Autobiografia

25. La morte di mio padre


Marta venne da noi il 24 maggio 1935. Subito dopo mio papà cominciò a sentirsi sempre poco bene. 

Non diceva nulla, povero papà, perché era stoico nel soffrire il dolore. Non diceva nulla per non addolorare me, per non avere brontolate da sua moglie, perché mia mamma ha questa specialità: quando uno si sente male, invece d’essere più dolce è più aspra che mai… E non diceva nulla anche perché credo che era così stanco di vivere in balìa di una pazza — bisogna dire così per non dire: di una malvagia; è sempre meglio pazza a malvagia, perché la pazzia è una malattia e la malvagità è una cattiveria — era così stanco, dicevo, che guardava la morte come una grande liberazione. 

Aveva vissuto da giusto. Nulla gli turbava l’anima pensando al trapasso. Aveva vissuto beneficando molti, sua moglie per la prima, poi i parenti, gli amici, gli estranei. Aveva educato, con bontà, i giovani a lui affidati. Aveva fatto sempre il suo dovere di figlio, di marito, di padre, di soldato, di cittadino, di uomo fra gli uomini. Lo aveva fatto con pazienza, con dolcezza, con carità sempre, perdonando le offese, rendendo il bene per il male, superando i disgusti per chi lo misconosceva e lo feriva ad ogni minuto… Quanto amore leale, costante, longanime aveva dato a mia madre! E come era stato non ricompensato da lei!…

Ah! bisogna che non ci pensi, che non ci pensi, o mio Dio! Smemorami di certe cose, se no ribolle tutto il mio sangue!… Lascia che io ti veda sulla tua croce dove sai perdonare ai tuoi torturatori, lascia che veda tua Madre che, ai piedi della stessa croce, perdona due volte: per Te e per Lei, un perdono assoluto, perché nulla ci costa tanto come perdonare a chi abbeverò di dolore quelli che più amiamo… Accarezzami, Gesù, per medicare questa ferita che appena sfiorata duole in maniera sovrumana. 

Oh! babbo mio, povero babbo che non avevi che me ad amarti, e che non m’avesti vicina nei tuoi ultimi giorni e nel momento estremo!

Mamma non vedeva nulla del decadere rapidissimo di mio babbo, decadere che vedevano tutti, non solo io col mio trepido cuore di figlia… Ora la mamma dice: «Fu un colpo di fulmine! In tre giorni se ne è andato e stava così bene». No. Non è stato un colpo di fulmine. È stata la piena che aumenta piano piano, e ci tiene dei mesi a gonfiare il livello degli argini prima di traboccare. Se anche non aveva voluto credere al mio sogno del 19 novembre, avrebbe dovuto credere ai primi sintomi, avuti pochi giorni dopo, con l’emorragia vescicale e col trovare dei calcoli vescicali…

Era corsa da me, allora, perché quando c’è una cosa che agita, cruccia o impaura, allora lei, che non sta con me altro che per montare la sentinella ai visitatori, sa correre subito. E io, con la mia esperienza ospitaliera, le avevo detto: «È cosa seria. Generalmente la calcolosi vescicale, specie in un uomo e particolarmente quando è già così progredita da dare emorragie, è presto seguita dalla morte, entro l’anno. Bisogna avere molta cura di babbo, in tutti i modi, ed evitargli collere, strapazzi, cibi non atti al suo stato, e poi farlo curare dal medico». Parole gettate al vento!…

Dopo vi fu la lieve embolia data da qualche grumo di sangue entrato in circolo… Neppure questo le servì di remora. Secondo lei tutto era finito… Infatti papà in gennaio, febbraio, marzo e aprile pareva stare meglio. Ma io insistevo nel mio dire e continuavo a portare via una presa di «matta». Non cominciò a credere neppure quando, col venire del maggio, papà cominciò a prendere un aspetto cadente, un passo strascicante, un colore giallastro con labbra e pomelli cianotici, e non lo sorvegliò per niente. Fu un’estranea che si accorse che papà perdeva sangue… e lo disse a Marta, e Marta a me e io a mamma. Questo accadeva agli ultimi di maggio. 

Proprio in quei giorni io avevo intercettato una lettera, indirizzata a mio padre, che lo avrebbe moltissimo addolorato e che se fosse stata letta da mia madre avrebbe fatto di mio papà un completo martire. Sono ben felice di averlo fatto e di avere provveduto a mettere tutto a posto io. Quella lettera la conservo ancora… e se mamma la vedesse non mi direbbe: «Hai fatto bene a risparmiare a papà questo affanno», ma mi coprirebbe di insulti e di accuse. Non me ne importa. Ho risparmiato a mio papà l’ultimo dolore. 

Venne giugno. Io ebbi allora i primi attacchi di peritonite cronica con principio di volvulo. Fra l’altro ero così eccitata per tante visite interne, dovute subire senza costrutto, che ero fuori di me. Mi ricorderò sempre che un giorno respinsi anche papà che mi voleva calmare… Vedo ancora il suo sguardo dolorosamente sorpreso… e non avrei voluto meritarlo quello sguardo…

Pazienza! Anche questo mi serve a darmi un paragone di come deve guardarci Gesù quando lo respingiamo e lo accusiamo di non volerci bene… È uno sguardo di infinita pena… vi è sconforto, stupore, rassegnazione e pena, pena, pena… E mi dà anche la misura di come ci ama il Padre dei cieli che non ci tiene il broncio per i nostri scatti, dovuti a momenti di sconvolgimento mentale… ma anzi ci compatisce e ci ama come prima… noi, sue povere creature turbate da tante cose!

