Autobiografia

22. “Io debbo ancora essere battezzato con un battesimo, e come sono angustiato finché esso non si compia”


Subito dopo essermi offerta al martirio dell’amore si unì un martirio di sofferenza, acuita nella carne e accresciuta nello spirito da un rigore che mi pareva pesare su me. 

Mi spiego o tento spiegarmi. Non che mi sentissi abbandonata da Dio. No. Il suo amore era sempre su me. Ma se Gesù mi carezzava, il Padre mi appesantiva la sua mano sul cuore. È incominciato allora un periodo di serrata penitenza. Tutto quanto costituiva il sensibile nell’amore soprannaturale scomparve. Intendo alludere ai dolci sogni che da anni erano la mia gioia, intendo dire quella sicurezza che la pietà di Dio ci avrebbe risparmiato quanto stiamo passando ora. Era venuta subito, e piena e oscura, l’ora del Getsemani… ed è durata, potrei dire, dieci lunghi anni, perché solo dal 1941 la sua rigorosità si è addolcita. 

Non creda che abbia provato aridità di cuore. No. Mai. Come mai sono rimasta senza il conforto dell’amore di Cristo. Ma ho sofferto intensamente e nel morale per la percezione esatta di quanto stava per accadere nel mondo… Ho pianto tutte le mie lacrime per questo. Ho tanto pianto, scongiurando l’Eterno ad allontanare questo tremendo flagello, mortificando con aspre penitenze me stessa per placare, placare, placare la Giustizia divina, che quando il flagello è venuto, e tutti hanno più o meno perduto la testa, io non ho avuto più una lacrima. Mi ero già torturata in anticipo vedendo tutto lo svolgersi della tremenda tragedia… Ho sofferto nel fisico con uno scatenarsi di mali uno più tremendo dell’altro, e non è ancora finita la serie… Tutti i dolori ho provato nel mio corpo divenuto un compendio di infermità! E, quel che è peggio, questi mali non hanno lasciato immune la parte spirituale, ma l’hanno turbata con uno scatenarsi di sensazioni che per sé sole sono un martirio… Ma dirò a suo tempo. Certo che la Giustizia non mi ha risparmiata in nessuna maniera. E lo vedrà anche Lei. 

Intanto le crisi cardiache spesseggiavano. Ad esse si aggiungeva uno squilibrio nel camminare e nel reggermi ritta, per cui l’andare sola era una vera fatica. Se ero prossima ai muri ancora andavo con una discreta sicurezza, perché ogni tanto mi appoggiavo ai muri stessi, mi aggrappavo alle grondaie ecc. ecc. Ma nei posti vasti vacillavo e dovevo arrestarmi ad occhi chiusi per riprendere l’equilibrio. Un equilibrio per modo di dire, però, perché piegavo verso destra. 

Ero già in cura da un anno. In principio si curò l’esaurimento nervoso. Quale esaurimento se io dormivo placida le mie notti intere, se avevo una memoria di ferro e una resistenza mentale a tutta prova, senza avvertire il menomo disturbo di stanchezza intellettuale? Mah! Dopo avermi imbottita di glicerofosfati, vedendo che andavo peggio, via i glicerofosfati. Troppo sangue e troppo grosso. Perciò ioduri e iodati per assottigliare il sangue. Peggio che mai. Allora via tutto e giù con calmanti cardiaci. Via il vino, via il caffè, via la carne. Peggio che andare di notte! Le crisi erano all’ordine, se non del giorno, almeno della settimana, ed erano sempre più forti. 

Ma, meno io che le provavo, e sapevo che erano una morte ogni volta, nessuno se ne preoccupava. In casa e fuori di casa tutti volevano essere aiutati e serviti da me. E mi fossero stati grati! Ma in casa era il solito trattamento egoista e dispotico. Fuori erano le invidie, così comuni e così deplorevoli in certi ambienti cosiddetti religiosi. 

