Se venivano visitatori più o meno illustri correvo a nascondermi nel reparto «Isolamento»: là non ci veniva nessuno. In albergo stavo sempre con Memmo, schivando il più possibile le conversazioni. La timidezza è stata una penosa malattia per me, una vera sofferenza.
Ma per Gesù divenni anche spigliata al punto di parlare in pubblico. Dal mio tavolo parlavo guardando il mio Crocifisso, quello che ora è a capo del letto, o un Sacro Cuore che avevo di fronte. Parlavo a Lui, non vedevo che Lui… la gente per me era scomparsa…
La prima volta il tema era: «A. C., suoi scopi, suoi frutti». Parlai a cinque persone. Meno di così!… Circoline e dirigenti, meno due, tutte assenti.
La seconda volta il tema era: «Natale nordico e Natale cristiano». Dodici persone e una diecina di associate più un sacerdote.
La terza volta il tema era: «Fra rose e gigli nella Roma imperiale». Ventitré persone e trentatré associate più un sacerdote, il quale scoperse un giochetto della Presidente la quale, sull’uscio del locale, respingeva le persone che volevano entrare… Passò un brutto quarto d’ora l’incorreggibile Presidente!…
La quarta: «Figure muliebri nella luce della Chiesa: Caterina da Siena, Stefana Quinzani, Bartolomea Capitanio». Quaranta persone, due sacerdoti, un professore di Pisa, l’associazione quasi al completo e molte di altre associazioni cittadine.
La quinta: «Nel centenario del Concilio d’Efeso». Sala al completo fin nella tribuna.
Non le dico questo per gloria umana. Lo dico solo per mostrarle che il bisogno di sentire parlare di Dio è vivo anche fra i non praticanti. Perché il mio pubblico era quasi tutto di questi e, con riconoscenza a Dio, le dico che molti li ho visti poi tornare alla chiesa, da anni abbandonata.
Ma che guerriglia dovevo sostenere! E che lavoro! Dovevo scrivere gli inviti, dovevo applicare i manifesti alle porte della chiesa, dovevo preparare la sala. Tutto io. Poi, naturalmente, dovevo preparare la conferenza. Ma per Gesù si fa questo e altro.
L’anno sociale 1930-1931 la gara era sulla morale cristiana. Bellissima gara! Quanto c’era da dire! Quanto era bene che si sapesse cosa è la morale e specie la morale cristiana! Me ne occupai intensamente. Gli esami furono un vero successo. Quelli di A. C. Diocesani non sapevano chi scegliere per l’esame di diocesi perché i 10 erano numerosi in tutte le sezioni. Dovettero estrarre a sorte le destinate all’esame diocesano.
Io premiai i voti massimi con un viaggio a Pisa per le visite ai monumenti. Avevo, durante un anno, a costo di mille sacrifici, messo da parte la somma per questa gita per le mie figliette. Fu una magnifica giornata di cui ancora esse si ricordano, e tanto più magnifica perché mai ne avevo parlato e perciò la sorpresa fu infinita. Le creature devono fare il dovere per il dovere e poi, a chi di dovere, il premiarle. Non le pare?
Intanto che lavoravo così, una smania strana mi andava crescendo in cuore. Con gli inizi del 1931 sentivo un che, come se qualcosa mi avvertisse che un pericolo sovrastava. Quale pericolo? Su che precisamente? Mah! Non mio particolare, non di famiglia. Un pericolo generale, ne ero persuasa. E con questa persuasione un desiderio di operare per arrestarlo. Ma come si può arrestare un pericolo che viene da cose molto più grandi di noi? Solo con l’aiuto di Dio. E dato che sentivo essere un grande, grandissimo pericolo quello che si avvicinava, sentivo anche che bisognava offrire a Dio una grande, grandissima messe di opere. La preghiera non bastava. Occorreva il sacrificio.
