Autobiografia

26. “Date senza speranza di utile”


Quando io medito questo consiglio evangelico penso che nella mia vita ho sempre dato senza averne dell’utile terreno. 

Ho dato ai miei, e specie a mamma, e fin dalla prima età ho capito che del mio dare non dovevo sperare di avere il ricambio. Sempre più è aumentato il mio dare in opere e in affetto e sempre meno ho ricevuto. 

Mentre le scrivo sto… digerendo non il cibo, ridottissimo e che certo non pesa, ma una scenetta, una delle infinite scenette familiari che sono il rosario della mia giornata: un chicco seguito dall’altro… una scenetta in cui io sono stata messa al disotto del mio cane… ma passiamoci sopra… Devo ripetere fino a sbalordirmi la parola di Gesù: «Padre, perdonale perché non sa quello che fa». Guai se lo sapesse! È meglio sia una incosciente. Così non sarà giudicata. 

Certo è una grande pena per me. Per me come per me, che fino all’ultimo devo essere martellata, limata, traforata da un carattere così strano, e quel che è più doloroso dal carattere di colei che per la grande maggioranza degli umani è la personificazione terrena della bontà e dell’amore: «la mamma». Se mio papà non m’avesse parlato molte volte della mia nascita, se amici di famiglia non me l’avessero confermato, io penserei che non sono sua figlia, ma una creatura adottata in un momento di entusiasmo. Sarebbe ugualmente brutto il suo disamore, ma mai come nel mio caso che è di figlia, figlia vera, nata da lei. 

Ho dato senza speranza di utile ai conoscenti, ai parenti, ai poveri, ai ricchi. Molti hanno risposto al mio dare con offese o con indifferenze. Ma non importa. 

Beneficare era ed è una virtù innata del mio cuore, un vero bisogno dell’animo mio. Anche quando non ero così presa nel vortice divino, io cercavo sempre di dare, quel che potevo, per naturale tendenza del cuore che espandeva il suo calore di affetto per non rimanerne soffocato. E nessuna durezza altrui è valsa a farmi cambiare. Nella tristezza della mia vita, perché è stata una vita ben mesta la mia, ho trovato un contrappeso, per non divenire cattiva sotto il mordere continuo che mi dilaniava, nel fare del bene; ho trovato un sorriso, nel mio pianto, nel portare un sorriso sul volto di chi soffriva. 

Fare del bene! Non è necessario essere ricchi per farlo e poveri per riceverlo. Si può, essendo poveri, beneficare chi è ricco, come si può, essendo ricchi, non saper beneficare nessuno. 

L’uomo non vive di solo pane e la fame non è l’unico bisogno che ci torturi, la fame di pane. Si ha fame di tante cose! Di una carezza, di un consiglio, di una parola buona, di un silenzio che ascolta e capisce. Sì, anche del silenzio si ha fame: di certi silenzi in cui le labbra stanno mute ma l’animo parla all’altra anima che piange e narra… Vi sono silenzi eloquenti e fattivi più di tutti i discorsi! Si ha fame di affetto, di preghiere, di aiuti materiali, morali, spirituali… Oh! gli umani sono degli eterni affamati, e ben pochi sono quelli che sapendo dimenticare la loro fame sanno sfamare i loro simili! Ben pochi, perché ben pochi sono i compassionevoli. 

Il mio Ruysbroeck nel suo capitolo sui doni dello Spirito Santo dice, parlando del dono di pietà: «La pietà produce la compassione che si applica a Gesù e agli uomini. La compassione è nata dallo sguardo della pietà. Essa visita gli infelici, gli esiliati, i malati; essa dà il pane, il vino e l’ospitalità. Essa consola i vivi e seppellisce i morti… La pietà può essere paragonata ai fiumi del paradiso terrestre poiché conduce il desiderio in quattro direzioni. Il primo fiume va al cielo. È la compassione che va verso Gesù e i Santi che hanno sofferto in nome suo. È un torrente ilare e gaudioso… poiché i dolori che celebra sono dolori passati sostituiti da gioie eterne. Il secondo fiume scorre verso il purgatorio. È la compassione dell’uomo per le anime sofferenti che pagano il loro tributo alla Giustizia. Il terzo fiume scorre sulla terra e si spande sulle necessità di tutta la cristianità. Quest’atto interiore, pieno di un immenso amore e immensamente intenso, dà e fa più che tutte le opere esteriori raccolte in una. Il quarto fiume, che è la carità propriamente detta, si versa su tutti gli indigenti. Qui l’uomo dà i suoi beni e paga di persona. Fa l’elemosina, consigliando e aiutando a sopportare». 