Mio papà non mi serbò rancore e appena passata la mia furia fu meco buono come prima. Ero la sua Maria, non senza difetti, ma che lo amava con tutte le sue forze, che non amava che lui. 

Non è uguale la mia posizione col buon Dio? Sono la sua Maria, non senza difetti, ma che lo ama con tutte le sue forze e non ama che Lui. Oh! questo pensiero e questo ricordo del papà mio della terra mi conforta a sperare tanto sul come mi giudicherà il Papà mio del Cielo. Il Padre nostro non può essere inferiore in magnanimità al suo servo Giuseppe, che seppe capire le cause dello scatto di sua figlia, e seppe perdonare con un duplice amore: di padre e di giusto… Ora papà è nel Cielo e vede che la sua Maria non ha cessato di amarlo e tende a lui con tutto il suo affetto…

Tanto mi seppe capire papà che venne a me, a dire a me, verso la metà di giugno: «Maria, questa volta sono finito!». Che strazio! Mi sentii rovesciare il cuore come se una mano brutale lo capovolgesse, come un guanto strappato con mal modo dalla mano che ne è vestita. 

Ho pregato con una tale fede, con una così pressante insistenza che credevo proprio che Dio mi avrebbe ascoltata… Delle volte, fra le lacrime che non possono non cadere quando rievoco certe cose, mi dico ancora: «Ma perché Dio non mi ha lasciato mio papà? Se un genitore doveva essermi tolto, perché non prese mia mamma? Almeno il povero babbo avrebbe vissuto in pace i suoi ultimi anni perché fra me e lui non c’erano mai attriti. Io, a costo di mille sacrifici, gli rifornivo il troppo smunto portafoglio… io gli pagavo le multe senza che mamma se ne accorgesse, gli riparavo quanto strappava, o macchiava, per impedire che fosse rimproverato aspramente, lo accontentavo nella sua golosità di bambinone… Povero babbo che non aveva neppure più la gioia di uscire con me, per quelle belle passeggiate che erano le nostre delizie un tempo, perché mamma mi teneva a catena e poi perché mi ammalai sempre di più…». 

Questo mi dico nelle ore di più acuta nostalgia di carezze… e lo chiamo, lo chiamo… Io credo che il mio grido penetra nei cieli…

Ora però, da quando tutto in Italia va a rotoli, mi dico: «È bene che papà sia morto. Così non ha questo dolore, lui così soldato e patriota!». Lo dico fra le lacrime, ma lo dico, e dico: «Grazie, o Dio, di averlo risparmiato, quel tuo servo fedele, da questa amarezza!».

E i giorni passarono… Il 15, il 16 e via via… lui, sempre più sofferente, si trascinava ancora… andava fino in S. Paolino… andava fino in pineta e tornava… Doveva soffrire terribilmente. Io lo so cosa è soffrire per una calcolosi, una cistite, e delle emorragie vescicali… È come esser pieni d’acido solforico. 

Io soffrivo di vederlo soffrire e del mio soffrire sempre più spasmodico. Da mesi mi davano la morfina. Ma col solo beneficio di stendermi i nervi rattratti da contrazioni tetaniche. Il dolore non si attutiva per nulla e viceversa si acuiva la sensibilità sensoriale. Non so se mi spiego bene. Voglio dire che il senso, assopito sempre in me, aveva risvegli, prodotti dalla droga. Vedevo solo dei mostri, avevo solo una grande nausea, dei deliri proprio da intossicato da stupefacenti e una sensibilità morbosa del senso. 

Chi sono quelli che dicono che l’oppio, la morfina e simili dànno dolci visioni, calmano le frenesie, attutiscono la ipereccitabilità del senso? Che bugiardi! Devono essere dei viziosi ai quali piace quel paradiso di mostri e di visi cinesi!… Io non ho mai sentito che delle cose penose per la morfina, tanto che, dài oggi e dài domani, dopo due anni di lotta fra me che non la volevo e il medico che me la voleva dare, ho vinto io e non l’ho più voluta. E qui sono stata più brava del suddiacono Girard! Dopo due anni di continue punture, anche doppie, di morfina, me le sono proibite da me e non ne ho sentito nessuna fame. Tanto, ripeto, i dolori restavano uguali, il cuore diveniva più debole e la mente si alterava con perniciose sensualità. Anche qui, chi è che dice che non ci si può più levare la morfina quando ci si è abituati? Quante bugie! Basta volere levarsela. Se non se ne trovasse più nelle farmacie si camperebbe pure, non le pare? Tutto sta nel volere. 

Il 26 giugno a sera papà dovette cedere. Io ero mezzo rimbecillita dal sopore e non seppi uscirne neppure per salutarlo. Oh, come credo che il diavolo abbia influito per aumentare la mia croce futura!