Ho sempre notato, nel movimento di A. C., una grande tendenza alle cosiddette «crociate». Crociata di purezza, crociata di carità, crociata di umiltà… tutte bellissime cose, per quanto, perché diano buon frutto, non basti bandirle per pochi mesi. «Non si diviene sommi d’improvviso» dice S. Bernardo. Non si acquista una virtù in quattro e quattro otto, dico io. Bisogna insistere molto tempo su essa prima di passare ad un’altra. Se no si fa un arruffio simile a quello di un improvvisato agricoltore che semina a casaccio un po’ di tutto, mescolando piante precoci a piante lente a crescere, piante fronzute a pianticelle esili, col risultato di vedere morire soffocate queste o di estirpare quelle, sbarbando dal suolo le già complete. L’ordine ci vuole anche nel bene perché ogni fretta, ogni disordine è già di suo un male.
Però fra le infinite crociate ho sempre notato che ne veniva omessa una: quella di sacrificio. Perché non parlare mai alle anime del potere, oltre che della bellezza, del sacrificio? Noi cristiani abbiamo per Iddio uno che sacrificò Sé stesso e che disse: «Nessun discepolo è da più del Maestro. Se voi farete ciò che Io ho fatto prima di voi, allora sarete miei amici». E allora perché questa paura nera del dolore fra noi cristiani? Perché esigiamo che sia solo Gesù il sacrificato e noi si sia esenti dal sacrificio?
Osservi bene, Padre, il 90 per 100 dei cattolici. E parlo dei cattolici praticanti. Seguono la religione fino alla frequenza dei sacramenti, delle Messe, dei rosari, all’osservanza delle astinenze e dei digiuni (questo già molto meno) e poi… basta. La preghiera delle preghiere, tramutata in azione, non c’è. Ci si ferma al: «Venga il Regno tuo», poi si riprende al: «Dacci il nostro pane quotidiano (col sotto pensiero, che non è detto ma è sentito più di quello che diciamo: ma mettici insieme molto companatico), rimetti i nostri debiti e non ci indurre in tentazione». La Volontà del Padre non la si nomina che a denti levati. Non si sa mai! Fare certe richieste! E poi se il Padre si sovviene di qualche volontà penosa per noi? E i debiti del prossimo? No, no, se li paghi! Ci vuole altro! E così pure la faccenda del benessere: macché pane solo! Molto, molto companatico, molto, molto benessere: salute ottima, affari prosperi, portafoglio colmo, oh! così va bene. È o non è così? È così, purtroppo.
Il cristiano, redento da un Dio morto sulla croce, recalcitra al dolore, qualunque esso sia. Non vede la bellezza del dolore, la potenza del dolore, la deificazione che ci dà il dolore. Io per mio conto ho notato che se prego un mese come una macchina, spossandomi testa e stomaco, molto di frequente non ottengo nulla. Ma se soffro un’ora e offro il mio soffrire per un dato scopo, ottengo tutto. Il sacrificio è la salvezza del mondo e delle anime. Le anime e il mondo sono sempre salvate dal sacrificio dei generosi.
Questi pensieri mi assillavano al punto che compresi esser l’ora di compiere l’offerta severa alla Giustizia divina. Ma siccome capivo la mia nullezza volevo aver l’aiuto di molti, molti altri. Occorreva un vero tesoro di sacrifici per impedire quello che già si formava alle soglie del futuro.
Scrissi allora alla mia amica di A. C. cremonese per dirle quanto sentivo e terminavo così: «Tu che sei tanto influente e in contatto con delle vere potenze cattoliche, fatti portatrice di questo mio desiderio che mi viene da Dio. La nostra stampa, trascurando altre cose meno importanti, parli della bellezza del sacrificio e dei frutti che esso può dare. Confido che la nostra giovinezza, sempre pronta agli slanci verso il bene, si entusiasmi per questa arma potente che Gesù usò per il primo dandoci l’esempio, e una fioritura di segreti olocausti lavi il mondo corrotto da germi perniciosi come il sangue dei martiri lavò l’onta del paganesimo dal suolo di Roma, facendo dell’Urbe di Cesare l’Urbe di Dio».
Mi rispose con una bella lettera. Bella per stile e per diplomazia. Oh! sì! molto diplomatico quello scritto! Un capolavoro! Ma sotto il velluto della diplomazia scappava fuori una patente di… pazzia. Per me, s’intende! «Ammiro il tuo modo di pensare, ma ti faccio osservare che la prudenza è la virtù dei santi e la tua proposta esula dalla prudenza. Perciò mi guardo bene dal presentarla al Consiglio Centrale. Tu fa’ come vuoi, se ti pare di potere osare tanto, ma io trovo che tu esageri perché ecc. ecc. ecc. ecc.».