Esaminandomi con imparzialità e giustizia posso dire di aver posseduto il dono di pietà e di avere sparso il suo frutto nelle quattro direzioni descritte dal mistico belga. Ho compassionato i dolori dei Santi, da Cristo all’ultimo entrato ora nel bel Paradiso. Ho suffragato i purganti del Purgatorio. Ho pregato per i bisogni della cristianità offrendo le mie segrete immolazioni per essa. Ho infine avuto carità per tutte le indigenze del mio prossimo. Nessuna miseria mi ha lasciata fredda davanti alla sua vista. Questo lo devo riconoscere per amore del vero. E in questo prodigarmi ho trovato la migliore medicina per non inaridirmi e inacidirmi sotto alla grandine continua di malevolenza, di disinganni, di abbandoni che ho dovuto subire. 

Quando uno non mi ama, non mi è riconoscente, il mio cuore soffre, ma non soffre per egoismo, per la delusione di non essere contraccambiato. Soffre perché vede un suo simile avvilirsi in una inutile cattiveria. Perché soffro tanto vedendo mamma così cattiva? Non per me che fra poco sarò al riparo da ogni sua malevolenza. Ma per il disutile che gliene viene a lei. Quando penso a come rimarrà sola quando io non ci sarò più, soffro terribilmente… Non posso imporre a nessuno di stare con mia madre. D’altronde nessuno ci starebbe poiché nessuno di chi la conosce l’ama e si sente di vivere con lei. Ma per me questo è un coltello nel cuore…

Come soffrivo vedendo la gente osservare papà menomato nell’intelligenza, ancor più profondamente soffro sentendo come gli altri giudicano mia madre. Darei non so cosa per impedire che si accorgessero che è così inutilmente, continuamente cattiva. E, anche a costo di morire dopo aver sorbito l’ultimo calice di dolore, vorrei morire dopo di lei per essere sicura che fino all’ultimo fu curata e fino all’ultimo fu amata dall’unica che la sappia amare: da me. 

Sì, a causa di mia madre soffro per me e per lei. E lei non lo crede. Di quelli che ho beneficati è certo la più ingrata di tutti. Ma ciò non lede il mio amore. Se anche il cuore trasuda sangue, oppresso come è dal suo modo di agire, io so fare di questo trasudare un balsamo per amare di più lei e servirla nei suoi mille bisogni. Dio me ne compenserà in cielo. 

Altri beneficati furono pure degli ingrati. Ma ciò duole meno perché erano degli estranei. Altri non mi dissero neppure «grazie». Ma non sono colpevoli perché non hanno saputo che li avevo beneficati. Io me la rido quando penso: «Costui non immagina che io, povera donnetta, gli ho dato tanto!». 

Nel gennaio del 1939 ho dato a un padre disperato la fede e la figlia. Era un giovane papà di una tenerissima figliettina di 14 mesi. Unica figliettina perché da quell’unione poco felice non ne potevano nascere altri. Nata da genitori poco sani, era delicatissima. Un fiorellino dallo stelo esilissimo e dalla linfa mancante. Eppure era il cemento di quell’unione non felice e resa ancor meno felice dall’astio di tutto un parentado. 

Questa piccolina si ammalò gravemente ai primi del 1939. Il male, una forma polmonare infettiva, degenerò in cancrena polmonare. La creaturina era morente. Un mese di malattia aveva consumato le sue tenere forze. 

Una sera, condannata ormai dai medici e dai professori, il povero angioletto era veramente in extremis. Nella notte doveva morire. Il papà, disperato, venne da noi a prendere cotone idrofilo e non so che altro. Era domenica sera e le farmacie erano chiuse meno quella di via Regia. Quel povero papà non voleva allontanarsi troppo dalla sua creaturina morente. Era veramente disperato. Aveva pregato, fatto illuminare altari, spedito offerte a non so quanti santuari. Ora, davanti all’inutilità delle sue preghiere, davanti alla sua piccina in agonia, sentiva morire la fede nel suo cuore. 

È tremendo il momento in cui ci si dice: «È inutile pregare!». Bisogna averlo provato per poterlo capire. Io l’ho provato. So cosa voglia dire non sperare più. È un tale orrore che per impedire che le anime lo provino do volentieri la mia vita. 

Quella sera, partito quel papà al quale avevo detto parole di conforto, che nulla convalidava perché la creaturina era a un punto da cui non si torna indietro, volli salvare un’anima dalla morte spirituale. La disperazione non è forse la morte dell’anima? E che morte!!! Ho dunque offerto a Dio di prendere il male della piccolina ma che lei guarisse e che quel papà non dubitasse di Dio, poiché anche solo il dubitare di Dio è una tortura senza nome. 