Non lo vidi più mio papà. Si mise a letto la sera del mercoledì e fino al venerdì all’alba stette stazionario. Alle nove cominciò a non ragionare più bene. Si alzò e scese le scale. Voleva venire in camera mia e coricarsi nell’altro letto… Scompigliato nel ragionare, ma il subcosciente lo guidava ancora dalla sua Maria, l’unica che lo amasse. Dal mio letto, per suo bene, gli imposi di tornare subito nel suo letto… Era meglio lo avessi lasciato venire! Sarebbe morto con me vicino ed io avrei avuto il conforto di averlo assistito. Tornò di sopra senza che ci vedessimo neppure in volto… Per me papà è sempre a mezza scala che sta per venire… Si muoverà di là per venirmi incontro quando io spirerò. 

Peggiorò subito dopo essersi alzato. Il medico fece il prestigiatore per sottrarmi fiale di digalin, di sparteina, ecc. ecc. Ma io vidi e compresi. Ero tutta tesa nello sforzo di capire. Chiesi al dottore la verità, ma mi fu negata. Chiesi d’essere portata in braccio su da babbo e mi fu negato. Pregavo fino a sentirmi male per strappare al cielo la grazia che papà mi restasse e mi fu negata. 

Venne il sabato. Nella notte papà aveva delirato. Povero papà! La setticemia da calcolosi vescicale si era dichiarata verso la sera del venerdì. Nella notte si era alzato ed era andato verso il balcone. Aveva caldo e non sapeva quello che faceva. Mamma lo fece tornare a letto col suo solito sistema: rimproverandolo. Fino in ultimo!… Lo disse lei stessa al mattino: «Gliene ho dette tante e tante che non ha più osato muoversi e ho potuto dormire». Che gliene abbia dette tante lo credo senza fatica. Era 41 anni che gliele diceva, povero babbo!

Il dottore venne alle 8 e non nascose neppure a me che era gravissimo. «Morente», dissi io, «lo dica pure con sincerità e lo dica a mamma che non capisce niente». E lui, il medico, lo disse a mamma. E allora ecco le solite scene di nervi che sono immancabili in certi momenti in mia madre. 

Io non persi la testa. Glielo avevo già detto io a mamma perché, dopo la grande agitazione, quella calma di babbo che non sentivo più agitarsi nella stanza sopra alla mia mi diceva che sopraggiungeva il coma. Non per niente sono stata infermiera. Ma a me non si era creduto. 

Tornai a insistere per essere portata di sopra. Ma il medico non volle darmi questa consolazione e darla a papà. Saremmo stati così felici! Allora mandai al telegrafo per avvisare gente amica e i parenti e mandai anche per il sacerdote. Ma il Parroco era ammalato e non venne. Venne in sua vece, nel pomeriggio, un sacerdote che si disse cappellano militare. Non mi piacque molto, però. Io a mezzogiorno avevo tentato di alzarmi e, trascinandomi, ero giunta ai piedi della scala… ma poi non potei più…

Una cara suorina delle Barbantini fece da figlia a mio padre. Era molto buona e affettuosa. Finché io camperò e oltre la terrò sempre in cuore. Questa buona creatura mi ha assicurato che papà accolse bene il sacerdote e si confessò. Non ebbe altro però. Non Viatico e non Estrema Unzione. Non so perché. 

La catastrofe si avvicinava. 

Siccome la suora di notte non ci stava, una conoscente ci condusse un giovane che faceva nottate ai malati. Mamma andò a dormire. Andò a dormire, capisce? A dormire. Con mio babbo in agonia restò un estraneo. E lui capiva tutto. Non ha mai perso la lucidità mentale. 

Io pregavo, pregavo, pregavo. Ma dunque qualche volta anche la più ardente preghiera non perfora la volta del firmamento per salire fino a Dio? Pare di no. La mia non salì, e sì che era il mio cuore stesso che la portava lassù…

Con noi erano anche due signorine che venivano a turno a dormire da noi da quando ero ammalata. Quella sera erano venute tutte e due perché sapevano che papà moriva. 

Alle 2 del 30 giugno un grande grido: «Mamma!», gettato da papà, fece sobbalzare tutti. E fu la fine. La sentì venire e chiamò la moglie; la chiamava sempre «mamma». E lei non c’era. 

Ah! mio Dio! Mio Dio che oggi mi hai dato una vera giornata di passione, dovresti ascoltarmi nel mio desiderio, nei miei bisogni solo per quello che mi costa perdonare, in tuo nome, a mia madre d’aver fatto morire così solo mio papà!…

Io venni presa da una crisi di cuore che mi portò proprio alle soglie dell’al di là. Perché non sono morta insieme a babbo? Perché? Il medico, accorso, mi fece vivere a furia di punture. Non gliene sono grata, come non gli sono grata di non avermi fatto vedere papà né vivo né morto, con la scusa che avrei potuto morire. Gli rimprovero sempre d’avermi mancato di parola, poiché mi aveva promesso di farlo. Gli ho creduto fino al momento in cui, due giorni dopo, fu sigillata la cassa. 

Stetti fra morte e vita tutto il 30 giugno. Però presi tutte le disposizioni dei funerali. Mamma non sapeva che fare stupide scene di amore tardivo. Ma cosa avvenne in me non so. Certo rasentai la pazzia e in quello stato rimasi per dei mesi. Il mio Parroco lo dice sempre. 