Non può credere quante me ne fecero per invidia del mio riuscire! Non la sola Presidente che, dopo la paura durata un’estate, durante la quale era rimasta come una tartaruga intanata nel suo buco e col capo sotto la lorica, ora, a cose rimesse a posto col 4 settembre, era saltata fuori e aveva ripreso baldanza e prepotenza… Ma anche amiche mie del Gruppo Donne. Amiche che mi avevano vista bambina, che mi avevano voluto bene, che mi avevano spronata a fare qualcosa e, ora che facevo, e facevo più di loro, mi buttavano addosso tutta la bava del loro invido livore. Ne ebbi dolore perché ogni amicizia che si spezza mi dà dolore, e dolore mi dà constatare che uno che mi pareva buono si svela cattivo. 

Ma continuai lo stesso il mio lavoro. Nonostante tutto, ripresi le conferenze oltre il lavoro di circolo. La prima su S. Elisabetta di Ungheria. Vi andai tutta piegata dal tremendo dolore spinale. La seconda sul mio serafico padre S. Francesco d’Assisi. 

E quel giorno ho visto il mio angelo custode. 

Il mio gran soffrire di ieri sera mi ha fatto sospendere il mio dire. Stamane, prima di ricominciare, ho riletto quanto ho scritto in questo capitolo e ho visto che mi sono spiegata molto male, in maniera da indurla in errore. 

Ho scritto: «Non sono mai rimasta senza il conforto dell’amore di Cristo». Ciò potrebbe far pensare che ho continuato a godere delle sue carezze. Cosa in contrasto con quello detto poche righe avanti: «Tutto ciò che costituiva il sensibile dell’amore soprannaturale scomparve». 

La cosa è così. E speriamo che riesca a spiegarla bene. Niente più sogni, niente più carezze, niente più parole senza suono ma così percepibili all’anima. Niente più. Come se Gesù se ne fosse andato molto, molto lontano col suo amore. Ma io sentivo che mai come ora era in me. Solo era muto. Mi voleva bene come e più di prima, ma non si faceva più sentire in nessun modo. Era venuta per me l’ora delle tenebre, l’avevo voluta io, nessuno mi ci aveva forzato a subirla; io, solo io me l’ero imposta chiedendola al Padre. Adesso dovevo patirla con quanto di più doloroso ad essa fosse unito. 

Gesù, quando giunse la sua ora, rimase solo, staccato dal Padre. Era l’Uomo, unicamente l’Uomo che scontava la sua pena. Il Padre s’era ritirato nel profondo dei Cieli nel suo corruccio e la Vittima doveva soffrire da sola. Credo che più ancora di tutto il male che Egli, l’Innocente, sentiva rifluire in Sé con tutte le colpe — da Adamo primo ad Adamo ultimo — credo che più che la imminenza dei tormenti, che più che la persuasione dell’inutilità per tanti del suo sacrificio, che più che l’angoscia di vedersi tradito e rinnegato dai più amati e beneficati, quello che fece trasudare sangue dalle sue vene, superpressate da un peso di dolore immane, fu questo dover soffrire solo. 

È cosa tremenda. In tutti i dolori. Il dolore, quando è condiviso da un cuore di pietoso Cireneo, perde il suo peso schiacciante. Ma quando siamo noi soli a portarlo ci comprime fino a soffocarci… Se questo avviene per il dolore umano, molto più avviene quando questo dolore sale a sfere più elette delle umane. E Gesù soffriva per un dolore, per dei dolori di causa elettissima. Era l’Eroe che si sacrificava per una causa sublime, era il Santo che effondeva la sua carità per tutti, era il Martire che pagava per tutti. E gli mancava il conforto del Padre. 