E la bimba è guarita. «Un miracolo, un miracolo», dissero tutti. Il miracolo era la sostituzione di una povera creatura che non volle far morire nella disperazione l’anima di quel papà. Non solo è guarita la piccola Anna-Maria, ma non ebbe mai più nulla ai polmoni, ridotti come un crivello da tanto e lungo male. E io da allora, da quella notte, ho la pleurite. 

Anche giorni fa quella piccina, ora di 5 anni, è venuta a trovarmi ed io baciandola pensavo: «Sei più mia che di tua madre, perché io ti ho dato una vita più robusta». 

Molti direbbero: «Che sciocca! Non ne aveva abbastanza del male addosso?». Oh! ne avevo più che abbastanza! Ma come fare per impedire una disperazione? Non avevo che di offrirmi io per ottenere la guarigione. E l’ho fatto. E sono felicissima d’averlo fatto. 

Vi sono creature eroiche che si offrono per salvare dal purgatorio anime in espiazione. Ho letto di altre, ancor più eroiche, che dicono, in uno slancio di amore: «Signore, purché nell’inferno ci sia uno che ti ami, accetterei di andarvi io, purché il tuo amore mi restasse fra quei tormenti». Sono i giganti dell’eroismo spirituale. Io invece sono un povero fiore e non posso fare tanto. E allora lavoro, mentre sono sulla terra, a salvare le anime dei fratelli. A costo del mio dolore le compro alla Vita vera. Ed è dolce pensare che per il mio olocausto altre creature sono salvate…

Segreto sacrificio donato senza speranza di averne utile, come mi sei caro! Quando saranno note le opere dei giusti, quale stupore nei miei beneficati che sono ben lontani da sapere che fui io la fonte della loro presente gioia!

Io muoio. Muoio anche di questo. Ma che importa? Io sono piena di difetti. Ma che importa? In un tempo, fui ancor peggiore. Ma che importa? La carità copre la moltitudine dei peccati. E quale carità più alta, verso il mio prossimo, di dare per esso la vita, non solo per ottenergli l’unione con Dio, ma anche per sanarlo dai suoi dolori morali e dalle infermità fisiche? Sto quindi fiduciosa in questa indulgenza plenaria che copre la moltitudine dei peccati e coprirà anche i miei. 

La carità del tempo presente, che io uso, picciolo a picciolo, senza pensare a nulla che sia calcolo egoista ma solo guardando il mio Dio, non sarà nulla rispetto alla carità che mi sommergerà nella beatitudine della contemplazione nel Paradiso santo. Allora io possiederò la Carità stessa. E chi sarà più ricca e felice di me? Maria poverella, Maria affamata d’amore, Maria la mendica di affetto, diverrà padrona delle stesse ricchezze del suo Re, si sazierà di Te, mia divina Bellezza, e il tuo affetto divino la compenserà di tutta la sua miseria terrestre. 

Attraverso giornate desolate. Sono proprio nella settimana di Passione. Dio mi vuole fare bere la sua tristezza di quei giorni precedenti al suo soffrire. E soffro tanto che sono spezzata nel morale e nel fisico. Solo l’anima batte le ali elevandosi su tutte le tristezze e le brutture umane e si fonde a Dio. Anche se Dio non si fa sensibilmente sentire — è una di quelle ore di dolore che viene dall’assenza della presenza sensibile di Dio di cui le ho parlato — io riunisco le mie forze e le lancio, sola, verso di Lui. 

Sembro uno di quei convolvoli che nascono presso i rii chiacchierini e che, quasi portati dal vento, vanno ad abbracciare il fusto sottile di una canna palustre o quello spinoso di una giovane robinia, e di sforzo in sforzo, sempre più gettando alto lo stelo sottile come filo di seta, riescono a raggiungere la cima e di là odorano, coi calici lievi carezzando il fusto che li sorregge e che essi abbracciano con tutta la loro forza. Io pure, facendo dei continui atti di fede e d’amore altrettante piste di lancio, dirò così, salgo tutta sola ad avviticchiarmi al mio Dio. Non importa se Egli è muto, se pare rigido come un sasso? Nulla mi importa. Parlo io e gli dico tutto quanto Egli dice a me nelle ore di gioia; gli dico: «Io t’amo». Metto la mia bocca sul suo Cuore e lo bacio. Metto le mie braccia intorno al suo Corpo e lo stringo. 