Ero sola, ormai, sola. Capisce? Sola. Sulla terra più nessuno. In cielo Dio e papà. Ma il cielo mi pareva così sordo e così lontano! La mia fede, che aveva levato così fiducioso volo chiedendo la vita di papà, era ricaduta al suolo con le ali spezzate. Se le era spezzate cozzando contro una bronzea muraglia che la mia preghiera non perforò. 

Vissi giorni tremendi. A momenti ero io, lucida e equilibrata, capace di prendere disposizioni, dettare epigrafi, ecc. ecc. A momenti ero una pazza. Pareva che io avessi due corpi, due menti in un corpo unico. E non so quale era più mio. 

Il mio papà! Forse se l’avessi visto mi sarei resa meglio conto della cosa. Ma così… Guai se sentivo muovere in stanza di babbo!

Vissi senza mangiare. Due o tre susine e una fiala di siero fisiologico erano il mio pasto quotidiano. E servirono, purtroppo, a tenermi in vita. 

Mi dissero che papà, dopo la morte, aveva riacquistato tutta la sua virile bellezza di un tempo, perché papà mio era bello. Mi dissero che era, anche dopo 48 ore, immune da ogni segno cadaverico. Lo credo. Era un giusto. E chi vive da giusto acquista nella morte una bellezza e una immunità speciale e maestosa. 

Ma io non l’ho veduto! È una spada che mi lacera il cuore. Ho assistito mille moribondi e li ho composti nella morte, e mio padre no. Nella stessa casa tutti e due, e non l’ho salutato né vivo né morto. Basta! Basta! Se vado avanti ancora impazzisco di nuovo. 

Tutto mi hai levato, o Dio! Hai voluto regnare da sovrano assoluto e ti sei fatto un trono sul mio cuore trafitto. Lo hai steso, questo mio povero cuore ornato di tante, di troppe ferite, ai tuoi piedi… Povero cuore che non trova mai pace sulla terra… Quanto mi costi di sacrifici, o mio amore per il mio Dio! Ma nessuno equivale questo di aver dovuto perdere mio babbo così…

Sono passati quasi otto anni ma il mio dolore è uguale… e non posso sentire chiamare: «papà», e non posso vedere un bimbo in braccio al padre suo senza sentirmi stritolare il cuore sotto il peso della nostalgia paterna…

Come capisco bene Teresina quando parla del suo babbo! Anche per me il babbo era tutto: era il «re». Un re giusto e amoroso che sapeva tutto, che consolava tutto… Ed io per lui ero la reginetta, anzi una imperatrice e alquanto dispotica, poiché con lui mi rifacevo di tutto quello che non potevo avere altrove. Egli rappresentava per me tutte le perfezioni di bellezza, di bontà, d’intelligenza, d’amore…

Anche quando la malattia del 1910 lo ebbe menomato nell’intelligenza, per me era sempre tutto. Unica pena che da lui mi veniva era che egli fosse compatito da molti, deriso dai meno buoni, per essere tornato un poco bambino, facile al pianto, facile alle amnesie. Quando morì avrei dovuto pensare che ormai non sarebbe più stato torturato e deriso. Ma non ci si pensa a certe cose quando il cuore è tutto una piaga!

Mia mamma non ammise e non ammette che io abbia amato papà in maniera da soffrirne per la morte. Mi ha persino accusata, anche pochi giorni fa, di averlo peggiorato io coll’avergli fatto dare dell’olio… Unica cosa atta a calmare l’infiammazione degli ureteri e a favorire l’espulsione del calcolo, aiutando la decongestione data dall’urotropina. Mah!

Morto papà, mia madre, ormai padrona assoluta, divenne completamente dispotica. 

Papà faceva poco. La sua autorità era esautorata da anni. Ma quando non ne poteva più, un tuonante: «Basta! Vai a quel paese!» faceva tacere mamma. Oppure era un ancor più efficace: «Sei una nevrotica», che la staffilava più di uno scudiscio. Erano le uniche armi di papà quando era esasperato da periodi feroci di paranoia materna. E un pochino di freno lo avevano. 

Ora il freno non c’era più e mamma si avventò sfrenata su me, su Marta, su tutti… Una vera pazza! Ha fatto più crudeltà e sciocchezze in questi otto anni da lei sola che non un intero frenocomio. Anche la buona suora, che assistette mio padre e me, dovette intervenire perché mia madre mi schiaffeggiava continuamente con l’insulto che io non avessi sentito la morte di papà!!!… Ed ero quasi impazzita dal dolore!

Le assicuro che io e Marta siamo state ben tormentate. Il medico le dovette persino dare dei bromuri perché non si resisteva. Esser padrona assoluta! Le aveva sconvolto il cervello. 