Se guardiamo bene, durante quelle tremende ore che vanno dalla Cena — perché il suo martirio cominciò lì, nel dover subire la vicinanza del traditore, nel dovere, pur sapendo l’inutilità del suo ultimo richiamo, cercare di fermarlo nell’esecuzione del suo delitto: «Chi mangia il mio pane ha levato il suo calcagno contro di Me… In verità vi dico: uno di voi mi tradirà», e soprattutto nel dover dare Sé stesso, nel mistico Pane, a colui che già l’aveva venduto — se guardiamo bene, Gesù non perse mai la sua augusta maestà nel soffrire. 

«Dimmi come sai soffrire e ti dirò che uomo sei», dice un antico detto. Gesù soffrì in maniera talmente composta da mostrare quale fosse la sua vera natura. Mai un lamento, mai un tentativo di difesa. Il silenzio più alto sempre. Solo per glorificare il Padre, per testimoniare la verità, per confessare la sua missione, dice poche parole davanti al Sinedrio, a Erode e a Pilato. 

Ma dopo quel discorso dell’Ultima Cena, che io non posso mai leggere o ripetere a memoria senza piangere, dopo quella preghiera che segue al discorso, e che per me è la pagina più bella scritta dal momento dell’Annunciazione ad oggi, e che rimarrà sempre tale perché nulla la può superare, a meno che Cristo non torni a dirne un’altra ancor più sublime, discorso e preghiera di una calma divina, udiamo i gridi sconvolti del Torturato del Getsemani: «L’anima mia è triste fino alla morte… Padre mio, se è possibile passi da me questo calice!». E il Padre non risponde… Udiamo il grido straziante del Morente del Calvario: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai Tu abbandonato?». Tanto si sente abbandonato dal Padre, l’Innocente che muore, che neppur più lo chiama Padre!… In questa differenza che pochi notano, differenza resa ancor più grande dal momento in cui viene pronunciata, poiché chi muore chiama sempre il papà e la mamma ad aiuto nella convulsione finale — e Gesù era in tal convulsione — io comprendo tutta l’estensione di questo soffrire desolato del Cristo… E neppure in tal momento il Padre risponde… La morte in tutta la sua angoscia fisica, morale, spirituale, doveva essere gustata dall’Incolpevole per noi colpevoli. 

Gesù con me faceva uguale. Mi ero offerta vittima d’espiazione. E da vittima di espiazione dovevo vivere. Non voleva, non poteva parlare. Non voleva, non poteva farmi sentire che era lì e che mi aiutava solo con l’essere lì. Ma questa sua apparente inerzia, questo suo dormire, nell’ora in cui la tempesta scuoteva in mille modi la mia navicella, non diminuiva il mio amore per Gesù. E in questo era il mio conforto. Lo amavo sola, con la massima delle fiducie.

Gli dicevo: «Tu non parli, Tu non ti muovi in me, ma so che sei lì ugualmente, che mi senti, che mi vedi. Ti amerò io doppiamente, per me e per Te, parlerò io per empire le pause del tuo mutismo, agirò io mentre Tu stai immoto. Non t’ho mai amato tanto come ora che non ricevo nulla da Te, nulla per i miei sensi umani, nulla per i miei sensi sovrumani. So che quello che Tu non mi dai, ora per ora, io lo troverò tutto in Cielo, versato da Te nella divina banca dei Cieli e aumentato del cento per uno poiché Tu, Amore mio, sei un banchiere di una prodigalità senza pari».