Oh! lo so bene perché soffro così in questi giorni. Gliel’ho chiesto io, or sono otto giorni! Lo so perché soffro. So perché Egli sta così muto e freddo. È necessario questo per farmi soffrire come non si può di più. Se no, tutto il resto, non sarebbe sofferenza vera, assoluta sofferenza come è necessaria in quest’ora tremenda per noi italiani. Da quando ho capito che la guerra presente si avvicinava, ossia da molti anni, ho lavorato per ottenere da Dio che nelle sue spasmodiche strette d’orrore la guerra non portasse a morte molte anime. 

I corpi purtroppo nella guerra muoiono. È inevitabile. Ma per tutti i combattenti destinati a morire soli sui campi insanguinati e invano invocanti soccorso, ma per tutti i rinchiusi nel sottomarino che non può più affiorare, ma per tutti i naufraghi attaccati a un relitto alla deriva, ma per tutti gli arsi nel precipitare di un velivolo, ma per tutti i languenti negli ospedali a cui la carne muore poco a poco fra cancrene orrende e mutilazioni tremende, ma per tutti gli orbati delle mani e degli occhi — le due più terribili menomazioni, specie la prima che fa dell’uomo un oggetto in balìa di altri — ma per tutti i prigionieri nella nostalgia avvilente di un campo di concentramento, ma per tutte le madri che non sanno come morì il figlio, ma per tutte le mogli che si trovano senza più il compagno, ma per tutti gli orfani senza più babbo, ma per tutti i civili sotto la tempesta aerea che distrugge case e averi, ma per tutti gli innocenti che fin dall’infanzia vedono l’inferno di quest’ora, per tutte, tutte le disperazioni che la guerra suscita e mantiene, io ho continuato a lavorare, a soffrire e a offrire — è il mio lavoro — perché la disperazione non abbrancasse i cuori e li uccidesse col suo veleno. 

No. Non fosse stato che per questo solo, non potevo, non posso migliorare o guarire. Sono fra i tormenti per questo scopo e più che mai ci devo stare. Specie ora, specie in quest’ora. 

Le ho detto oggi come, del resto, nella mia buia carcere — poiché quando sono in questi periodi sono proprio dentro a una muda oscura — il buon Gesù lasci sempre filtrare qualche filo di sole. 

Domenica sulla mia tempesta era sceso, a placare e a dar pace, il coro dei marinai: «Stella del mar…». Non può credere quanta fiducia ha portato quel canto. Mi ha squarciato il buio orizzonte che affissavo piangendo e mi ha mostrato il cielo e in cielo Maria, la Stella del Mattino, la Stella del Mare, Colei che col suo sorriso può rendere bella ogni più dura cosa e col suo desiderio ottenere tutto da Dio. Cantavano quei nostri soldati di mare con tanta composta fede. A me parve che gli angioli stessi si unissero al coro per celebrare Maria e per infondere speranza e pace a me. 

Basta un nulla a ridare lena ad un cuore che flette sotto una valanga di ricordi e che trema davanti alla prospettiva di nuovi dolori morali… L’importante è non volere respingere l’obolo che ci viene dalle cose tutte e che Dio permette che le cose ci diano. Sono grazie minuscole, ma sono sempre «grazie». E non si deve respingere nessuna grazia, anche minima, che Dio ci elargisce. Sarebbe una superbia, e la superbia è causa che Dio si allontani. Io ricevo sempre tutto con gioia. Umilmente riconosco che sono un povero trampolo bisognoso di mille aiuti per stare ritto, e ad ogni anche microscopico aiuto dico: «Grazie, Signore». 

Del resto, nella mia qualità di violetta non ho bisogno di torrenti di acqua per mantenermi in vita. Mi bastano le stille impercettibili della rugiada. Purché io sappia raccoglierle nella mia corolla, tesa come una coppa verso il cielo. Se volessi solo le grandi grazie mi ridurrei incapace di avere neppure le piccole. Devo chiedere umilmente tutto riconoscendo il mio nulla e allora, nutrita dalle grazie minime, date minuto per minuto, fornite da mille canali tutti sgorganti dalla Volontà amorosa di Dio, divengo capace di ottenere anche le grandi grazie per me e per i miei fratelli. 

Amore, umiltà e sacrificio. Ecco le mie armi preferite. L’amore che dà ogni ardimento. L’umiltà che impedisce i fumi della superbia che offuscano. Il sacrificio che purifica e piega. Da buona violetta amo crescere sotto le spine e fra le spine. Non crescono e fioriscono proprio lì, sotto le siepi di pungente biancospino, le più belle e profumate mammole? Si nutrono anzi del succo delle foglie cadute dal pungente roveto e marcite al suolo, e le spine che fanno sopra di loro un groviglio di aculei le proteggono anche dalle grandinate estive e dalle gelide brinate invernali. 