Scrisse subito al fratello, col quale dal 1917 era in rotta, facendogli credere che era stato papà ad impedirlo… Invece era sempre stata lei a non volere fare pace. Anche da morto lo offendeva facendolo passare per un malvagio! Dopo 18 anni ecco, appena morto babbo, le grandi tenerezze per il fratello sconoscente; e durano ancora con spese mensili non indifferenti… Privò me di maglie di lana che erano di babbo ma che, nuove come erano perché le avevo fatte io nel mio letto per il prossimo inverno, potevano essere rifatte per me, e le mandò al caro fratello il quale non le disse neppure «grazie» e da anni non le ha più, e così di seguito… Ma aiutarlo è nulla. Non lo merita, ma insomma… Quel che non posso superare è il disgusto per aver fatto credere che era stato papà a volere restare con un astio per tanti anni…

Altra sciocchezza crudele: Mario che ricompare sull’orizzonte. O meglio, lo spettro di Mario. E giudichi Lei se io ero nella ragione o nel torto. 

Le due signorine che venivano a dormire da noi erano molto curiose di sapere particolari sulla vicenda di Mario e mia. Una stupida curiosità e anche molto indelicata, perché voleva penetrare in cose così personali che sono quasi sacre. Ma insomma avevano questa curiosità. Teste non cattive, ma molto romantiche, avevano bisogno di empire i loro ozii con romanzi veri e cercavano di conoscere il mio per avere un nuovo romanzo nella loro serie. Per loro era un romanzo, per me è una tragedia. E non la vorrei mai sfiorare. 

Da domenica non ho più scritto. Ho sofferto tanto a parlare di mio babbo che sono stata male tutte queste 60 ore. Comincio solo questa sera, ed è mercoledì sera, a riprendere un poco di forza, e ripiglio il racconto. Speriamo di non sentirmi male da capo. Anche parlare di Mario è acuta sofferenza. 

Dunque queste due signorine, che avevano innegabilmente usato anche della bontà verso di me, mi spiacevano un poco per certe indelicatezze, per certe leggerezze troppo diverse dal mio modo di pensare, di agire. 

Scherzavano troppo su quanto era per me sofferenza morale acutissima: ossia su certe visite mediche che mi ripugnavano al sommo. Scherzavano troppo circa i miei rapporti di malata col medico, attribuendo a me i sentimenti che avevano loro per lo stesso medico, sentimenti esaltati che uscivano dal lecito di una semplice amicizia per entrare nell’illecito di una troppo viva, e apertamente dimostrata, simpatia. Avevo dovuto richiamare all’ordine una delle due perché capivo che il medico era seccato da una corte troppo esplicita. E questo era stato capito sotto altra maniera di quello che fosse. E cioè fu creduta gelosia mia. Povera me! Io non ne ho mai patito di gelosia neppure per chi era per me qualcosa. Figurarsi per uno al quale sono affezionata unicamente come malata verso chi la cura e basta! Credo di avere agito da persona seria richiamando al dovere una giovanetta che si montava la testa, e lo dimostrava apertamente, per uno già legato da promessa solenne con altra donna. 

Scherzavano infine troppo nel triste momento della morte di papà mio. 

Io ero, a momenti, fuori di me; ma nei momenti che ero a posto capivo con un’acutezza che era spasmodica. Credo anzi che, coi sensi acutizzati a quel modo, io capissi anche quando pareva che non capissi e ciò servisse a ricondurre la mia mente, vagante nel dolore, ad una esatta valutazione di quanto mi accadeva intorno. Come una fiamma sotto una raffica ondeggia e splende più alta consumandosi tanto più rapidamente quanto più il vento della tempesta la agita, così io mi consumavo nelle mie forze tutte, ma ero più che mai agile a capire tutto. Ho come l’impressione che mi si svolgesse davanti agli occhi una visione in cui un sesto senso leggesse chiaramente quello che nella mia bufera gli altri comuni sentimenti non comprendevano più come prima. 

Non so spiegare… Insomma capivo che quelle due, del mio vero dolore e delle dimostrazioni più o meno strane di mamma, se ne facevano un carnevale. E col mio culto per tutto quanto era attinente a babbo mio ne soffrivo molto. Le avevo anche richiamate all’ordine lo stesso 30 giugno, non potendo tollerare che mentre papà era su, steso nella morte, loro cercassero di rendere ebbra Marta per riderne poi. Avevo anche detto a mamma di richiamarle all’ordine… Ma quando io prego mamma di una cosa sono certa di ottenere tutto il contrario!… Anche questa volta fui rimproverata da mamma come visionaria e pessimista. 

Venne l’agosto e con l’agosto venne a Viareggio la Squadra navale. Le due signorine, nonostante il medico e Marta avessero detto di non dirmi nulla in merito per non sconvolgere più ancora la mia mente che pareva fosse proprio dietro a dare di volta, si affrettarono a rendermi noto che tutta la Squadra dell’Alto Tirreno era a Viareggio e mi rintronarono il capo di: «Chissà che non sia qui il suo fidanzato! Se passasse e lo vedesse!», ecc. ecc. Mi chiesero anche il suo nome e cognome per farne ricerca. Risposi che, come non ne avevo mai fatto ricerca io, per motivi ovvi di dignità, così desideravo che nessuno cercasse un bel nulla. 

Io muoio d’amore, ma non perdo mai la testa al punto di non rispettarmi. E mi pare che questo fosse un non rispettarmi. Supplico Dio solo, io; le creature le amo ma so stare al mio posto. Sempre e con tutte; anche con Mario dunque. Anzi con lui più di tutti. Per l’anima sua do il mio soffrire, ma non prego la sua carne di amarmi. Per carità!