Modo di vedere? Modo di agire, doveva dire. Perché io non proponevo: facevo. Risposi: «Se la prudenza è la virtù dei santi, la santa audacia è la virtù dei martiri, i quali hanno doppia corona perché santi e perché martiri. Se ai primi secoli la Chiesa non fosse stata ricolma di questi santi, imprudenti ma audaci, sarebbe tuttora nelle catacombe. Non vedo d’altronde dove sia l’imprudenza nel parlare del sacrificio. Si parla pure della crocifissione di Cristo! E non dovremmo incitare la milizia laica della Chiesa ad imitare Cristo? Perché allora permettere la lettura di certi libri di ascetica e di certe agiografie che montano, con effimeri entusiasmi, le testoline delle nostre socie? Non ti pare che sia peggio concedere loro di meditare su libri talmente alti da essere astrusi ai non teologi col frutto di mettere idee storte nei cervelli, se anche non vere paranoie mistiche? Attenta, Gina, che dici non esservi nulla che giustifichi un intensificarsi di immolazioni perché tutto è quieto e mai come ora la Chiesa trionfa (era il 1931: 2 anni dopo il Patto Lateranense). Attenta, che presto tu non ti debba amaramente ricredere!».
Scrivevo questo ai primi di maggio 1931. Al 31 maggio vi fu la soppressione dei circoli giovanili di A. C. Primo atto della tragedia attuale, perché, se Lei osserva, cominciò con questo l’offuscamento della vera luce nella mente di chi è a capo di noi, poveri infelici…
Il giorno avanti, domenica, io avevo parlato della Vergine, celebrando il 15° centenario del Concilio d’Efeso, e avevo terminato invocando la protezione di Maria sulle folle in balìa degli egoismi e degli strapoteri dei capi…
Oh! ma ora le racconto delle belle scenette. Scenette che mi fanno toccare con mano che nell’ora del pericolo i discepoli sono sempre uguali a quelli di 20 secoli fa.
Ero in casa quella mattina e lucidavo vigorosamente i mobili, nonostante andassi sempre peggio col mio male di cuore.
Sento suonare. Vado ad aprire. Mi si precipitano in casa tutte le dirigenti. Parevano un branco di galline spaventate e schiamazzanti. «Ci arrestano!», «La persecuzione!», «Le guardie!», «Ci uccidono!», «Ohimé!», «Misericordia!», «Io scappo!», «Io vado a letto!». Non ci capivo nulla. Dissi: «Silenzio! Parli una sola ché non capisco niente!».
Mi narrarono allora che erano venute a chiamare la Presidente (la quale era lì livida come un coleroso) perché al Circolo c’erano gli agenti di Pubblica Sicurezza. Dal mattino erano sciolti i circoli e si doveva consegnare tutto. Andassi io, facessi io.
Ah! Ah! In quel momento ero io che dovevo fare tutto! La «Presidente», quella che aveva fatto la parte di Giuda per essere la «Presidente», quella che in tutti i modi mi aveva ostacolata durante tutto l’anno e mi aveva sbeffeggiata, denigrata, schiacciata come si schiaccia un verme, ora si affannava a dire: «Già io lì dentro non ero nulla. Era lei che parlava, lei che dirigeva. Se c’è una che deve rispondere agli agenti (veda: se c’è una che deve andare in galera) è lei. Io ora vado a letto. Ho la colica».
«Va bene», risposi. «Lei vada anche nella luna. Al Circolo vado io. Non ho paura». E siccome un po’ di latino in certi casi fa bene, la inchiodai al muro con un poco di quel «latinorum» che dava tanto ai nervi a Renzo Tramaglino.
Di tutto il gruppo delle dirigenti, 13 persone più io, restammo io e altre tre. Come nell’Orto degli Ulivi! Al Circolo gli agenti furono cortesissimi. Mi dissero che loro non ritiravano nulla, ma entro sera io avrei portato in questura verbali e bandiera. Le mie conferenze non occorrevano. Erano state sentite da persone che le avevano giudicate immuni da ogni tara. Ahi! povera Presidente che voleva fare di me il capro espiatorio e invece era presa di mira lei!!!