Io amo molto le spine. Non so se Lei ha notato il ramo di spine che si intreccia all’olivo, a capo del mio letto. Mi dice tante cose quel ramo spoglio, dai lunghi, rigidi aculei! Mi parla della fronte di Gesù lacerata da spine uguali. Mi parla della necessità del dolore che come spina ci punge l’anima… Tante cose mi dice quel ramo spinoso! Se fossi padrona di me vorrei essere composta così nella tomba, in attesa della risurrezione: una lunga veste bianca o cenerina, una corda alla vita, piedi scalzi, nudi, una corona di spine in capo, un crocifisso fra le mani. Sono stata una penitente, una francescana e una innamorata del Salvatore crocifisso. Quale toletta migliore di questa per dormire l’ultimo sonno?

Ma non potrò vedere questo mio desiderio divenire realtà. Ebbene: pazienza. Come nel dolore ho avuto ed ho tutti i sacramenti — perché il dolore è battesimo continuo, è continua penitenza, è comunione col mio Re, è confermazione nella sua dottrina, è matrimonio con il Cristo, è sacerdozio a pro dei fratelli, è unzione che purifica i sensi — così nel dolore avrò le spine che gli altri mi negheranno per ultima corona. E in cielo quelle spine fioriranno in rose. 

Molte cose vi sarebbero da dire ancora su questo periodo che va dal 1935, morte di papà, al 1940. Ma allora non la finisco più. E allora le accenno succintamente. 

Da parte mia un patire continuo per sempre crescere di mali e per sempre crescere di tentazioni alle quali non sempre resiste- vo. La carne è un peso che inchioda in basso e l’anima come farfalla trafitta da una mano crudele e confitta al suolo batte, batte le ali, in certe ore, senza potere elevarsi a volo. 

Ma quando lo spirito non consente, anzi sente ripugnanza alla colpa e questa sopraffà ugualmente, perché la sensualità dei progenitori, nonostante tutti i battesimi, si agita sempre in noi come serpe mozza, vi è vera colpa? Quanti imponderabili sono da calcolarsi nella caduta di un’anima! Ecco perché è difficile giudicare ed è bene astenersene se appena lo si può fare. 

Quanto ho pianto sulla mia debolezza che non sempre mi permetteva di resistere ai richiami dei sensi! Mi sono punita, mi sono rimproverata, ho fatto mille promesse, ho supplicato Dio e gli uomini di avere pietà di me… Ma l’ora tremenda delle tentazioni l’ho dovuta vivere in tutta la sua lunghezza e con assalti tali che, quando ne uscivo vittoriosa, rimanevo come uno straccio. 

Da parte dei medici, nulla per aiutarmi ad attutire lo sconvolgimento dato da un male. Da parte dei sacerdoti, la quasi assoluta assenza di aiuti spirituali. Con la placida scusa che «io non ne avevo bisogno» mi si lasciava senza comunioni. Avevo un bel dire io il mio stato! Era come lo dicessi al mio passerotto. Un sorrisetto, un «non ci pensi» ed ero servita. E io mi dibattevo fra le strette di una lotta che se si fosse vista avrebbe fatto paura… Da parte di Dio ero ascoltata su tutto fuorché su questo…

Oh! ho sofferto in una maniera tale che, ora che sono molto più avanti nel mio cammino, se volgo lo sguardo a quelle svolte piene di burroni e di serpi fischianti, ne rabbrividisco ancora. È tremendo, sa? Sentirsi fusa col mio Redentore e non volere mai dargli un dolore perché Egli è il Tutto mio, e nello stesso tempo sentire la carnaccia così ribelle ad ogni legge e desiderio dell’alto! C’è da impazzire!

Però, ora che è passato, almeno lo spero, ora capisco che quel periodo tremendo non fu senza utilità. 

Per prima cosa mi impedì e mi impedisce di insuperbire. Se il sempre rinascente orgoglio dei figli d’Adamo tenta di sussurrarmi che io sono «qualcosa» agli occhi di Dio per il bene che ho fatto, il ricordo sempre vivo delle mie debolezze mi tiene ben bassa nel concetto di me stessa e mi dà modo di riconoscere che io non sono «qualcosa» ma sono «miseria». Una miseria spregevole che solo la bontà di Gesù, venuto a salvare i peccatori, può amare. Ecco perché sono presente agli occhi di Dio: perché Egli deve compiere un prodigio di misericordia per amarmi e farmi degna del suo Paradiso. 