D’altronde sono convinta dal 1932 che egli è morto. Perché? Perché è venuto lui stesso a dirmelo in sogno, chiedendomi scusa del suo modo di agire e dicendomi che se lui uomo aveva errato la sua anima m’era rimasta fedele ed era venuto a prendermi, ora che era morto, per essermi sposo nell’al di là. In quel sogno io lo pregavo di lasciarmi vivere… ed egli molto mesto rispondeva: «Allora non vuoi venire? Non mi ami più? Non mi perdoni? Devo restare solo?». Ed io: «Ancora un poco, Mario, un poco di vita e poi verrò con te». Ed egli: «Un anno? Ti basta? Verrò ogni anno a chiamarti».

E ogni anno viene, in novembre, a chiamarmi. Mi ha detto tante cose… Per degli anni pareva avesse bisogno di me come per uscire da una pena e cercava mostrarmi il perché aveva agito male… Che accuse per mia mamma! Quando lei stessa disse a quell’amica: «Ah! quanto mai ho scritto quella lettera!», io ho subito pensato alle parole di Mario e a quanto mi faceva leggere lui… Ora, da qualche anno, mi pare di nuovo libero e forte… è lui che mi protegge e dice: «Non avere paura. Io ti sono sempre vicino e con me non devi avere paura. Ti difendo da tutto». 

Sono convinta che è morto e ha finito di espiare la sua pena. Il suo nome, d’altronde, da oltre dieci anni non è più apparso nel Foglio d’ordini di Marina che io leggo sempre. Ma anche con questa convinzione non volevo che nessuno facesse ricerche presso altri ufficiali, ricerche che potevano essere interpretate poco benevolmente. 

Che mi combinano quelle due sciocche? Si mettono a fermare tutti gli ufficiali della Squadra e a chiedere loro se conoscevano il Tal dei Tali. Avevano osato aprire lo scrigno dove tengo le lettere, approfittando di un mio sopore, e così avevano appreso il nome di Mario e il casato. 

Marta, che per caso le scopre in simile non autorizzata occupazione, le richiama all’ordine. Inutilmente però. Allora Marta me ne avverte. Io, molto urtata da simile poco onorevole intromissione in materia tanto delicata, avverto mamma. Che potevo fare io malata? Non potevo nulla. Mamma sola poteva porre fine a un giuoco simile. Ma una volta di più mamma mi ferì senza capirmi. Si scagliò su di me dicendo che ero io che avevo incaricato quelle due di cercare Mario. Se lo avessi fatto, non avrei detto a lei di imporsi perché quelle smettessero. Non le pare? Ma mamma è così. Come un cavallo ombroso, si adombra di ogni chimera e trascura i veri ostacoli…

Una delle sue solite scene selvagge si scatenò allora su me. Né Marta, né la suora infermiera valsero a difendermi e a farla ragionare. Ce ne fu per tutte e tre!… I più crudeli insulti, i più barbari rimproveri mi vennero fatti, ed ero innocente di ogni più piccola colpa. Non ci fu pietà per il mio stato generale e mentale. Nessuna pietà. 

Dopo avermi flagellata ben bene col suo modo d’agire inumano, finì di sfogarsi su quelle due sciocchine… Furono infine messe alla porta e per sempre. E così finì una relazione che aveva dato delle prove buone, soverchiate poi da così meschine controprove di pettegolezzo, di curiosità e di leggerezza. 

Ma le due cacciate si vendicarono ampiamente. E su chi? Su me. È naturale! Quando mai non sono io quella che pago per tutti? Come si vendicarono? Mettendo in giro calunnie odiose su di me, facendomi passare come una viziosa dei vizi peggiori e più degradanti…

Il medico, uno dei tanti messi al corrente di ciò, mi fece sorvegliare dalla suora. Ma questa, in coscienza, disse al dottore che «neppure nel delirio io commettevo atti poco onesti». E il medico, già convinto di suo che non ero un’anormale e un’amorale, ci credette subito. 

Allora le due cacciate andarono dalla Superiora delle Barbantini e dissero… quello che dissero. Morale: mi venne levata subito l’assistenza delle suore come se io fossi un elemento di corruzione per loro…

Senta, Padre. Marta vive con me da otto anni e dorme in stanza mia. Mi vede nel sonno, nel sopore, da sveglia, ecc. ecc. Marta può dire se io ho certi vizi segreti… Ma ho dovuto bere anche questo calice di calunnia e di dolore. 

Forse Lei ora dirà: «Ma cosa mi racconta costei? Che mi interessano questi pettegolezzi?». A Lei forse non interesseranno, ma a me sì. Reputo che ci vogliano anche essi nella storia. Odiosi per me a scriverli come lo furono a viversi, ma necessari a conoscersi per vedere quante tinte furono usate per comporre la mia figura. Tinte luminose da parte di Dio; tinte molto nere, opache, tristi da parte del mio prossimo. E, considerando la differenza dei colori, una volta di più dico al mio Signore: «Tu solo mi hai amata e non m’hai dato dolore avvilente. M’hai dato il tuo Dolore regale, ma esso non è macigno che opprime al suolo. È calamita ed ala che porta al cielo, a Te. Grazie, mio Dio!».