Alla sera, insieme a due dei discepoli fedeli, andai alla Questura. Una portava lo scatolone della bandiera, l’altra i verbali. Io niente. Il… generale porta solo il suo cervello!
Un agente ci venne incontro mentre tanti altri, agenti e non agenti, ci guardavano come bestie rare. Voleva gli consegnassi tutto.
«Prego», dissi, «consegnerò tutto solo al delegato e previa consegna di regolare ricevuta». In certi casi, e quando le teste bollono, ci vuole molta regolarità… Non si sa mai!
«Ma il delegato è occupato».
«Aspetterò».
«Salga».
Salimmo. L’agente davanti, io dietro, ultime le mie… due scudiere. Una lunga attesa. Infine l’agente, stanco di aspettare, vedendo che io non mollavo, bussò alla porta del Questore.
«Chi è?».
«C’è la Signora di Lourdes che vuole consegnare una bandiera, ma vuole la ricevuta».
La Signora di Lourdes! Mi inchinai a me stessa! Le mie… scudiere mi guardarono con occhi più tondi di un bicchiere.
«Passi».
Passai.
«Lei è la Signora di Lourdes?».
«Precisamente». M’era venuta voglia di dire come Ferravilla: «Sono me!».
«Dia qua tutto».
Le… mie scudiere deposero tutto sulla scrivania. Il delegato aveva cominciato a scrivere: «Dichiaro ricevere una bandiera e sei fascicoli di verbali da… mi dica il nome».
E io imperturbabile: «Maria».
«…verbali da Maria di Lourdes. Firmato ecc. ecc.».
Uscii gloriosa e trionfante. Capirà: ero entrata là, povera donnetta a nome Maria Valtorta, e ne uscivo Maria di Lourdes…
Le mie compagne ridevano. Ma non ridevo io, in fondo. A parte il titolo più che onorifico che era quasi una carezza di Maria alla serva del Figlio suo, per quanto mi fosse stato applicato da un ignorante in materia, ero molto addolorata. Meno superficiale di tanti, vedevo il volto vero della improvvisa levata di scudi contro la «mansueta greggia di Cristo» e ne tremavo. Non per me ma per tutti. Guai quando si comincia a fare un passo falso! E quel giorno, molto in alto, si faceva il primo…
Stabilii di accorciare le distanze. Avevo prefisso di fare la mia offerta alla Giustizia divina l’8 di settembre per avere a Patrona in quel voto di sofferenza la Vergine Santa. Ma ora non era più cosa da rimandare. Il segno era venuto. Chiesi a Dio di ispirarmi Lui stesso la formola.
Dopo pochi giorni era il 1° venerdì del mese di giugno. Alla messa, in mezzo alle circoline, ebbi una vera ora di agonia di sangue… Ho visto intellettualmente tutto quello che doveva venire in futuro: guerre, fame, morti, stragi… e disperazioni a non finire. Che soffrire! Io, che non piango mai in pubblico, piangevo così ampiamente che ero come accecata. Finita la messa, dovettero aiutarmi ad uscire perché non vedevo nulla, tanto era copioso il pianto… Le compagne, le più buone, mi chiesero che avevo… Dissi loro quello che avevo, pur velandolo, sotto un pudico riserbo, di certi particolari.
Dopo pochi giorni sentii sbocciarmi in cuore l’atto d’offerta così come l’ho scritto e pronunciato il 1° luglio: festa del Preziosissimo Sangue. Quale giorno più bello potevo scegliere per unirmi alla Vittima il cui Sangue divino sgorgò tutto per placare la giustizia del Padre? E quale nome più bello potevo scegliere per me, da quel momento, più bello di «Maria della Croce»?
Colei che un ignorante aveva chiamato Maria di Lourdes poteva anche dirsi Maria della Croce. La Croce era il mio amore e la volevo per mio altare. La croce era la compagna della mia vita fin dall’infanzia e ora, spronata da un pungolo soprannaturale, chiedevo la grande Croce per esservi immolata. A me dunque il nome che mi si conveniva e che sarà il mio nome davanti agli occhi di Dio finché io viva ed oltre…