In secondo luogo le mie debolezze mi hanno servito ad esercitare la carità verso tante altre creature colpevoli, deboli, che non posso condannare perché io sono come loro: debole e colpevole. Siamo tanto portati a crederci perfetti, noi poveri umani, che spesso spesso ci si incensa e loda a dritto e a torto, simili in tutto al Fariseo che ritto in piedi, presso l’altare del Tempio, si applicava da sé una patente di Perfezione. Oh! meglio, molto meglio riconoscere quello che siamo, esagerare magari nel sottovalutarci e dal fondo del tempio, sprofondati nella polvere della quale siamo noi pure formati, gridare a Dio il nostro pentimento, il riconoscimento delle nostre colpe. Se anche noi non osiamo alzare gli occhi, annichiliti come siamo dal constatare la nostra animalità, sarà il Signore che scenderà dal suo trono per rialzarci, stringerci al cuore, asciugare il nostro pianto, lavarci dalle nostre brutture e, tenendoci stretti a Sé, introdurci nella sua dimora. «Chi si umilia sarà esaltato». 

Terza cosa utile prodotta dal mio mancare si è che mi ha dato un’arma di vittoria. Santa Caterina dice: «Bisogna armarsi della nostra sensualità». Parola profonda e che va molto meditata. 

La sensualità è nell’uomo sempre viva anche se latente. Allora di questo pondo, che non possiamo levare da noi, facciamocene uno strumento di gloria anziché di sconfitta. Occorre avere pazienza anche con noi stessi, anzi soprattutto con noi stessi e guidare, con lo spirito fatto di luce, la materia fatta di tenebre, innalzare con lo spirito, atto al volo, la materia che tende ad accasciarsi al suolo. Occorre farlo senza stancarsi mai. Sopportarsi senza sgomentarsi. Guardare il Maestro che ci sopporta e non si stanca di medicarci ogni volta che ci feriamo. 

Sopportarsi non vuole dire acconsentirsi. Tutt’altro! Vuol dire: sorvegliarsi attentamente, guidarsi instancabilmente tenendo per stella polare la luce di Dio. Se qualche volta le nuvole ci coprono quella luce e noi si va fuori strada, non appena torna il sereno guardare da capo in alto e rimettersi sulla rotta giusta senza sconforti e senza impazienze. Lo fanno pure i naviganti e gli aereonauti per portare in salvo la nave o l’aereo a loro affidati, e la propria vita con esso. E non dovremmo farlo noi per cosa di tanto più pregio, che non sia del legno, dei meccanismi e una carne caduca, quale è l’anima nostra?

Abbiamo messo sotto i piedi la sensualità e ci sentiamo sicuri e lieti di averla vinta… ci distraiamo un attimo ed eccola lì daccapo, come quei diavoletti automatici che sbucano dalle scatole a sorpresa. Allora da capo al lavoro. Afferriamo questo mostro dalle sette teste e giù! È un lavoro titanico per lo sforzo che richiede, e minuto come lavoro d’orafo nello stesso tempo. Ma quanto merito ci procurerà. 

«Chi non ha battaglia non ha vittoria», dice ancora la mistica senese, nella quale pare riecheggiare con grazia femminea la voce virile di Paolo di Tarso: «Combatti la buona battaglia… L’atle­- ta che combatte nell’arena…». Se la sensualità fosse morta in noi, quanto meno motivo di essere vincitori avremmo! Allora diciamo pur fra le strette di questo mostro indomabile: «Grazie, Signore, di questa prova. Però aiutami ché io non perisca!». 

Non a tutti è stato concesso d’esser crocifissi come il Redentore. Ma a tutti è concesso di crocifiggere «la propria carne coi suoi vizi e colle sue concupiscenze» per essere di Cristo che ha vinto le concupiscenze e redento la carne. Non tutti possono esser martiri dei tiranni. Ma quale tiranno più tiranno della nostra carne bramosa? Onde io sono certa che non solo agli immolati dai persecutori spetta la palma del martirio, ma anche a coloro che sé stessi martirizzano per distruggere in sé stessi la sensualità e confessare la loro obbedienza amorosa alla legge del Signore. 

Perciò io mi dico, e dico ai tentati che si confidano a me per esser guidati: «Non dobbiamo scoraggiarci mai se vediamo che torniamo sempre al punto di partenza. Un naufrago non lotta forse fino all’estremo per conquistare la riva salvatrice? Noi siamo dei naufraghi in balìa dei venti e dei marosi. La nostra umanità ci scaglia in mezzo a un vero oceano infuriato. Noi lottando contro le ondate, i gorghi, i frangenti, tenendo duro contro le correnti d’aria e d’acqua, dobbiamo procedere verso il porto… Non ci sono risparmiati urti contro nascoste scogliere, non ci sono risparmiati inabissamenti fra onda e onda, di modo che il naufragio par certo e certa la morte. Vincerà colui che non perderà la fede». 