Gli dicevo: «Povero Gesù! Forse sei stanco. Bussi alla porta di tanti cuori per entrare e riposare la tua divina stanchezza di Pellegrino che non ha dove posare il capo, poiché tua delizia è non stare nei Cieli ma stare fra gli uomini che hai ricomprati col tuo dolore. E nessuno ti vuole accogliere. Hanno già la casa del cuore piena delle sollecitudini terrene… Tu sei lo sconosciuto e, all’apparenza, si capisce subito che non porti ricchezze umane, onori terreni. Perciò ti chiudono la porta in faccia, se pure non ti escono contro coi mastini e coi randelli per cacciarti di più. E Tu sei stanco… Hai trovato un ricovero in un povero cuore che è tutto aperto a riceverti e ti sei addormentato con la tua afflizione nel cuore. Dormi, Gesù. Il sonno ci smemora da ciò che dà dolore. Dormi e riposa. Rimani Tu, come Padrone di casa, della mia povera casa del cuore, mentre io vado in giro per Te, a cercarti dei cuori, a dire Chi sei… Fa’ il tuo comodo, Amore mio. Io farò il meno rumore possibile per non svegliarti, non avrò neppure un gemito se qualche cosa mi ferirà… Mi accontento di poterti servire lavorando per Te, di poterti amare senza che Tu me lo impedisca, di poterti contemplare, o divina Bellezza, mentre dormi nel mio cuore».

Non ho mai amato così sovrumanamente Gesù come mentre Egli non ricambiava il mio amore sensibilmente…

Intanto il Padre appesantiva la sua mano. 

Il dormire di Gesù, il suo sguardo velato nel sonno permetteva al demonio, che avevo vinto un anno avanti, di accostarsi subito per torturarmi in mille maniere. Come le ho detto, scatenando infermità che nessuno dei 29, dico ventinove… Esculapii, venuti durante questi dodici anni a tambussare, pigiare, bucare, frugare, ascoltare, è mai riuscito a capire. Scatenando più fiere invidie e più mordenti calunnie. Suscitando più acuti egoismi e freddezze e durezze e incuranze familiari. Persuadendo il prossimo che io non ero ammalata, ma fissata. Già, la mia era una fissazione paranoica, una manìa… e mi fu detto su tutti i toni… In altri invece infuse la convinzione che il mio lavoro per il buon Dio, che continuavo a compiere nonostante accusassi di esser molto ammalata, era la più bella prova che altro non ero che una pseudo mistica, un’isterica, legga volgarmente: una matta. Anche questo mi fu detto. 

E ci fu uno — un sacerdote che, per avermi molto avvicinata e visto il mio equilibrio, avrebbe dovuto essere almeno quello che più mi difendeva — che me lo disse con queste testuali parole: «Ma la sua, più che una malattia, deve essere una turba isterica. Sa! le donne!… Siete sempre dominate dall’isteria. In voi tutto si compie solo per gli impulsi di certi organi. È lì che devono cercare i medici». 

«No, sa», risposi. «Anche i medici hanno dovuto convenire che lì non c’è nulla, proprio nulla». 

«Allora (e qui un sorrisetto più pungente di un cespuglio di fichi d’India) allora saranno turbe mistiche…». 

Le confesso che il sangue mi salì al capo e dovetti fare uno sforzo potente per limitarmi a rispondere: «Non sono abbastanza femmina per essere dominata da certi organi, né tanto abbastanza santa da esser degna di turbe mistiche. Sono semplicemente una povera donna ammalata». 

Come sono crudeli gli uomini! Crudeli e profanatori! Perché voler alzare i veli più sacri dello spirito? E perché irridere un’a­ni­ma che Dio lavora?

Infine il demonio si vendicò cercando di turbare il mio spirito portandolo verso la disperazione col mostrargli tutto il male che stava per venire nel mondo, le guerre e le stragi, la fame, i bombardamenti dei civili… Ma non vi riuscì. Ultima delle sue vendette, scatenare un male che ha ripercussioni su tutto l’essere… Gliene ho già parlato e gliene riparlerò. 

Ma nulla ha scalfito la mia confidenza, la mia fede, la mia volontà. Nulla, glielo assicuro. 

E torniamo al 4 gennaio 1932, giorno in cui vidi il mio angelo. Era domenica. Avevo iniziato la giornata con la S. Messa e Comunione. Poi, dopo avere riordinato la casa, via alla sede dell’As­so­ciazione per l’adunanza. Pensiero religioso e gara. Alle 12 a casa. 