Scomparse le due signorine rimanemmo sole. Gli altri conoscenti s’erano tutti squagliati dopo la morte di papà. Urtati dal modo di fare di mia mamma, ora che non regnava che lei sola, se ne erano andati. Anche certuni, beneficati ampiamente da noi, si erano ritirati. Dice giusto quel proverbio cinese: «Se benefichi un cane, costui te ne sarà grato e agiterà la sua coda; se beneficherai un uomo, costui ti odierà e agiterà la sua bocca per morderti e denigrarti». 

Solo la signora Soldarelli era ed è rimasta fedele: una cara creatura che non ha forza per imporsi, ma che, col suo affetto, tanto più vivo quanto più è rivolto a uno che soffre, cerca di medicare le ferite morali. Ma la Soldarelli è una creatura speciale. Se il mondo fosse fatto tutto di creature come lei non sarebbe «mondo» ma «paradiso». 

Si figuri mia madre senza più testimoni al suo paranoico senso di autorità!… Non è ammattita dalla febbre di autoincensazione per vero miracolo e in grazia di una cura intensiva di bromuri che il medico le fece fare sotto altra etichetta… Quando poi si accorse che erano bromuri, il povero medico risicò di fare la fine del mitico Orfeo sbranato dalle Furie!… E per poco non ammattimmo noi: io e Marta, seviziate, è la parola giusta, da continui rimproveri, accuse, lune, sgarbi…

Non c’erano più ore per i pasti, per il sonno; nulla. Un caos. Tutto dipendeva dal capriccio e dall’umore di mamma. Un giorno si mangiava alle 10 e uno alle 15; una mattina ci si alzava alle 4 e una alle 8. Un giorno si mangiava tre volte e un altro una volta sola e poco, senza minestra magari, solo pane e un po’ di formaggio… Un vero manicomio! E fossero state solo stramberie del genere, pazienza! Ma c’era di peggio. Ogni tanto, senza motivo, vi erano i grandi silenzi, come li chiamava mio papà; ossia le lune grandiose in cui, avesse preso fuoco la casa, ella non parlava. Inizio e fine degli stessi «grandi silenzi» una scena ingiusta e violenta… Pensi Lei che vita era la nostra…

Mamma ha sempre sofferto di una manìa di persecuzione: «Quello mi è nemico», «Costei mi vuol fare morire», «Già, mi si cerca di farmi cadere, ammalare, avvelenare, ecc. ecc. per farmi morire» e così via. Ora, poi, questa manìa aveva raggiunto il diapason ed io ero la Nemica per eccellenza (secondo lei). 

Vivendo per il denaro, e solo per quello, tremava che io volessi far valere il testamento di mio padre, il quale fa di me la sua erede lasciando alla moglie la legittima e basta. Lo ricordo benissimo. Termina così: «A mia figlia, di cui conosco il cuore, raccomando la mamma. Io la benedirò se continuerà ad essere quella figlia amorosa e rispettosa che fu fino ad ora». Mia mamma, per paura che io volessi entrare in possesso del mio, ha distrutto o ha nascosto il testamento. Io non l’ho visto altro che quando papà lo scrisse, ossia un 20 anni fa. 

Cosa vuole che me ne importi a me di avere o non avere dei denari? Non ho mai avuto capricci e sempre ho saputo reprimere i desideri, perciò… Ora poi che sono in queste condizioni, che vuole mai che desideri? Al massimo un libro, un fiore… Mi basta che, come è suo stretto dovere, la mamma mi dia il puro necessario per vivere; altro non le chiedo. Neppure medicine che sarebbero atte a farmi meno soffrire, neppure visite atte a vedere un po’ chiaro nel mio sfacelo. Lo vede che ora, se riuscirò ad averne una da uno specialista, si è perché mio cugino ha provveduto. 

È vero che mamma mi rimprovera continuamente quello che costo. Ma che ci posso fare? Se Dio mi tiene in vita non posso certo sopprimermi io per non consumare denaro a lei. Del resto dovrebbe pensare che proprio io ho vinto quel premio, e che perciò consumo quello che non avevamo prima e che la bontà di Dio mi ha concesso per essere sopportata meglio da mia madre. 

Ho meno cure di quelle che ha una suora dalla sua superiora, lo creda. E sì che ho diminuito ad un minimo tale i miei anche più urgenti bisogni di nutrizione per cui posso dire che vivo in perpetua e stretta, strettissima penitenza. Ciò che aggrava me e non fa lieta lei, perché la coscienza rimprovera a mamma il suo modo di agire. Rimprovero che si evolve non in bene ma in un aumento di asprezze verso di me. Ma tanto… quando mai io non sono aspreggiata? Finché avrò vita lo sarò. Poi, una volta morta, allora avrò l’apoteosi materna, i fiori, i lumini, ecc. ecc. È suo metodo. 

Ma torniamo al testamento. Mio padre morendo il 30 giugno, avrebbe dovuto esser data alla vedova la differenza di pensione fra il 13 e il 30: un duecento lire circa. Ma per averle occorreva produrre il testamento. 