Per mio conto, poi, debole per natura e ancor più indebolita dalle malattie, più che mai voglio essere l’umile fiore che odora morendo sui gradini del trono divino. 

Un fiore non si accascia se un vento malvagio lo piega nella polvere, se un violento acquazzone lo spruzza di fanghiglia, se un viscido lumacone lo imbava. Attende fiducioso che la rugiada lo purifichi, il sole lo asciughi, lo zeffiro lo sollevi e lo faccia ondeggiare come un incensiere colmo d’aromi. E anche se una imprudente curiosità lo spinge a curvare lo stelo, che dovrebbe solo tendere al sole, verso il suolo, dopo si solleva più dritto di prima, smagato per sempre dal desiderio stolto di baciare la terra, lui che è fatto per i baci del sole e delle pure rugiade. Solo i fiori di serra possono pretendere di non conoscere certe realtà della vita. Ma i piccoli fiori dei boschi e delle prode non possono aspirare a tanto. 

I grandi fiori delle serre, i fiori preziosi, tenuti al riparo da ogni pericolo terreno, sono per me quei predestinati ai quali il buon Dio concede gratuitamente tutti i doni per rimanere casti, innocenti, santi. Tutta la loro vita, per un complesso di avvenimenti predisposti da Dio, scorre per loro come fra le pareti inviolate e inviolabili di una mistica torre contro la quale inutilmente il mondo lancia le sue orde assalitrici, contro la quale inutilmente vengono a morire il canto delle sirene e i miraggi delle seduzioni. Creature di una tempra speciale, la cui capostipite eccelsa e perfetta è Maria, esse sono e non sono di questa terra sulla quale vivono per modo di dire, sostenute come sono da coorti d’angeli che le tengono ben alte sul nostro fango. Ci vogliono anche loro per persuadere gli uomini dell’esistenza degli angeli e della nostra origine celeste. 

Ma i piccoli fiori sono le anime coraggiose che ora per ora devono lottare contro tutte le insidie della vita, della società, della carne. Sono le anime solitarie che nessuno cura e che devono farsi da sé. Molto conosceranno questi piccoli fiori, molto di quello che ignorano i preziosi fiori delle serre. Molto conosceranno e soffriranno del vento, del gelo, della canicola, delle brine, delle pedate che li calpestano, delle mandre che li brucano…

Ma si consolino i piccoli fiori coraggiosi dei campi e delle pendici. Essi sono proprio i «figli di Dio». Lui solo li semina, Lui li innaffia, Lui li scalda, Lui li ammira, Lui li coglie per la sua gioia. Gli uomini neppure se ne accorgono di camminare sulla loro seta profumata. Gli uomini sono così sordi ai prodigi di Dio! Ma Dio li vede questi umili fiori che Egli ha seminato per le vie del mondo e che sono fioriti e durano a fiorire per amore di Lui, per fare piacere a Lui solo, senza curarsi d’altro. E per essi ha un posto speciale in cielo. Sarà l’aiuola degli umili. Ma chi è il capo degli umili? Il Cristo, che disse di esser miti ed umili come Lui. 

Si consolino i piccoli fiori. Sotto i piedi di Gesù peregrinante per la Palestina e fino ai piedi della croce furono essi, gli umili fiori, quelli che odorarono amando il Signore. Dalla cuna alla tomba su essi si posò lo sguardo di Gesù. Essi ricevettero le carezze delle sue manine infantili, l’elogio della sua divina parola, il pianto del suo cuore agonizzante fra gli ulivi, il sangue gocciante dalle sue membra sospese alla croce. 

Perciò basta che sappiano volere rimanere umili fiori e saranno sempre i prediletti di Dio. Basta che sappiano volere stare presso la cuna di Gesù infante, lungo la sua via, basta vogliano fare da guanciale al suo capo dolorante e raccogliere le lacrime dei suoi occhi, basta vogliano soprattutto rimanere ai piedi della croce e raccogliere quel Sangue che tutto redime, per essere certi di non perire. Vivranno quaggiù profumando per Lui. Vivranno lassù, più belli, sempre profumando per Lui. 

Lei stamane mi ha vista piangere. Quelle lacrime erano spremute da molte cose. Prima fra tutte la assoluta assenza della presenza di Dio. 

Quando mi sento sola tutto prende un colore così triste e pauroso che mi fa piangere. Sono le ore del Getsemani… e non è a stupirsi se sono molto frequenti. Vi sono così pochi cristiani che vogliono stare col Cristo nel Getsemani per pregare ed espiare per i peccatori! Sono le più meritorie e le più crocifiggenti. Molto, molto più di tutte le altre. Non si trovano neppure parole per descriverle. Si soffre al punto di essere inebetite. Non si sa più fare altro fuorché soffrire e amare e dire al Signore: «Io ti amo!». 