Entro e sento un’aria irrespirabile. Mamma che, buon per lei, ha un cuore di ferro al quale l’acido carbonico non dà noia, aveva fatto 4 scaldini, tenuto un gran fuoco nei fornelli e serrato le finestre per non sentire il freddo. L’aria in casa era persino azzurrognola. 

«Ma qui si asfissia», gridai io che col mio cuore malato non sopporto l’acido carbonico neppure in minime dosi. E feci per aprire la finestra. 

«Lascia chiuso», urlò mamma. «Tutti i malanni li hai in casa. Fuori stai sempre bene!».

Solenne bugia! Mi ero sentita male nei negozi, in pineta, per le vie, in chiesa, in mercato, dalle Mantellate, all’Esattoria, in casa di persone amiche… Ma quando mai mamma fu «mamma» con me?

Non replicai più nulla e respirai quell’aria mefitica sentendomi il cuore sempre più pesante e palpitante. 

Mentre prendevamo il caffé venne una povera creatura a trovarci. Povera perché moriva a trent’anni di etisia. Due chiacchiere mentre io rigovernavo tutto. Appena uscita questa malata, mamma si sentì male e, naturalmente, perché la testa girava a lei, ci fu uno spettacolo di «ah!» e di «oh!». Chiamai la vicina di casa perché mamma non voleva stare sola mentre io andavo a scaldare del caffè e poi a prendere i sali aromatici. 

Corri a destra, corri a sinistra, sali e scendi le scale… Finii di sentirmi male. Mi sedetti in un camerino e… ebbi una sincope. Nessuno sentì il tonfo del mio corpo che cadeva, nessuno si occupò che io non tornassi, nessuno sentì neppure il baccano di vetri che io rompevo nel cadere. Mamma, alla quale il lieve capogiro era già passato solo col respirare aria pura, cicalava beatamente con la vicina…

Mi rinvenni dopo quasi mezz’ora e mi trovai a terra con la bocca piena di sangue, perché nel cadere avevo coi denti fatto sette tagli nella lingua, con il dorso delle mani tutto scorticato dal colpo e dai vetri sui quali ero caduta, con le ginocchia sbucciate e con un cuore poi!… Mi alzai a fatica e piano piano scesi le scale…

«Oh! sei qui finalmente? Dai una tazza di caffè a Elia (la vicina) che, poverina, non l’ha ancora preso, e poi muoviti ché è tardi e sono già venute a chiamarti per la conferenza». 

Allora mostrai le mie ferite e dissi il resto. Meno che nel cadere vidi al mio fianco il mio angelo. Come era bello! Che fulgore nel volto e nella veste che pareva fatta di petali di giglio cosparsi di polvere d’argento e di diamanti! Che sorriso! Ci starei tutti i giorni a soffrire come quel giorno per rivederlo! Deve essere stato lui a guidarmi nel cadere perché non andassi a conficcarmi sopra dei fiaschi che mi avrebbero reciso la gola. 

E così il capriccio di mia mamma mi procurò la vista dell’angelo mio. E mi procurò anche uno sfiancamento cardiaco. 

Il giorno dopo seppimo che anche quella povera malata, appena uscita da casa nostra, era caduta al suolo. Solo allora mamma si arrese all’evidenza che l’aria era satura di gas. E se ne arrese soprattutto perché si sentì male lei. 

Però nonostante l’avvenuto andai lo stesso al Circolo. Dio mi aiutò. Non ho mai parlato così bene come quel giorno. 

Quando alla fine fui complimentata e richiesta perché io, che avevo sempre una puntualità da re, avessi tardato tanto, mostrai le mani, che non avevo denudato dai guanti, e la mia lingua tutta tagliuzzata e dissi l’avvenuto. Furono tutti stupiti e mi mossero anche dei dolci rimproveri per la mia imprudenza. 

Ma che importa essere prudenti se la prudenza ci deve nascondere i volti di Dio e dei suoi angeli?