Io feci notare a mamma, era il 2 dicembre: «Per conto mio ti consiglierei a non farne nulla. Il Fisco ha dieci mani per prendere e neanche una per dare. Dato che quel premio l’ho vinto io, e perciò non figura nel capitale di babbo, è meglio non attirare l’attenzione della Finanza su noi. Altrimenti finisce che viene fuori un vespaio». Mi pare che ciò fosse anche un interesse suo. Non le sembra?

Ebbene: mia madre mi assalì con tale violenza che mi portò alla congestione e al delirio per otto giorni dicendomi che era pronta a ripudiarmi e a fare gli atti contro di me come figlia indegna che voleva spogliare sua madre ecc. ecc., e che del resto mio babbo, sapendo che iena ero io, aveva intestato tutto a lei, moglie, diseredando me. Tutto era di mamma, insomma, ed io vivevo della sua elemosina. Poi, dopo avermi maledetta, se ne andò e, nonostante il medico e il sacerdote l’avvisassero che ero fra morte e vita, per otto giorni non entrò da me. 

Al 10 dicembre fui presa da un tale delirio che in quattro non riuscivano a tenermi… e allora… la mise giù. Ma la camicia di forza andava messa a lei, glielo assicuro. Quel giorno il sangue, da troppi giorni compresso nel cuore, traboccò nei polmoni con tale violenza che si formò un sacco sanguigno al polmone destro. Ci vollero mesi per riassorbirlo. 

E questa è stata mia madre dopo la morte di babbo. Questa. Sa quante volte l’ho sentita dire: «Ah! se fossi libera! Ah! se la finisse questa storia! Via Marta, via tutti! Io sola a fare il mio comodo!». Sì, le sono di peso. E ci vuole il mio amore per Gesù per farmela amare, nonostante che lei mi dichiari senza ambagi come le sono di peso. Sono pervertimenti morali che solo chi li constata con mano li crede. Ecco perché tremo pensando di perdere anche il dottore, che ormai è persuaso di come si vive in casa mia…

Questa è una miseria che nessuna altra la supera, Padre mio. Dove ci si ama ogni altra cosa è sopportabile, e un malato amato non è mai infelice. Ma io sono disamata, respinta e dichiarata «un peso» da mia mamma… «Vedete se vi è un dolore simile al mio…». 

In quel tempo mi ero messa a scrivere, per consiglio di competenti, un libro che avrebbe potuto darmi dell’utile finanziario oltre che delle soddisfazioni morali. Ma lo crede? Tutte le critiche più acerbe e tutti i più machiavellici ostacoli mi furono messi da mamma perché non riuscissi. Ora l’opera è quasi finita e ora la mamma vorrebbe la finissi per il denaro… Ma doveva lasciarmi in pace quando potevo. Ora è tardi. Me ne spiace perché era un’opera onesta. E di libri onesti ce ne è bisogno. 

Poteva fare del bene il mio libro, portare a Dio attraverso sentieri che uno avrebbe percorso senza accorgersene. Era il mio scopo. Mi è stato impedito anche questo. Così morirò senza lasciare nulla di me. Non i figli, che avrei tanto amati, non il libro, la mia creatura di pensiero amata come una creatura di carne viva… Ah! nessuna soddisfazione ho avuto sulla terra. Nessuna. Mai. Tutte le gioie le ho avute dal cielo e le troverò in cielo. 

In quel tempo mamma si era messa a propinarmi, di nascosto dal dottore, non so quale intruglio. Io allora mangiavo per conto mio. Perciò, quando Marta usciva per la spesa, io sentivo tutte le mattine mamma pestare col martello qualcosa e poi mi portava la minestra. E io stavo poi tanto male. Mi ghiacciavo tutta, avendo sudori profusi, coma, vomito, rasentavo la paralisi. Il medico ci impazziva sopra senza trovare l’arcano. 

Un giorno io non volli la minestra e la mangiò Marta. Stette malissimo. Ripetei il tentativo facendola mangiare al cane. Fu per morire. Allora misi Marta di vedetta. Passò qualche tempo e poi mi portò un frammento, come di pasticca bianca, trovato sul fornello. Aveva un sapore salato e amaro. Cosa fosse non so. 

Ne parlai al dottore e al mio Parroco. Il primo mi disse: «Faccia mangiare a mamma quanto ha preparato per lei». Il secondo: «Mangi un pasto uguale a quello delle altre e alla stessa ora. Non mangi mai più, assolutamente mai più, quello che viene preparato per lei sola». 

Feci così. E subito. Fingendo un capriccio di malata volli la minestra di mamma e le detti il mio riso. Poi feci lo stesso per il contorno. Fu un disastro. Mamma nel pomeriggio stette così male, sempre con gli stessi sintomi di freddo, coma, vomito, ecc. ecc., che fu per morire. Dovette correre il medico. 

Da quel giorno volli mangiare del pasto comune. Non udii più pestare quelle famose pasticche e non sentii più quei sintomi. 

Cosa mi propinasse solo Dio lo sa. Ho pensato che, credente come è nelle stregonerie, si fosse procurata, col mezzo di chissà chi, qualche medicamento da uno di questi istrioni… e non voglio pensare altro. 

Le ho detto anche questo perché mi pare rientri nel quadro…

Marta ci si scervella ancora pensando cosa mai poteva essere quella sostanza e chi gliela poteva aver data. Io cerco di dimenticare…