Solo, dopo la comunione, ho sentito una vena di pace aumentare in me. Una vena, perché le altre erano sempre vive e attive. Le inquietudini di questi giorni hanno corrugato la superficie ma non alterato il mio profondo dove è la pace di Dio. Ma ora un nuovo canale di pace è venuto ad addolcire le mie acque amare. Più che ad addolcire, a quietarle. 

Non si tratta che stare qui, sulla croce e al buio… L’ufficio delle vittime è questo. Questo stare al buio non è senza scopo. Porta la luce a chi è privo del raggio divino. Pregare per chi non prega. Quale missione più di questa ci può fare simili a Gesù e a Maria la cui vita fu una sola preghiera? Pregare nel fervore, pregare quando il fervore sensibile cade, pregare con una parola sola quando siamo incapaci per malattia o altro motivo di pregare a lungo. Pregare con un semplice sospiro, con uno sguardo levato al cielo, pregare col pianto che ci casca dalle ciglia, pregare coi nostri spasimi…

Guardo il mio Gesù che ha raggiunto l’apice della preghiera quando fu issato sul patibolo. E in queste mie ore di Getsemani, in cui sono così sola e schiacciata da questa solitudine, imito il silenzio orante del Redentore… Il silenzio orante che è più pressante di tutte le meccaniche e prolisse preghiere dette con l’anima altrove. 

Guardo Gesù sulla croce. È di fronte a me. Alto, bianco, snello, illividito dalle percosse e dall’agonia. Si sente guardato e alza il capo reclinato sul petto sotto la sua corona insanguinata. Mi guarda. Lo guardo. I nostri sguardi si incontrano attraverso un velo di pianto. Egli mi insegna a pregare in queste ore di passione, di espiazione. E tutto imparo guardando Lui. 

Seguo il suo sguardo che si volge in giro, sul mondo. Uno sguardo di compassione infinita per tutte le miserie degli umani. Seguo il suo sguardo che, dopo aver raccolto come un fascio lo spettacolo di tutte le miserie umane, si alza al cielo e le offre, con quel suo solo sguardo d’amore, all’amore del Padre perché le soccorra… Le anime ostie devono vivere così. Spargere l’amore, raccogliere il dolore, offrire amore e dolore per ottenere pietà. E il muto colloquio degli sguardi continua. 

«Ho sete di anime». 

«Ho sete di Te!». 

«Passata quest’ora verrò. Adesso bisogna che tu resti sola. Accontentati che io ti guardi e ti sia Maestro». 

«Gesù, sono sola». 

«Io pure sono solo. Le anime non mi amano». 

«Gesù, lo smarrimento tenta sommergermi». 

«Non temere. Esso non prevarrà». 

«Mi pare d’essere divelta da Voi». 

«No. Se il Padre nostro è ritirato nel profondo dei cieli, Io ti sono presso e l’Amore, il Paraclito, stende le sue ali su te. Pensa, creatura, che il Padre nostro, dico nostro perché ti sono Fratello, si fa violenza per non stringerti al cuore. Un giorno saprai cosa valse questo tuo soffrire… Guarda in basso: vedi la turba dei miseri che ha bisogno di olocausti per essere salvata. Guarda al cielo e vedi i castighi che un atto di amore trattiene. E sorridi, sorella mia, mia povera sorella. Quel che tu puoi fare neppure agli angeli è concesso. Tu, che t’immoli, adori e espii. Gli angeli adorano solo». 

«Ho paura di non sapere far bene il mio compito…». 

«Il mio merito infinito ripara alle tue imperfezioni. Non chiedo da te, piccola ostia, d’esser perfetta. Chiedo solo che tu cerchi di esserlo il più possibile». 

«Sei contento, Gesù?». 

«Son contento, Maria. Il tuo sforzo asciuga il mio pianto». 

E allora? E allora che dire? «Padre, liberami da quest’ora»? «Ma io sono venuta appunto per quest’ora». Non mi resta perciò che da viverla in tutta la sua austerità. 

Stamane, dopo aver pregato, a modo mio, ho sentito come una voce dirmi: «Sta’ sicura. I tuoi desideri non rimarranno senza realizzazione». Ho pensato alla Madonna Ss. di cui oggi sono celebrati i dolori. Anche essa vide realizzati i suoi desideri, ma prima dovette soffrire… Mi fido di Lei che mi è Madre e Regina, e voglio pensare che quel sussurro mattinale mi sia venuto da Lei, la Mamma di Gesù, la Mamma nostra.